Thursday, 19 July 2018
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                   Le regole fondamentali dell’esegesi pasquale

 

 

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Gli “argomenti indiziari”

 

Siamo giunti ormai alla conclusione del nostro percorso attraverso le principali tecniche impiegate dall’apologetica per giustificare l’incoerenza e la contraddittorietà di quei racconti evangelici della Risurrezione che lo stesso Messori, citando Karl Barth, presenta come sconvolti da un terremoto.

Il filo conduttore del discorso è stata la denuncia dell’insistenza su argomenti generici, non strettamente pertinenti al tema specifico di volta in volta trattato, allo scopo di evitare quell’esame puntuale dei testi dal quale le contraddizioni balzano immediatamente all’occhio.

Facciamo qui un riepilogo schematico di questi argomenti, che definiremo “indiziari”, tali cioè da non poter in alcun modo portare a conclusioni certe circa la storicità della Risurrezione:

 

 

- “argomento principe dell’apologetica pasquale”: solo la realtà della Risurrezione può spiegare il repentino mutamento di spirito degli apostoli dal venerdì santo alla Pasqua.

- “non centralità” – o addirittura inesistenza - dei preannunzi di Risurrezione

- estraneità della Risurrezione sia alla cultura giudaica che a quella pagana: nessuno poteva aspettarsi un messia che risorge (si applica il criterio della discontinuità)

 

- gli apostoli non possono essere stati vittime di allucinazioni perché erano persone concrete, realiste, pragmatiche

- lo conferma l’incredulità che essi spesso mostrano di fronte al Risorto

- lo conferma pure la fisicità di alcune manifestazioni del Risorto

 

- all’origine dei racconti vi sono dei testimoni oculari 

- le tradizioni scritte e orali su cui si fondano i vangeli sono di parecchio anteriori alla data di redazione dei vangeli stessi

- se gli evangelisti avessero mentito sarebbero stati sconfessati dai numerosi testimoni dei fatti ancora viventi

 

- l’apparente incoerenza dei racconti pasquali deriva dal fatto che essi riflettono ancora l’eccitazione dei primi testimoni dell’evento

- altro fattore che spiega tale incoerenza è l’ “ineffabilità” dell’esperienza dell’incontro col Risorto, esperienza inesprimibile in linguaggio umano

- a ciò si aggiunge il fatto che non era facile riconoscere Gesù, il quale aveva assunto un corpo “glorioso”, per una risurrezione che non era una semplice “rianimazione”

 

- “perché Dio non dovrebbe poter risorgere?” (appello alla razionalità, alla ragionevolezza di chi proclama di non voler seguire che la ragione, e quindi dovrebbe essere aperto all’esame sereno di tutte le ipotesi)

 

- confutazione delle varie ipotesi alternative a quella della Risurrezione (trafugamento del cadavere, morte apparente, ecc.)

- sottolineatura dell’incompatibilità sussistente tra tali ipotesi

- tacito ribaltamento dell’onere della prova (i negatori della Risurrezione devono spiegare il perché del sepolcro vuoto, o reperire il corpo del morto)

 

- gli evangelisti raccontano sobriamente, senza enfasi, come cronisti distaccati 

- hanno il “tranquillo possesso della verità”

- queste qualità emergono in particolare dal confronto con gli apocrifi

 

- i testi che ci raccontano la Risurrezione sono gli stessi che riferiscono della Passione e del ministero pubblico, non si vede quindi perché solo in questo caso non dovrebbero venire considerati attendibili

- ci presentano come prime fruitrici delle apparizioni pasquali le donne, la cui testimonianza non era tenuta in considerazione  

- danno assai maggior rilievo all’apparizione del Risorto ai due sconosciuti di Emmaus che a quella al principe degli apostoli

- in generale, i testi evangelici “dicono troppo”, dicono cioè anche cose imbarazzanti per la Chiesa, perciò sono senz’altro credibili (“criterio dell’imbarazzo”)

 

- ciascun evangelista si avvale del proprio diritto di scegliere i fatti da raccontare

- ciascuno di essi riferisce solo quanto giudica sufficiente per i suoi scopi

- possono anche arrivare a riassumere varie apparizioni in una sola

 

- a parte la selezione dei contenuti, ogni evangelista dà un taglio particolare alla propria testimonianza a seconda della sua linea teologica, delle attese dei suoi destinatari, di ciò che già era stato scritto in proposito nonché delle proprie predilezioni e capacità letterarie

 

- “non è così che si inventa”: se si trattasse di invenzioni, i racconti sarebbero costruiti meglio

- se le discordanze fossero veramente gravi, la Chiesa avrebbe provveduto ad eliminarle, anche redigendo ex novo i vangeli o componendoli in un unico testo

 

- “concordantia discordantium”: sono proprio le divergenze circa i dettagli che valorizzano la concordanza sull’annuncio essenziale, la risurrezione di Gesù

- molti particolari storici, anche di recente acquisizione, confermano la storicità dei racconti evangelici

- come potrebbe essere falso il quadro se è autentica la cornice?

- molti dettagli dei racconti conservano ancora la freschezza del ricordo e dell’emozione dei primi testimoni (mito del ‘vissuto’)

 

- l’armonizzazione è cosa da evitare, contraria al “rigore critico”

- occorre diffidare di ogni ricostruzione storica, per forza di cose sempre irrimediabilmente soggettiva 

 

- a volte si deve tener conto della ‘logica inaudita’ del cristianesimo (noi ne parleremo diffusamente nel cap. Apologia del mistero, del paradosso, dello scandalo)

 

 

Tutte le voci di questo elenco rappresentano tentativi di dimostrare la Risurrezione per via indiretta, ossia mediante argomenti che fanno appello al buon senso e garantiscono, almeno in via di principio, un certo grado di probabilità.

 

Noi li abbiamo già confutati tutti, uno per uno. Qui abbiamo voluto ripresentarli insieme, in primo luogo per mostrare quante sono le armi di cui l’apologetica fa uso, armi approntate con un sapiente lavoro durato ormai venti secoli.

Superfluo dire che il nostro elenco è ben lontano dall’esaurire il catalogo di simili strumenti dell’esegesi devota: ci siamo praticamente limitati a indicare la maggior parte di quelli reperibili nei volumi di un maestro dell’apologetica quale è Vittorio Messori, con riferimento specifico al tema che ci interessa.

 

In secondo luogo, ci premeva formalizzare, per così dire, il rifiuto di tecniche esegetiche il cui massiccio impiego ha lo scopo precipuo di consentire all’apologeta di sottrarsi all’imprescindibile compito della ricostruzione storica degli eventi.

 

Il più clamoroso esempio di uso mistificatorio di tali tecniche (con alcuni contributi personalissimi - per non dire stravaganti - neppure menzionati nel nostro elenco) è quello di cui si è detto ne “Le sortite dello storico”, dove l’esimio professor Perret, facendo poco onore alla sua qualifica professionale, si rifiuta ostinatamente  di darci anche solo un abbozzo di ciò che successe in Palestina in quel lontano giorno di Pasqua e nei giorni immediatamente successivi.

 

 

Regole fondamentali dell’esegesi evangelica

 

Possiamo ora enunciare quelle che sono a nostro avviso le regole fondamentali dell’esegesi dei racconti della Pasqua cristiana, con il corollario che la loro applicazione si estende all'esegesi evangelica di tutti i testi narrativi a contenuto storico (o che, comunque, si pretende sia tale; si possono eccettuare le parabole, ad esempio):

 

1) L’esegeta deve innanzitutto compiere l’armonizzazione, disporre cioè gli eventi presentati dai vari vangeli in un’unica sequenza logico-cronologica plausibile (con l’avvertenza che gli eventi che non si possono inserire in tale sequenza vanno ritenuti falsi, e pertanto non possono più venire presi in considerazione nell’esegesi stessa, nella costruzione teologica e nella catechesi).

 

2) La possibilità di fare l’armonizzazione è condizione necessaria della storicità dei racconti; ma non ne è condizione sufficiente.

 

Infatti, una volta compiuta l’armonizzazione, si presenta uno dei due casi seguenti:

 

a) la sequenza di eventi così ricostruita corrisponde a quanto è realmente accaduto, è quindi storica (i fatti sono veri);

b) la sequenza non è storica: pur essendo stata correttamente costruita secondo i criteri della verosimiglianza storica, è, in tutto o in parte, frutto di invenzione (costituisce cioè un romanzo storico).

 

In “Dicono che è risorto” (p. 77) queste due categorie di racconti vengono contrapposte in modo mistificatorio, in quanto i racconti della seconda (che gli evangelisti, si intende dire, avrebbero potuto - ma non hanno voluto – propinarci)  vengono definiti “bene architettati”, cioè ben costruiti secondo la verosimiglianza ma falsi, lasciando così implicitamente intendere che i racconti evangelici, pur non essendo ben costruiti, sono però veri.

 

In realtà, la verità di questi ultimi può essere valutata solo quando da essi si sia ricavata un’unica sequenza logico-cronologica.

Sia i racconti del tipo (a) sia quelli del tipo (b) sono in effetti privi di inverosimiglianze e contraddizioni; dal che deriva che anche quelli del tipo (a), ossia quelli veri, sono “bene architettati”, anche se ovviamente non vi è stato l’intervento di alcun architetto.

 

La realtà è infatti per definizione sempre “ben architettata” sotto il profilo narratologico: come diciamo altrove, è sempre un puzzle a incastri perfetti.

L’assenza di inverosimiglianze e contraddizioni dunque non caratterizza solo le opere di fiction ben costruite, ma anche i resoconti fedeli di eventi reali.

 

Come già abbiamo detto: il fatto che la vicenda sia bene architettata, ossia che esista la possibilità di procedere all’armonizzazione, è condizione necessaria per la veridicità dei racconti, ma non ne è condizione sufficiente; non è però neppure, come vorrebbe invece insinuare Messori, condizione sufficiente di non veridicità, ossia di falsità.

(Resta il fatto che, al contrario, l’impossibilità di procedere all’armonizzazione è condizione sufficiente per poter affermare la falsità di almeno alcuni dei racconti; non restando esclusa, ovviamente, l’ipotesi che siano falsi tutti.)

 

L’armonizzazione rappresenta dunque la prima fase – irrinunciabile - del lavoro esegetico.

 

3) A questo punto - ma solo a questo punto -, può iniziare la seconda fase, quella che dovrebbe consentire di decidere quale delle due ipotesi, (a) e (b), del punto 2) sia più rispondente al vero.

Nel nostro caso, non essendo possibile, per la vita e le opere di Cristo, reperire conferme nella storia propriamente detta, ossia nella storia civile e politica, si può e si deve ricorrere agli “argomenti indiziari” di cui abbiamo fornito sopra un elenco.

Di tali indizi si dovranno attentamente valutare l’attendibilità e l’importanza.

 

I criteri metodologici messi ossessivamente in campo da Messori e C. sono dunque rispettabilissimi; ma, in mancanza di una sequenza definita di eventi a cui applicarli, restano flatus vocis.

Possono perciò venire presi in considerazione solo dopo che si sia portata a termine la prima fase, quella dell’armonizzazione, che è imprescindibile.

 

Per esprimere il principio nella bimillenaria lingua della Chiesa: primum facta harmonice componere, deinde interpretari.

 

 

Il “vangelo quadriforme”

 

Naturalmente tutto ciò dipende dal fatto che quello di cui noi disponiamo è un “vangelo quadriforme”.

Se avessimo un unico vangelo, ossia una sequenza di eventi già strutturata, tutto si ridurrebbe ad eliminare eventualmente qualche contraddizione interna, dopodiché si potrebbe passare direttamente alla fase 2.

 

In sostanza: la presenza del vangelo quadriforme è il dato decisivo che cambia radicalmente i termini della questione.

È importante sottolineare che i problemi che esso crea non hanno nulla a che vedere con il carattere prodigioso dell’evento pasquale.

 

L’apologetica si sforza di attribuire a tale carattere tutte le difficoltà che l’esegesi incontra nei racconti della Pasqua.

Ma si tratta di mistificazione, perché con una serie di resoconti paralleli quali sono quelli che figurano nei testi evangelici non si potrebbe raccontare in modo comprensibile (e credibile) neppure la prima guerra mondiale o la finale della Champions League.

Questa è la realtà.

 

 

Conclusione a mo’ di parabola

 

Possiamo tentare di ricapitolare simbolicamente, in stile ... evangelico, quanto abbiamo ora detto.

 

Un uomo, dovendo fare un lavoro importante da cui dipendeva il suo futuro, si comprò una macchina assai costosa, la migliore di quel tipo che si potesse trovare sul mercato. Quando però l’ebbe in casa, vide con gran disappunto che non riusciva a farla funzionare correttamente.

E al pari di lui, purtroppo, non vi riuscirono neppure i tecnici mandati ripetutamente dalla ditta costruttrice. Sollecitato dalle sue energiche rimostranze, si scomodò addirittura il direttore, che si recò a casa del cliente per fargli una lezione in piena regola sui pregi delle macchine uscite dalla sua fabbrica.

Gli fece presente l’eccellenza dei materiali impiegati nella costruzione, l’altissima specializzazione delle maestranze, i riconoscimenti internazionali ricevuti, gli eccezionali risultati di vendita … Sicché, concluse, sarebbe stato del tutto irragionevole da parte dell’acquirente continuare a pensare di aver fatto un acquisto infelice.

Quanto alla macchina che aveva sotto gli occhi fu però irremovibile: si rifiutò assolutamente di mettervi mano per cercare di farla funzionare.

Lo sfortunato compratore dovette accontentarsi della valanga di argomenti da cui si doveva infallibilmente dedurre che egli aveva fatto un ottimo acquisto.

 

Ecco: spesso e volentieri l’apologetica si comporta come il direttore di quella ditta. In particolare, proprio nell’esame dei racconti pasquali.

 

 

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