Wednesday, 22 November 2017
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La Bibbia nella scuola: un'occasione d'oro 

 

 

 

 

Finalmente! Leggiamo e facciamo leggere la Bibbia! Quel libro che la Chiesa per secoli ha prudentemente proibito ai suoi fedeli viene ora promosso a tambur battente: dopo che la RAI, un anno fa, ha mandato in onda nientemeno che una lettura integrale non stop, è giunta ora la decisione di renderne obbligatorio lo studio nelle scuole. Se n’era già parlato cinque anni or sono, ma adesso pare che sia veramente arrivato il gran momento.

 

Sull’utilità della conoscenza dei testi biblici vi è un vastissimo consenso anche da parte di laici della più bell’acqua, da Tullio De Mauro a Umberto Eco.

È assurdo, si dice, che i nostri ragazzi studino l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide e non conoscano nulla della Bibbia. È infatti innegabile che una certa conoscenza della mitologia biblica, come di quella greco-romana, è indispensabile per leggere tante opere letterarie dei secoli passati, a cominciare dalla Divina Commedia, e soprattutto per comprendere meglio tanta parte del patrimonio delle nostre arti figurative: la Bibbia è in effetti quel “grande codice” di cui ha parlato Northrop Frye.

 

A questa motivazione di ordine culturale se ne aggiungono altre. Da parte cattolica si insiste ovviamente su una finalità di edificazione: secondo Maria Stella Gelmini, ad esempio, “la scuola deve istruire i ragazzi ma deve anche formare dei cittadini responsabili e degli adulti consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Questo insieme di valori e insegnamenti, nel mondo occidentale, è rappresentato dalla tradizione cristiana”.

Tra i laici, viceversa, vi è chi, come Margherita Hack, pensa che “sia utile introdurre lo studio critico della Bibbia che evidenzi come le superstizioni religiose non possano vestire i panni della scienza”. Il fatto andrebbe insomma considerato positivo “come risposta critica ad una deriva che vuole il Libro una fonte scientifica”.

 

Giusto, giustissismo. Ma la cosa di gran lunga più importante è che l’introduzione della Bibbia nelle scuole, nonché la concomitante diffusione di copie integrali del libro, come la Bibbia pocket, offre finalmente una magnifica occasione per far leggere ai ragazzi, e in genere a un pubblico più vasto, gli innumerevoli passi della Scrittura che risultano imbarazzanti per l’apologetica perché decisamente sconvenienti. Sconvenienti per vari motivi:

 

1) o perché del tutto irrilevanti ai fini, non diciamo di un’edificazione spirituale, ma anche di un’azione pedagogica di qualunque tipo; tali sono ad esempio alcuni interminabili elenchi di nomi di persone e di luoghi, nonché numerose minuziosissime prescrizioni cultuali: si tratta di pagine che certo neppure il Papa ha mai letto integralmente;

 

2) o perché raccontano storie di sesso e di violenza degne delle peggiori fictions: vicende boccaccesche, stupri, incesti, crudeltà raffinate spesso compiute proprio dagli “uomini di Dio”, e con la sua benedizione;

 

3) o perché contenenti precetti che alla nostra coscienza morale risultano assolutamente inaccettabili (tra questi, nientemeno che l’ordine di accoppare i congiunti che abbiano propensioni idolatriche e cerchino di diffonderle);

 

4) o perché presentano addirittura un Dio che sbava dall’ira (ira che egli stesso dichiara di dover assolutamente “sfogare”) e ordina massacri a gogo; provvedendo a compiere direttamente, tra gli altri, il più spettacolare di tutti, il Diluvio, ossia il massimo genocidio concepibile, vera e propria “soluzione finale”.

 

Se ora tali assurdità e nefandezze, debitamente segnalate, vanno nelle mani dei ragazzi, c’è la straordinaria opportunità di mostrar loro qual è la vera natura della “parola del Signore” e il vero volto di colui che noi dovremmo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze perché, come ci ammonisce solennemente Benedetto XVI, Deus charitas est: Dio è amore!

È pertanto quanto mai auspicabile che nasca qualche iniziativa volta ad offrire il testo in un’edizione che evidenzi graficamente i passi più imbarazzanti per l’apologetica, costringendo continuamente l’insegnante di turno a impegnare tutte le sue energie per cercar di salvare la faccia al sacro testo e al suo divino autore.

 

La Chiesa, come già si è accennato, ha sempre visto di malocchio che la Scrittura finisse nelle mani dei fedeli senza la sua mediazione e il suo controllo. L’ha sempre considerata alla stregua di quei film o di quei programmi televisivi di cui viene sconsigliata la visione ai minori non affiancati e assistiti da un adulto.

E dopo l’avvento della Riforma ha sempre tenuto un atteggiamento ben diverso da quello dei protestanti, e dei luterani in particolare, favorevoli a una lettura e a un’interpretazione autonoma.

 

La storia dei proclami contro la libera lettura della Bibbia in volgare, ossia in una lingua comprensibile anche a coloro (la stragrande maggioranza) che non comprendevano più il latino, si può far partire almeno dal 1229, anno in cui il concilio di Tolosa proibì ai laici di possedere copie della Scrittura, mentre cinque anni più tardi quello di Tarragona prescrisse che si dessero alle fiamme tutte le traduzioni in volgare.

Dopo il concilio di Trento, quando venne istituito l’Indice dei libri proibiti, la Bibbia vi fu immediatamente inserita.

 

Per passare a tempi più recenti, vale la pena di ricordare che non un ateo arrabbiato, ma un papa nel pieno possesso delle sue facoltà mentali è arrivato a scrivere che la diffusione della Bibbia nelle lingue parlate è la più maligna delle invenzioni umane (sic); una vera peste, la distruzione della fede, il pericolo più grande in cui possono incorrere le anime, una nuova specie di zizzania seminata dal maligno (sic!), un'empia macchinazione dei protestanti, una rovina inesorabile della sacrosanta religione”.

Sono parole tremende, che Pio VII scrisse nel 1816. Pochi anni dopo, Leone XII inveiva contro le nascenti società bibliche che, non contente di vendere le bibbie ai fedeli, arrivavano persino a regalarle. Il che è proprio quel che la Chiesa fa oggi, quando regala una bibbia ai giovani in occasione della cresima.

 

Ora, invece, “contrordine, compagni!”  Si sa, siamo pur sempre nel postconcilio, ci sono le suggestioni dell’ecumenismo e del politically correct, si sentono gli imperativi dell’apertura e della trasparenza ... La Chiesa teme di vedersi bollare come una setta chiusa nella difesa di un patrimonio dogmatico accessibile solo agli iniziati: la parola di Dio deve essere democraticamente messa alla portata di tutti.

 

Ma le perplessità e le resistenze non mancano. In fin dei conti, la Bibbia è rimasta quel che era, sicché i motivi che per secoli ne hanno sconsigliato la diffusione indiscriminata permangono tutti, immutati.

Ci limitiamo a ricordare un paio di fatti che testimoniano questo disagio della Chiesa di fronte alle prospettive di una divulgazione incontrollata del testo biblico, anche se in traduzioni ineccepibili.

 

Il primo è la decisione presa da Paolo VI di epurare – ovviamente solo per l’uso liturgico - il libro dei Salmi, allo scopo di eliminare non pochi passi che potrebbero recare scandalo ai fedeli.

Il secondo è l’iniziativa di mons. Betori, segretario della CEI, che nel 2006 raccomandava la massima prudenza nella liberalizzazione della lettura della Bibbia, naturalmente usando un linguaggio tale da non far capire al colto e all’inclita quel che pensava. Riportiamo uno stralcio del suo mirabile discorso:

 

“Occorre anzitutto sfuggire un biblicismo kerygmatico, che vorrebbe confondere la potenza della Parola con una sua proclamazione priva delle necessarie mediazioni, affidando la forza esistenziale del messaggio a una specie di cortocircuito interpretativo che annulla distanze culturali e mediazioni ecclesiali”.

 

Ecco, dunque: con questo meraviglioso esempio di ecclesialese si riafferma la necessità di mantenere operanti le “mediazioni ecclesiali”, che altro non sono se non il controllo della Chiesa sulla fruizione e interpretazione del testo sacro.

Ma non basta. Betori così prosegue:

 

“Occorre pure guardarsi da una lettura tematica della Bibbia che, per affermarne la validità universale, ne nega di fatto la dimensione storico-salvifica e la riduce a fonte di contenuti valoriali, disponibili per ideologie o etiche pronte all'uso sociale.” Ed ammonisce che “è poi necessario evitare che si crei all'interno delle nostre Chiese una specie di aristocrazia ecclesiale [….]  Viceversa occorre evitare che continui a scorrere, parallela a questa vicenda spirituale, la vita di tanta gente ancora legata a forme devozionali tradizionali […] In tal modo si evita anzitutto quell'esiziale equiparazione tra Scrittura e parola di Dio (sic!) che appartiene a tanto linguaggio ecclesiale corrente e che manifesta il distacco crescente tra la Scrittura e la Chiesa, sottraendo alla fede ecclesiale la decisione circa il senso ultimo della Scrittura.”

 

Come si vede, il succo del discorso sta tutto nei verbi da noi evidenziati col corsivo: sfuggire … guardarsi … evitare … evitare … evitare … In sostanza, quindi, la cosa migliore (pur se non si può dirlo a chiare lettere, s’intende)  sarebbe evitare puramente e semplicemente di far leggere la Bibbia ai fedeli. Poiché non si può farlo, procuriamo almeno, dice Betori, di non incoraggiare tale pratica.

 

Se dunque ora pare prevalere la strategia opposta, ovvero una scelta più coraggiosa, ci pare opportuno - piuttosto che deplorare “l’introduzione dell’imbecillità nella scuola”, come è stato fatto - studiare il modo migliore di approfittare della straordinaria occasione che viene offerta.

Che si legga la Bibbia, dunque; ma che la si legga tutta, compresi i passi che l’apologetica pudicamente definisce “difficili” per non dire che sono “scomodi”, o meglio ancora “impresentabili”.

Anzi, la lettura di tali passi, come si è detto, dovrebbe venire addirittura privilegiata. Se non altro per dare a tutti il modo di capire (e questo è innegabilmente un fatto culturale di sommo rilievo) come mai il libro sacro dei cristiani abbia potuto venire inserito nell’ “Index librorum prohibitorum”; inserito cioè - incredibile ma vero - tra i libri la cui lettura è preclusa ai fedeli.

 

Il Signore, le cui vie sono infinite, ha chiesto, per bocca della Chiesa, che la sua Parola sia portata a conoscenza di tutti: bene, l’antiapologetica può cercare di far sì che tale conoscenza si riveli un boomerang.

In tal modo imiterebbe Dio stesso in quella che, ci si assicura, è una sua caratteristica peculiare: la capacità di trarre un bene dal male. Detto più laicamente: sarebbe un bell’esempio di eterogenesi dei fini.

 

 

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