Saturday, 17 November 2018
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                    Le strategie di Messori

 

 

 

 

Impegnato in “Dicono  che è risorto” a presentare con tutto lo zelo possibile classici argomenti e strategie dell’apologetica, Vittorio Messori ne esibisce anche alcuni che gli sono propri, o ai quali comunque egli dà un accento particolare.

Si tratta per lo più di strategie già seguite nelle due opere precedenti della sua trilogia, e ad alcune delle quali abbiamo già avuto occasione di accennare.

 

1) Innanzitutto va ricordato quel che abbiamo ripetutamente denunciato, facendone il filo conduttore di tutta la nostra analisi: l’insistenza nel rifiuto di misurarsi sistematicamente coi testi, ripiegando sull’illustrazione di principi metodologici, per lo più avallati da qualche autorità in materia: il tale storico (magari uno pescato tra cento di parere contrario) dice che i racconti evangelici rispondono ai criteri della storiografia; il tale psicologo dice che il comportamento degli apostoli è plausibile; il tale biblista dice che potrebbe anche essere che, magari, chissà, la finale di Marco sia autentica …

Ma di regola si evita di considerare i testi, ossia i passi di volta in volta in questione, per vedere se e come si possono spiegare le contraddizioni che vi figurano.

 

Forse certe sottolineature hanno proprio lo scopo di far meno avvertire questa carenza: “Tuffiamoci ora, e di slancio […] a vagliare i racconti evangelici”; cinque capitoli dopo: “Siamo partiti di slancio …”

Ma in realtà il “tuffo” nei problemi concreti posti dalla lettera dei testi non c’è stato, si è continuato a volare molto alto.

 

2) Funzionale a tale strategia è la tecnica dei “colpi di sonda”, come l’autore stesso la definisce (anzi, in “Dicono che è risorto” egli precisa che, data la sublimità del tema, al quale egli si sente inadeguato, sarebbe più appropriato parlare di “impotenti colpi di spillo”). In “Patì sotto Ponzio Pilato?” aveva parlato di “carotaggi”.

Tale tecnica gli consente di affrontare solo i temi su cui ritiene di aver qualcosa da dire, senza avventurarsi in un’indagine a tappeto; si tratta cioè di un accorgimento che amplia ulteriormente quel margine di libertà già garantito dal fatto di puntare su argomentazioni di natura prevalentemente teorica, che prescindono il più possibile dall’esame dei problemi concreti dell’armonizzazione.

È un po’ come se un politico si presentasse a una conferenza stampa stabilendo egli stesso quali domande dovranno venirgli poste.

Non è illegittimo supporre che nella fase di preparazione del libro sia stato “sondato” anche qualche tema poi lasciato cadere perché rivelatosi imbarazzante.

 

Detto ciò, va riconosciuto che nel volume dedicato alla Risurrezione l’autore si è avvalso in modo meno vistoso della libertà di scegliere i punti da trattare di quanto aveva fatto in quello sulla Passione, dove non aveva neppure sfiorato temi come la controversa presenza di Maria e Giovanni sul Calvario (di fatto smentita dai sinottici) e la clamorosa discordanza tra questi ultimi e il quarto vangelo circa la data della crocifissione.    

 

In ogni caso, è indubbio che un’analisi alla Messori funziona bene soprattutto quando è condotta su un solo testo, in cui riesce a reperire presunti tesori nascosti “tra le pieghe”, indizi rivelatori; ma poiché capita spesso che questi indizi vengano spazzati via d’un colpo dal confronto col testo di un altro agiografo, s’intende che i confronti vengono fatti con la massima parsimonia.

 

3) La critica di Messori risulta in genere efficace nel rintuzzare gli attacchi alla storicità dei vangeli che vengono dall’alto, dalla critica paludata, professorale, accademica. 

Questi attacchi infatti si presentano in forma di dottrine (Formgeschichte, Redaktionsgeschichte, ecc.) che hanno la pretesa di dare un’interpretazione compiuta della formazione dei vangeli e delle origini cristiane. Di qui due conseguenze:

 

a) Messori ha buon gioco a mostrare coi suoi colpi di sonda che tanti particolari delle ricostruzioni fatte dalle varie scuole prestano il fianco a critiche.

È facile contestare, smontare, o quanto meno scoprire indizi contrari, affacciare “ipotesi”, mettere pulci nell’orecchio, e così ironizzare sulle pretese di “scientificità” di tali teorie.

Ma l’asino casca quando ci trova di fronte alla contestazione del semplice, che non ha nessuna teoria, ma solo l’esigenza di capirci qualcosa in quel ginepraio di contraddizioni che sono i racconti evangelici;   

 

b) spesso è facile denunciare l’apriorismo metodologico di tanti esegeti di scuola soprattutto tedesca, come mostra il caso di Bultmann che era in primis teologo, poi filosofo e solo in terzo luogo biblista.

 

4) Altra tecnica, usata a gogo da Messori: scaricare sugli scettici l’onere della prova.

Non lo si dice mai espressamente, s’intende. Ma di fatto, come abbiamo detto presentando tale strategia apologetica (v. appunto il cap. “L’onere della prova”), sono gli increduli che devono dimostrare che Gesù non è risuscitato, ovvero devono dimostrare che la mancata resurrezione è compatibile con vari dati di cui noi disponiamo, messici a disposizione dagli evangelisti o dalla storia profana (e ovviamente accuratamente selezionati).

E poiché ciascuna di queste ricostruzioni (non era ancora morto; è stato trafugato il cadavere; si è trattato di allucinazioni …), presentando almeno un punto debole, viene naturalmente respinta, ciò, come abbiamo visto, viene considerato prova indiretta della storicità dell’evento pasquale.

 

Di suo, Messori aggiunge a tale strategia una particolare insistenza sulla vera o presunta reciproca incompatibilità delle spiegazioni alternative; le quali quindi, per così dire, verrebbero ad eliminarsi a vicenda.

Procedimento logico assolutamente illegittimo: il fatto che l’incompatibilità effettivamente sussista non esclude di per sé che almeno una di tali spiegazioni sia valida.          

 

5) Messori si dilunga a presentare certe “ipotesi”, come quella di Wilckens su Emmaus (che, come ipotesi, è rispettabilissima) per ridicolizzarle; ma naturalmente non prende minimamente in considerazione tutte le inverosimiglianze del racconto lucano.

Incredibile poi che una tale idiosincrasia per le ipotesi si manifesti proprio in chi è partito da “Ipotesi su Gesù” (cui ora ha affiancato “Ipotesi su Maria”) e in questo stesso libro continua a fare ipotesi (ad esempio sul segno di Giona per le guardie alla tomba) o ne riferisce a gogo, come quella della finale di Marco che sarebbe stata scritta successivamente dall’evangelista stesso, prima interrotto dalla persecuzione!

 

6) Caratteristica del libro è poi l’insistenza sul tono compassionevole, e quindi irridente, verso i fautori di interpretazioni “alternative”, e in genere verso gli scettici, dipinti come veri e propri disperati in cerca di un rifugio.

L’autore li incalza impietosamente, li butta a mare; ma poi ogni tanto, per un soprassalto di misericordia, gli offre generosamente una ciambella di salvataggio.

 

Volendo citare alcuni esempi, non si ha che l’imbarazzo della scelta (come al solito, i corsivi sono nostri; i numeri si riferiscono alle pagine di “Dicono che è risorto”):

 

268: “La sobrietà dei testi nei quali la Chiesa ha riconosciuto la sua fede è (pure qui, come tante altre volte) un problema in più per coloro che vorrebbero fare rientrare nella letteratura mitologica gli scarni racconti di Risurrezione e di Ascensione.”

42:  “Anche per questo resteranno sempre inutili tutte le contorsioni, tutti i tentativi di spiegare perché la primitiva comunità ci avrebbe tramandato i racconti evangelici così come sono.”

63:  Sembra però esserci un’altra via di scampo per chi si ostini a vedere nell’annuncio di risurrezione del Nuovo Testamento una sorta di calco, ottenuto premendo il gesso della speranza dei discepoli su qualche attesa profetica.” 

68:  “Per chi nega lo choc delle apparizioni […]  è sempre più difficile rispondere alle domande […]”

68:  “Ma c’è chi malgrado tutto non si arrende.”

107: “Eppure, questo cattedratico razionalista e incredulo [si tratta di Guignebert] sa bene di avere dei problemi”.

256:  “Proprio questa è la domanda che non trova risposta da parte di chi descrive questi testi come il risultato di libere manipolazioni.” 

269: “È anche questa una questione che trova ben difficile risposta da parte di chi dà dei racconti pasquali le versioni ‘patologiche’, o ‘truffaldine’, che ben sappiamo.”

119:  “E si potrebbe continuare. Ma sarebbe quasi da maramaldi, davanti a certi schemi, che mostrano il pregiudizio non appena ci si accosti ai testi ‘veri’ e non a quelli ‘desiderati’”. (L’apologeta cioè non vuole stravincere, dà prova di grande fair play, come si conviene a chi si sente in una posizione di forza.)

 

Va detto comunque che simili atteggiamenti non sono rari anche nelle opere di autori più critici e “moderati”. Leggiamo ad esempio in Léon-Dufour (“Risurrezione di Gesù e messaggio pasquale”, p. 453) che la diceria giudaica del furto del cadavere “offre al non credente una scappatoia [sic!], poco gloriosa certo ma sufficiente a garantire la libertà della fede”.

Già: si trova un sepolcro vuoto, e pensare che qualcuno abbia sottratto il cadavere è una povera scappatoia, un misero ripiego, rispetto all’ipotesi più ovvia ed evidente, che cioè il morto sia risuscitato e se ne sia andato dal sepolcro con le proprie gambe.

 

Siamo dunque alle solite: è la sottrazione del cadavere che deve essere provata; e, in mancanza di prove chiare, s’intende che risulta dimostrata la Risurrezione. Unico commento possibile: l’arroganza dell’apologetica e dell’esegesi devota ha raggiunto livelli tali che il biblista di turno non avverte neppure più il grottesco di certe sue affermazioni.

Per lui comunque la conclusione è chiara: di fronte all’evidenza cogente, irrefutabile della Risurrezione, l’incredulo cerca disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi per poter giustificare e “salvare” in extremis il proprio scetticismo. Ma alla fine, esausto, deve arrendersi e gridare il suo “Vicisti, Galilee”.

Qui l’apologetica celebra il suo massimo trionfo. “Non so se il riso o la pietà prevale”.

 

7) A Messori va comunque riconosciuto un innegabile merito: ha sempre detto e ripetuto chiaro e forte che è inutile insistere, come oggi si fa, su tanti aspettti della religione e dell’evangelizzazione (e in particolare sulle sue ricadute in campo morale, psicologico, sociale, politico, ecumenico …) se prima non si restaura la fede.

Se la gente non crede veramente, è inutile tutto il blablà che si fa intorno a Cristo e alla Chiesa; blablà che, con la sua proliferazione di documenti ufficiali e ufficiosi, l’ha indotto a ripetere amaramente che “il Verbo si fece carta”.

 

Egli si preoccupa quindi di riproporre i motivi di credibilità della dottrina cristiana nella sua versione cattolica; e in primo luogo cerca di ricostruire la fiducia nella storicità della figura di Gesù e di quanto ci dicono di lui i vangeli, con particolare riguardo all’annuncio cristiano, ossia ai racconti della Passione e della Risurrezione.

Nel far questo egli si avvale della sua perizia di ricercatore e di divulgatore di ricerche storiche, applicata a determinati punti di tali racconti; e in non pochi casi presenta elementi che avvalorano la tesi della possibile storicità di certi particolari che molta critica tenderebbe a liquidare come frutto di invenzione.

Con la strategia dei “colpi di sonda” egli ci offre i risultati più convincenti della sua ricerca.

 

Ma resta una difficoltà insormontabile: quelli che egli rimuove sono sassolini, mentre la via alla fede resta sbarrata da autentici macigni, che egli di regola finge di non vedere o considera facilmente aggirabili, tanto da non ritenere neppure di doversene occupare.

Gli riesce talora di mettere una pulce nell’orecchio allo scettico, mostrando che le cose non sono così scontate come parrebbe; ma i problemi veramente gravi che si frappongono all’accettazione dei racconti evangelici quali noi li abbiamo restano insoluti, pur dietro la tranquillizzante assicurazione che si tratta di problemi superabili con un po’ di elasticità e di buona volontà.

In generale, si può dire che le difficoltà che egli provvede a rimuovere non sono, per lo più, quelle che creano imbarazzo al comune lettore della Bibbia.

 

In ogni caso, Messori respinge decisamente la tesi che i resoconti degli eventi pasquali siano accettabili solo in virtù della fede, che farebbe accogliere ad occhi chiusi quel che alla logica umana appare inaccettabile perché contraddittorio.

Egli rifiuta ogni atteggiamento ciecamente fideistico, ritiene che la fede debba essere logica conseguenza di una constatazione di quel che avvenne a Pasqua e che gli evangelisti ci riportano. Il “vide e credette” ci indica il percorso da compiere: dal vedere al credere, e non viceversa.

 

Di qui la deplorazione per il fatto che tanti cristiani si adeguano “al Credo protestantico, secondo il quale la fede è fede solo se è staccata, anzi se è del tutto indipendente, dalle ‘opere’ umane, ricerca storica compresa” (p. 86).

E tra questi cristiani, ovviamente, il bersaglio più diretto del biasimo dell’autore sono gli studiosi, i biblisti, coloro che dovrebbero essere le sentinelle dell’ortodossia esegetica e hanno invece a suo modo di vedere alzato senza motivo bandiera bianca.

 

Noi per la verità un motivo lo vediamo, e ci pare importante. Costoro hanno preso atto, dopo duemila anni, che certe posizioni di un’esegesi fondamentalista, oltre a non essere più difendibili in nome dell’onestà intellettuale, risultano controproducenti anche sotto il profilo pastorale, ossia in vista della diffusione del messaggio cristiano.

Per Messori invece queste “concessioni” vanno considerate tradimenti, cedimenti al malcostume esegetico-teologico dilagante; inquinamenti prodotti dal razionalismo, dall’influsso protestante, dall’ossessione del biblically correct.

E dietro la diserzione si fanno intravedere a suo giudizio anche motivazioni poco nobili in quanto di natura egoistica, di difesa del proprio “particulare”: conformismo, timore del giudizio dei colleghi, desiderio di non apparire sorpassati.

 

Messori confessa di attendersi un riflusso di tali tendenze, in virtù di un’alternanza di mode che, dice, è la regola in questo ambito di studi.

Ma si illude: benché i mutamenti siano continui (scuola critica, scuola mitica, rivalutazione del “Gesù storico” …), certe cose non cambiano più, dopo la svolta dell’Ottocento (iniziata, in fondo, già con Reimarus). Certe acquisizioni sono irreversibili.

Come nelle scienze naturali, del resto: per quanto la fisica ci dischiuda prospettive sempre nuove, si illuderebbe chi sperasse in un ritorno alla fisica aristotelica dopo la svolta galileiana.

 

Naturalmente Messori fa spesso ricorso alla testimonianza di qualche “insospettabile”, di qualche esponente cioè del partito avverso (un Guignebert, ad esempio) che su un determinato punto condivide la sua opinione.

Questo a suo giudizio significa che le cose stanno come dice lui e che qualcuno ha il coraggio di dirlo. Ma quando gli insospettabili si trovano sull’altro fronte, s’intende che sono, se non dei venduti, per lo meno dei “lapsi”.

Certo, anche noi abbiamo fatto spesso ricorso alla testimonianza di qualche personalità illustre dell’esegesi ortodossa per corroborare le nostre critiche. Ma tra la nostra posizione e quella di Messori, a parte ogni considerazione quantitativa, vi è una differenza importante.

 

Per lui la rottura della compattezza dello schieramento è infinitamente più grave, più lacerante, perché nel suo campo c’è un’ortodossia ufficiale, c’è un Magistero, c’è un’ inerranza da difendere; mentre nel campo “razionalistico” vi può essere un orientamento prevalente, ma i giochi restano continuamente aperti.

Anche ammesso, e non concesso, che vi sia una posizione dominante, non esiste una verità “ufficiale”; non vi è un catechismo, non vi è una chiesa; e alla fine dei giorni non vi è, per l’ “eretico”, un giudizio di eterna condanna.

 

Ancora una precisazione su questo punto: quel che abbiamo detto circa le “defezioni” che Messori denuncia non deve far pensare che questi transfughi siano sempre studiosi passati armi e bagagli al campo avverso.

Di regola si tratta di biblisti sostanzialmente attestati sulle posizioni tradizionali della Chiesa, ma non disposti ad accettare acriticamente il principio della letteralità di tutto quanto è contenuto nei testi biblici.

Tipico ad esempio l’atteggiamento di Béda Rigaux, di Fabris, di Benoit, di R. Brown (citati da Messori stesso) riguardo alla storicità dell’episodio delle guardie al sepolcro. 

 

8) Ma a Messori va riconosciuto un altro merito, forse ancora più grande, quello di aver scritto la frase che figura a p. 5 di “Patì sotto Ponzio Pilato?”:

 

“Quell’ ‘istinto’ dei semplici ha sempre avvertito che la coincidenza tra racconti del Nuovo Testamento e svolgimento reale dei fatti è essenziale per la fede”.

 

Frase da incorniciare, da immortalare nel bronzo. Si tratta di un’affermazione tanto condivisibile e tanto recisa che paradossalmente siamo stati tentati di porla in esergo al nostro lavoro.

Il quale lavoro, si potrebbe dire, è consistito proprio nel denunciare il mancato rispetto, sul piano dell’applicazione concreta, del principio teorico così perentoriamente enunciato.

Noi infatti abbiamo ripetutamente rimproverato a Messori - e, in genere, all’apologetica “pasquale” - proprio il pretestuoso e costante rifiuto di indicare “lo svolgimento reale dei fatti”, ossia di definire una successione ordinata di quei fatidici eventi.

Abbiamo parlato di “rifiuto della storia”; abbiamo ironizzato sulle sparate di uno storico che viene meno proprio al suo primo dovere, quello appunto della ricostruzione dei fatti; torneremo nel prossimo capitolo a mettere definitivamente a fuoco il problema dell’ ‘armonizzazione’; e infine ribadiremo che le regole fondamentali dell’esegesi prevedono in primo luogo proprio l’individuazione univoca della sequenza degli eventi.

 

Messori invece, dopo aver predicato benissimo, ha mostrato di razzolare assai male. Tanto male da arrivare a definire “veri” (sic, tra virgolette) proprio i racconti in cui si ha coincidenza con lo svolgimento reale dei fatti (v. ad es. IG 186; PSPP 296, 397).                

Con questo introduce la categoria ermeneutica della “verità”, ossia della verità tra virgolette, la verità virgolettata.

 

Ciò significa in pratica che per lui quei racconti “sono per così dire veri”. Orbene, questa verità presentata quasi come un caso limite, paradossale, è in realtà nient’altro che la pura, nuda verità dei semplici, i quali pensano che un’esposizione di fatti sia vera quando presenta le cose che sono veramente accadute nell’ordine stesso in cui sono accadute (o comunque in un modo che ci consenta di individuare tale ordine, la “fabula” del racconto)!

 

Nella virgolettatura, che equivale a qualificare i racconti come “banalmente veri”, è invece implicita l’allusione a un altro tipo di verità, che si pretenderebbe essere appunto meno banale, più profonda, più alta, più importante sotto il profilo spirituale: quella verità così frequente  nei racconti evangelici, i quali purtroppo tanto spesso, discordando tra loro in modo clamoroso, devono per forza di cose rinunciare ad attingere l’umile, pura e semplice “verità”. 

 

 

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