Wednesday, 22 November 2017
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                  La filologia di Ratisbona 

 

 

Dopo aver toccato nel capitolo precedente una questione di metodo relativa al logos, entriamo ora nel merito del problema: qual è il significato del termine logos che compare nei primi versetti del quarto vangelo? È ‘ragione’ (ted. Vernunft), come sostiene Benedetto XVI o ‘parola’, come da venti secoli pare a tutti gli altri studiosi? 

Va detto che il Papa cerca di attenuare il carattere rivoluzionario della propria interpretazione assegnando in via di principio al termine greco entrambi i valori: “Logos significa insieme ragione e parola – una ragione [sic] che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione”. Ma, di fatto, già in precedenza, citando le parole dell’imperatore bizantino, aveva stabilito una piena e perfetta corrispondenza tra logos e ragione.

 
Noi possiamo tranquillamente presentare subito la nostra conclusione in proposito: in Gv 1,1 Logos significa semplicemente ‘parola’, e non ‘ragione’; più precisamente, indica la parola di Dio, la parola creatrice.
Lo conferma indirettamente anche il richiamo, fatto dallo stesso Ratzinger, a Gen 1,1; e si veda Paolo, Col 1, 16: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”; cfr. del resto il v. 10 dello stesso prologo giovanneo: “e il mondo fu per mezzo di lui”.
In ogni caso, in latino si è tradotto con Verbum (san Gerolamo in questo caso ha visto giusto), e in 2000 anni di tradizione nel campo dell’ermeneutica e della spiritualità il logos giovanneo come ratio non ha avuto nessun ruolo. Proviamo ad immaginare un “In principio erat ratio” …
Questo perlomeno nel mondo di lingua latina, cioè proprio in quell’Europa su cui si appunta l’attenzione del pontefice. La seconda persona della Trinità che “era presso Dio” è il Verbo, non la ragione, pur se logos poteva valere anche ‘ragione’.
 
Se consideriamo la storia di logos nella tradizione filosofica greca, sulla scorta del Theologischer Begriffslexikon zum N. T. di Coenen, Beyreuther e Bietenhard, vediamo che, in un senso approssimativamente simile a quello presentato da Ratzinger - ossia di principio metafisico che governa il mondo, di razionalità intrinseca al reale - il termine si trova in Eraclito, ossia sei secoli prima della redazione del quarto vangelo, e in qualche misura nel suo contemporaneo Parmenide.
Successivamente, nella sofistica, in Socrate, in Platone e in Aristotele la storia di logos ha sviluppi che privilegiano direzioni diverse. Tali sviluppi si possono riassumere nel deciso prevalere del significato di ‘parola’, ossia di strumento dello scambio intersoggettivo di contenuti concettuali, mentre l’area semantica del ‘pensiero razionale’ risulta coperta preferibilmente dalla famiglia noéo/voûs. Logos torna ad assumere il senso di “principio costitutivo del mondo” con lo stoico Crisippo alla metà del III secolo; naturalmente, sempre in una versione panteistica anziché teistica.
 
Venendo al tempo di Gesù, come già abbiamo accennato, “il titolo Logos, preso in senso personale e senza determinazioni, si legge solo nel prologo di Giovanni, in tutto il Nuovo Testamento. Negli altri scritti giovannei ritorna ancora un paio di volte, ma qualificato da un genitivo. Nell’Apocalisse (19, 13), il “Logos di Dio” è la Parola divina all’opera nella storia della salvezza …” (Léon-Dufour, “Lettura del Vangelo secondo Giovanni”, vol. 1, p. 89).
 
Crediamo non occorra altro per dimostrare che il prologo giovanneo è, non diremo un corpo estraneo, ma in qualche modo un unicum nella Bibbia, e quindi mal si presta, in ogni caso, a fornire una solida base alla tesi di Benedetto XVI circa il significato di logos.          
Nel Nuovo Testamento il termine ha sempre il valore fondamentale di ‘parola’. Può tutt’al più esprimere la ‘sapienza’ divina manifestatasi nella Creazione, ma il termine che nel periodo intertestamentario viene impiegato per veicolare tale concetto è sophía, non logos; senza contare che la Sophia stessa, che di sé dice “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo” (Sir 24,3), a poco a poco si era assimilata alla Parola di Dio, e addirittura “identificata alla Legge” (Léon-Dufour 100).
 
Qualche altro riscontro. In “Messaggio evangelico e cultura ellenistica”, di Jean Danielou, il termine logos come equivalente di “ragione” non compare mai. Nel capitolo dedicato ad Aristotele, tale area semantica è coperta da philosophía, noûs e sophía. L’occorrenza di logos in Gv 1, 1 non viene neppure citata; Gv 1, 3 appare solo in una citazione da Ireneo in cui si dice che “Adamo … ricevette la sua sostanza, la sua formazione dalla mano di Dio, cioè dal Verbo di Dio (tutto è stato fatto da Lui: Gv. 1,3)” (p. 218).
 
Per finire, vediamo quanto dicono sul significato di logos nel prologo di Giovanni i due più autorevoli commentatori del quarto vangelo: Rudolf Schnackenburg e Raymond E. Brown, entrambi cattolici (di regola peraltro poco propensi a sacrificare il rigore scientifico alle esigenze dell’apologetica).     
 
Schnackenburg - tanto caro a papa Benedetto - scrive, a p. 293 del primo volume (ediz. italiana) del suo monumentale commento:
“… il Logos, che l’inno presenta, è la ‘parola’, per mezzo della quale Dio ha creato ogni cosa (v. 3). Ma questa ‘parola’ è più che il ‘parlare’ di Dio all’alba della creazione; è la ‘parola’ personale, che in un’ora della storia è divenuta ‘carne’, Gesù Cristo, la cui esistenza viene ricondotta al ‘tempo’ prima del mondo, all’eternità divina.” Chiarissimo, ci sembra.
 
Quanto a Brown, traduce Logos con ‘Word’ senza neppure impostare una discussione su possibili altri valori del termine nel contesto considerato. Ancora più chiaro, se possibile.
 

Sotto il profilo storico-filologico, dunque, la scelta di Ratzinger di puntare, senza il sostegno di alcuna autorità, sul significato di ‘ragione’ per il logos di Gv 1, 1.3 – poggiando su di essa tutto il discorso e traendone per di più la “smisurata” conclusione di un’intima sintonia tra pensiero greco e messaggio biblico – appare decisamente indifendibile.

 

 

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