Thursday, 21 September 2017
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              Padre Livio “demolitore”

 

 

Sul “Giornale” del 29 luglio 2009 Giancarlo Perna pubblicava un’intervista a padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria. “Ha dei vizi?”, chiedeva il giornalista. La risposta era folgorante: “Il principale è essere uomo di battaglia: demolisco l'avversario. Poi mi pento e prego per lui.”

Padre Livio demolitore, dunque: questa è la lusinghiera immagine che egli ha di sé. Poiché l’immagine che ne abbiamo noi è un tantino diversa (per non dire che è diametralmente opposta), proviamo a fare qualche considerazione per cercar di capire chi è più vicino alla verità.

 

Tanto per cominciare, diremo che, per sua stessa ammissione, il nostro campione non partecipa mai a tavole rotonde o a dibattiti in sedi quali “Porta a porta” di Bruno Vespa perché, dice, lì bisogna sempre dire “secondo me è così”; mentre chi, come lui, ha il possesso pieno e certo della verità non può mai dire “secondo me”. Non si abbassa a questo livello, insomma, il livello dell’aborrito relativismo imperante nei salotti culturali.

Del resto, ammette senza esitazioni che, di fronte a certe sortite degli avversari, se li avesse sottomano proverebbe l’irresistibile tentazione di prenderli per il collo; e spesso chiede al Padreterno come faccia a tollerare certe situazioni che lui, Livio Fanzaga, non tollererebbe mai. Torna alla mente il Poeta: “Oh pazienza che tanto sostieni!” 

 

Proseguiamo. Concede interviste solo a giornalisti che si impegnano a fare un servizio di pura informazione e promozione, parlando sostanzialmente bene di lui e di Radio Maria, senza ombra di polemica o anche solo di critica. Accetta cioè di giocare solo a condizione di giocare sempre in casa e con regole fissate da lui.

Alla radio per la verità càpita di sentire di tanto in tanto una “tavola rotonda” (per lo più la domenica sera). Senonché la polifonia si riduce al fatto che il pastore, il teologo, il medico, lo scienziato, il sociologo, lo psicologo, il giornalista … affrontano uno stesso tema da angolazioni diverse; ma contrasto di opinioni non può mai esservi, poiché tutti sono credenti e di impeccabile ortodossia.

Pure questa, per ammissione esplicita dello stesso padre Livio, è una scelta precisa: a che scopo inquinare il discorso con un bla bla di “opinioni” quando si può offrire agli ascoltatori la pura verità su un piatto d’argento?

 

Anche i dialoghi col pubblico radiofonico si sono diradati sin quasi a scomparire. Un tempo, dopo la catechesi mattutina si avevano domande a iosa per tre quarti d’ora, successivamente ridotti a mezz’ora. Si era arrivati a stabilire dei turni, con giorni fissi: donne lunedì/giovedì, uomini martedì/venerdì, giovani il mercoledì.

Adesso, invece, non più di due o tre risposte la settimana: o perché padre Livio si congeda dopo il commento alla stampa, sicché va in onda una registrazione, o perché non rimane tempo (“Rimandiamo le telefonate a un altro giorno”). Oppure si annuncia “Ora diamo spazio alle vostre telefonate”, ma poi di regola viene posta una sola domanda: si ha cura di far durare almeno una decina di minuti la risposta alla prima che arriva, sicché poi non rimane più tempo per alcun altro intervento.

 

Per di più, ormai da diversi anni le domande sono sottoposte ad un filtro: viene ammesso a parlare in diretta solo chi abbia dimostrato, in un rapido colloquio preliminare con l’assistente che ha accolto la telefonata, di non avere intenzioni polemiche né domande imbarazzanti da porre.  Il risultato è che la maggior parte degli interventi sono costituiti da innocue “testimonianze” (questa è praticamente la regola nella “Catechesi giovanile”) o addirittura da complimenti e ringraziamenti per la trasmissione e per l’opera di Radio Maria.

Ad ogni buon conto, di regola non si chiede neppure all’interlocutore se preferisce ascoltare la risposta per telefono o via radio: chiudendo subito il collegamento, non gli si lascia alcuna possibilità di fare ulteriori precisazioni od obiezioni.

In sostanza, dunque, anche qui il dialogo è stato progressivamente sostituito dal monologo.

 

Del resto, quando, nel ’94, ha iniziato a pubblicare libri, padre Livio ha scoperto quanto sia comodo leggerli e commentarli alla radio e poi riproporre le registrazioni all’infinito, naturalmente alternandole in modo opportuno. Così parla sempre lui, come e quando vuole.

Ora scrive quattro o cinque libri all’anno, ovviamente con un enorme tasso di ridondanza, ma va sul sicuro perché son venduti tutti in partenza in ragguardevole numero di copie, dato l’affezionato pubblico a cui si rivolgono e il battage pubblicitario con cui la radio li accompagna.

 

Sempre monologo, dunque; mai dialogo. Quest’ultimo compare solo come finzione nei libri scritti a quattro mani con qualche fido giornalista (Tornielli, Gaeta, Manetti). Le domande e le eventuali “obiezioni” sono ovviamente elaborate in funzione delle risposte che si vogliono dare. Domande realmente scomode non ne compaiono mai.

 

E così, con queste belle referenze, il Nostro ha l’ineffabile presunzione di dire che demolisce gli avversari! In che modo li demolisca, è presto detto: li sbudella con i terribili fendenti che mena stando da solo davanti allo specchio.

In effetti, padre Livio parla continuamente davanti a uno specchio. Parla a se stesso, si ascolta e trova irresistibili le proprie argomentazioni. Oh, poter avere un quarto d’ora di reale contraddittorio per mettergli davanti almeno qualcuna delle innumerevoli menzogne e manipolazioni che quotidianamente propina ai suoi devoti ascoltatori … Ma l’idea di contraddittorio è totalmente estranea all’universo mentale di padre Livio. Il termine stesso deve dargli il voltastomaco.

 

Il suo argomentare è sempre un fin de non-recevoir: è come se uno accettasse di discutere solo a condizione di avere sempre l’ultima parola.

E quando sciorina argomenti classici dell’apologetica, aggiungendovene magari qualcuno di proprio, è abilissimo nell’ignorare le possibili obiezioni, e in genere tutto ciò che appare insidioso: quando le castagne da togliere dal fuoco scottano troppo, finge di non vederle neppure. È riuscito a scrivere un libro dichiaratamente concepito come risposta a “L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso senza neppure esporre una sola delle tesi ‘eretiche’ dell’autore che pongono problemi teologici imbarazzanti.

 

Altrettanta abilità mostra poi nel non vedere le contraddizioni grosse come una casa presenti nelle sue stesse argomentazioni. Può ad esempio fare dell’ironia sull’affermazione di Lucrezio secondo cui la religione è nata dalla paura della  morte, e cinque minuti dopo raccontare per la centoventottesima volta l’episodio del ragazzo comparsogli davanti baldanzoso dicendo di non avere bisogno di Dio ma improvvisamente sbiancato in viso alla sortita che lo gela: “E se ti venisse un cancro?” 

 

Oppure può assicurare che l’educazione religiosa impartita nella prima infanzia non andrà mai perduta, perché i semi gettati non mancheranno di dare frutti anche a distanza di decenni, propiziando il ritorno alla fede di chi se ne era allontanato; e subito dopo dichiarare che la conversione di un uomo è fatto assolutamente inspiegabile se non si ammette l’intervento della grazia divina, o addirittura di Gesù stesso, che in tal modo dimostrerebbe di essere tuttora vivo. “Come lo spieghi, come lo spieghi?”, incalza provocatoriamente; e ciò benché i casi specifici che cita riguardino magari tutti persone a suo tempo precocemente indottrinate.

Inutile dire che in un reale contraddittorio simili clamorose incoerenze gli verrebbero subito contestate e lo metterebbero irrimediabilmente in crisi.

 

Una delle sue armi più efficaci è la liquidazione delle argomentazioni sgradite mediante l’insulto gratuito, ossia appioppando agli avversari appellativi derisori, ridotti a stereotipi utilizzabili in ogni occasione: i giudici della corte europea pronunciatisi contro l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici sono invariabilmente “i sette stoccafissi di Strasburgo”; Dawkins, Hitchens e gli altri esponenti di quello che egli chiama “l’ateismo ridanciano” non sono che “zucche vuote”; gli intellettuali aggressivamente increduli - alla Scalfari, tanto per fare un esempio – sono “prosciuttoni incravattati”; e i loro cuori, anche quando sembra si tratti di persone per bene, non sono altro che “nidi di vipere” .

 

Qualcuno ha pensato di rendergli la pariglia mettendo in rete, su Youtube, spezzoni di suoi monologhi, a scopo di dileggio. Lui finge di riderne, ma ride amaro. Appare chiaro che, tolti dal contesto ambientale “protetto” in cui sono stati pronunciati, tali discorsi rivelano un’enfasi donchisciottesca che li apparenta ai sermoni iperfondamentalisti di certi predicatori televisivi americani.

 

Per concludere: padre Livio è indubbiamente una persona ricca di qualità, che ha messo in piedi una sorta di impero radiofonico di dimensioni planetarie, e come apologeta sa difendersi egregiamente in tutti i settori della teologia (meno, a dire il vero, in quelli dell’esegesi); ma non demolisce proprio nessuno.

Se c’è una dote che gli manca, questa è proprio la capacità di affrontare l’avversario in campo aperto. Si sente forte solo davanti alla sua consolle o al fidato pubblico della Catechesi giovanile, al riparo da obiezioni in tempo reale che possano interrompere i suoi monologhi.

 

Non parleremo di narcisismo. Semmai possiamo vedere in tutto questo un bisogno di sentirsi rassicurati, di non correre rischi, di immunizzarsi contro ogni possibile fonte di dubbio. Sotto sotto vi è la consapevolezza di quanto sia fragile l’impianto dottrinale del cattolicesimo.

E si sa che, quando il soggetto da salvaguardare è di salute cagionevole, per evitargli guai - dal semplice raffreddore alla polmonite fulminante – la prima cosa da fare è eliminare tutti gli spifferi.  

 

 

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