Thursday, 21 September 2017
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        La pretesa 'dittatura del relativismo'

 

 

 

 

 

Dopo aver precisato che cosa si debba intendere per relativismo, passiamo ad  esaminare la legittimità della formula papale che associa il concetto di relativismo a quello di dittatura.

 

Possiamo senz’altro affermare che si tratta di una formula mistificatoria.

Assai più dell’aggettivo da cui si forma, il termine “relativismo” ha  connotazione negativa. Ma la stessa cosa vale, semmai a maggior ragione, per quello che è il suo opposto, ossia “assolutismo” (dato che “assoluto” è l’opposto di “relativo”). Anzi, “assolutismo” si presta assai meglio a venir associato a “dittatura”.

 

In effetti, “dittatura del relativismo” è una pura e semplice contraddizione in termini. In una prospettiva relativistica infatti tutto (o quasi tutto) rimane aperto, sempre suscettibile di modifica, di precisazione, di ridefinizione; proprio l’opposto, quindi, di quel che richiama il termine “dittatura”, il quale suggerisce l’idea di un’organizzazione ferrea che si presenta come definitiva e non ammette discussioni né variazioni.

Sarebbe altrettanto illogico parlare, ad esempio, di una dittatura del lassismo o del permissivismo.

 

“Dittatura” inoltre suggerisce l’idea di un coordinamento, di una regìa più o meno occulta: qualcosa come il “Sistema” dei sessantottini, il “grande Satana” della propaganda islamica antiamericana, l’ “impero del male” dei presidenti statunitensi; si tratta di formule coniate da chi ha bisogno di un bersaglio, di un idolo polemico.

Si dovrebbe semmai parlare, anziché di dittatura, di “tendenza diffusa”, di “voga inarrestabile”, di un “dilagare del relativismo”: espressioni assai più adatte ad esprimere una realtà che è in effetti acefala e polimorfa.

 

Ma, ben s’intende, denunciare con uno slogan l’esistenza di una dittatura è molto più efficace, fa molto più gioco: in virtù della connotazione chiaramente e immediatamente negativa, il termine si presta meglio a compattare le file contro un nemico comune. Ciò in fondo corrisponde alla vocazione al martirio propria della Chiesa, al suo destino (e vanto) di eterna perseguitata; e con l’alibi di ribellarsi a una dittatura di cui ci si proclama vittime si punta ad acquisire il diritto di imporre la propria dittatura.

 

In ogni caso, è paradossale che la denuncia di una dittatura nel campo del pensiero venga proprio da un’istituzione di struttura rigidamente verticistica a capo della quale sta un uomo che rivendica a sé nientemeno che l’infallibilità nella tutela e nello sviluppo di un patrimonio dogmatico intangibile.

Nel caso specifico di Benedetto XVI, poi, non va dimenticato il ruolo di censore da lui ricoperto per oltre vent’anni come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Non è pertanto fuor di luogo pensare che chi denuncia a gran voce una presunta dittatura del relativismo meriterebbe di sperimentare sulla propria pelle una bella “dittatura dell’assolutismo”. Non del suo, naturalmente: dell’assolutismo di qualche altro sedicente depositario della verità.

 

Non sappiamo dire fino a che punto il Papa si renda conto che la denuncia di una pretesa dittatura del relativismo costituisce di fatto, come già si accennato, una vera e propria dichiarazione di guerra alla cultura laica. 

La quale, per forza di cose, è per sua natura inevitabilmente “relativistica”: in tutte le sue articolazioni e in tutte le sue sedi (ivi compresi i centri universitari), non può che dispensare, per buona parte dello scibile, certezze “relative” e provvisorie; limitandosi a promuovere, sul versante della ricerca, un confronto di opinioni da cui possano scaturire certezze nuove.

 

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Ma, a prescindere dalla maggiore o minore consapevolezza che il Papa possa avere dell’obiettiva aggressività della formula impiegata, chi si dichiara laico non può non reagire con vigore per denunciare l’intolleranza e l’arroganza della posizione della Chiesa.

 

 

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