Thursday, 21 September 2017
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           L'origine del clamoroso equivoco   

 

 

 

A questo punto si impone una domanda: come ha potuto nascere e affermarsi, mantenendosi poi saldamente nei secoli sino ai nostri giorni, un equivoco così clamoroso? 

 

 

 

Il Gesù della storia e il Gesù dei vangeli

 

Per rispondere a tale domanda occorre fare almeno un accenno a una questione preliminare, che potremmo definire del “Gesù ebreo”, in quanto consiste nello stabilire fino a che punto il Nazareno si conformò alla dottrina e alla prassi del giudaismo.

Non sono rari infatti gli studiosi che sottolineano con forza la stretta osservanza, da parte di Gesù, dei precetti e dello spirito della tradizione religiosa del suo popolo, minimizzando o addirittura negando la sua volontà di provocare una rottura con la tradizione religiosa d’Israele, e tanto meno di fondare una nuova religione.

Un esempio di radicalità in questo atteggiamento ce lo fornisce P. Flores d’Arcais: “Gesù non è mai stato cristiano. Non si è mai proclamato Messia. Gesù era un profeta ebraico apocalittico itinerante, che annunciava nei villaggi della Galilea la prossima fine del mondo e l’incombente trionfo del Regno dove gli ultimi saranno i primi”.

 

Non possiamo qui prendere posizione su una questione del genere. Ci limitiamo a osservare che essa costituisce un aspetto della più vasta problematica relativa al “Gesù storico”, mirante a delineare la figura del Nazareno, e in particolare a stabilire fino a che punto sono attendibili le informazioni che su di lui ci forniscono gli evangelisti.

A questo scopo sarebbe importante sapere quando i vangeli furono scritti, in tutte le loro parti.

 

Oggi alcuni apologeti, sulla scia della tesi di Jean Carmignac secondo cui i testi greci che noi possediamo sarebbero traduzioni (ahimè, assai poco accurate!) di originali semitici, insistono per una datazione più “alta”, ossia più antica, di quella sostenuta dalla maggioranza degli studiosi: i primi vangeli, quello di Marco e forse quello di Luca, risalirebbero a loro giudizio agli anni Quaranta del primo secolo, risultando quindi posteriori di soli dieci o vent’anni alla morte di Gesù.

Ciò costituirebbe garanzia di fedeltà alla realtà storica, in quanto, si sostiene, eventuali informazioni inesatte sarebbero state smentite dai testimoni ancora presenti in gran numero.

 

L’argomento è di per sé capzioso (come noi dimostriamo nel paragrafo “Se avessero mentito sarebbero stati sconfessati” de Gli appelli al buon senso, nella monografia L’apologetica e i racconti pasquali); ma il guaio maggiore è che i primi manoscritti completi dei vangeli in nostro possesso risalgono al IV secolo, ossia proprio all’epoca in cui, col riconoscimento politico ufficiale e i primi due grandi concili, la dottrina cristiana riceveva una sistemazione quasi definitiva. Sicché non abbiamo alcuna garanzia che le primissime versioni di tali testi corrispondessero in tutto e per tutto a quelle che noi possediamo.

È evidente che per il problema che qui ci poniamo sarebbe utile sapere, per ciascuna affermazione attribuita a Gesù, se essa risale effettivamente a lui o è frutto dell’idea che della sua identità e della sua missione si fece la comunità primitiva dei credenti.

 

 Sarebbe utile, abbiamo detto; non è comunque necessario, poiché a noi interessa in primo luogo porre a confronto, su un piano sincronico, la religione cristiana quale si presenta nel Catechismo della Chiesa cattolica e la religione giudaica testimoniata dall’AT.

Di conseguenza, non potendo disporre di certezze circa l’autenticità delle informazioni evangeliche su quel che fece e disse Gesù, noi, come ipotesi di lavoro, considereremo in via di principio autentiche tutte le esternazioni attribuitegli nei vangeli canonici.

 

Di qui un corollario: poiché molte di tali esternazioni appaiono decisamente contrastanti, dobbiamo supporre che fosse lo stesso Gesù ad essere incerto, ad avere un atteggiamento oscillante. Tutte le contraddizioni scaturite dal lavorio, durato parecchi decenni, che ha portato i testi evangelici alla forma in cui li possediamo, finiscono ovviamente per investire la persona di Gesù, attribuendole tratti di marcata incoerenza.

È comunque legittimo anche ipotizzare che egli in effetti sia giunto solo gradualmente all’idea della sua missione e della sua provenienza celeste, che vi sia stata cioè un’evoluzione nel suo atteggiamento, o quanto meno un’acquisizione graduale di consapevolezza delle novità dirompenti portate dalla sua predicazione.

 

Concretamente, il problema riguarda soprattutto i primi punti che noi abbiamo elencato fra i tratti qualificanti del cristianesimo: Trinità, Incarnazione (e quindi missione da parte del Padre), morte e risurrezione, nuova alleanza che sostituisce l’antica e imperativo della predicazione del vangelo a tutte le genti.

 

Per quanto riguarda il valore dell’espressione “figlio di Dio”, è vero che essa di per sé non aveva il valore teologico che ha nel “Credo” cristiano, potendo venire intesa nel senso di “figlio secondo la grazia, secondo l’elezione”; nell’AT si usava per indicare il re e anche Israele stesso.

Ma già nei sinottici, e in particolare in Marco, vi sono numerosi passi in cui la divinità di Gesù viene più o meno direttamente affermata : v. ad es. Mc 3,11 e 5,7 (l’annuncio è fatto dai demòni stessi che vengono cacciati); Mc 14,61 (dichiarazione del Nazareno di fronte al Sommo sacerdote) ; Mc 15,39 (esclamazione ammirativa del centurione).

Implicite autoaffermazioni del proprio status divino sono poi due atteggiamenti che Gesù assume più volte: il proclamarsi signore del sabato (di cui si permette di non rispettare i divieti), e l’arrogarsi il potere e il diritto di rimettere i peccati, prerogativa esclusiva di Dio.

 

In ogni caso, ci pare indiscutibile che se si accetta la testimonianza del quarto vangelo non è possibile dubitare del fatto che Gesù abbia apertamente proclamato la propria divinità: affermazioni quali, ad esempio, “Io e il padre siamo una cosa sola” o “Chi vede me vede il Padre”; e in particolare il “Prima che Abramo fosse, io sono”, seguito dal rinfaccio di Gv 10, 33 (“Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per bestemmia, e poiché tu, che sei un uomo, fai te stesso Dio”) ci sembrano inequivocabili.  

Del resto, il “discorso sul pane di vita” di Gv 6 ha senso solo se chi si offre come cibo indispensabile per raggiungere la beatitudine eterna è di sostanza divina.

 

 

Gesù e l’Antico Testamento

 

È un fatto che Gesù nella sua predicazione utilizza in modo massiccio i riferimenti alla Scrittura - ossia a quel che è per noi l’AT - e ne presuppone la conoscenza nei suoi ascoltatori. Tanto per fare una minima esemplificazione:

elenca i comandamenti più importanti (Mt 19, 18-19 e 22, 37-40 par.)                                            

parla del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (Mt 22, 32 par.)

nella sinagoga di Nazaret legge il passo di Isaia 61, 1-2 (nonché 58, 6) e proclama compiuta la profezia ivi annunciata;

risponde allo stesso modo agli inviati del Battista (citando da Is 26; 29; 35 e 61);

nell’episodio della Trasfigurazione identifica il Battista con il profeta Elia tornato sulla terra;

si esibisce in numerosissime citazioni dai Salmi;

si richiama alla Scrittura per tuonare contro i profanatori del Tempio;

“spiega”, prima ai due discepoli di Emmaus e poi agli Undici, passi scritturali che a suo dire preannunzierebbero la sua morte e risurrezione (anche se tali passi ancora oggi nessuno riesce a reperirli, come vedremo in seguito, il bluff di Gesù pare aver funzionato);

ma soprattutto egli afferma di non essere venuto ad abolire la Legge (di cui, sottolinea enfaticamente, non cadrà “neppure uno iota”), bensì a compierla. Senonché, a parte il fatto che egli si contraddice anche formalmente, poiché in realtà annuncia precisi cambiamenti (cfr. i vari “Avete inteso che fu detto ... ma io vi dico ...”), tale affermazione è sfacciatamente mistificatoria: in effetti, col solo fatto di proclamarsi figlio unigenito di Dio egli sgretola letteralmente la religione veterotestamentaria.

 

Gesù insiste molto, anche con atteggiamenti provocatori e clamorosi, sulla condanna dell’interpretazione farisaica della Legge, attenta al rispetto formalistico delle prescrizioni e chiusa alla percezione della misericordia divina: ma, come dice la Pontificia Commissione Biblica ne “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (p. 81),  “non si trattava da parte sua di capriccio da contestatore, ma, al contrario, di fedeltà più profonda alla volontà di Dio espressa nelle Scritture”.

Insomma, Gesù dà continuamente l’impressione di voler restaurare la purezza originaria della fede contro le distorsioni di un’interpretazione legalistica. Tanto che persino quando contrappone il proprio insegnamento ai precetti mosaici, come avviene a proposito del diritto di divorzio (cfr. Mt 5, 32 e 19, 8-9), paradossalmente lo fa affermando di voler rimettere in vigore la Legge originaria, premosaica.

È comprensibile quindi che si imponesse presto l’idea di un compimento, di un’interpretazione autentica, da parte di Gesù, della religione veterotestamentaria; mentre in realtà, ripetiamo, si trattava di vero e proprio sovvertimento.

 

Se dai Vangeli allarghiamo lo sguardo ad altri testi del NT, vediamo che anche qui il radicamento veterotestamentario è la regola. Gà nel primo discorso tenuto alla folla il giorno di Pentecoste Pietro si esibisce in lunghe citazioni (dal capitolo 3 di Gioele e dai salmi 16 e 110) che appaiono decisamente forzate.

In particolare, la prima - lunghissima - lascia perplessi: la nuova prospettiva dischiusa dal Cristo (noi oggi potremmo dire: il cristianesimo) ha forse come suo tratto qualificante il profetare e le “visioni” dei giovani, nonché i “sogni” dei vecchi? È evidente che l’unico modo di attribuire un senso al richiamo biblico è vedervi un preannunzio di parusia imminente (peraltro escluso, come ogni altro preannunzio del genere, dal Magistero e dall’apologetica).

 

Non meno pretestuoso, per fare un altro esempio, il discorso di alto spessore teologico costruito dall’autore della Lettera agli Ebrei intorno alla figura di Melchìsedek, enigmatico protagonista di tre soli versetti della Genesi (14, 18-20), richiamato poi in modo non meno enigmatico in un versetto del salmo 110.

Paolo, dal canto suo, in quella che è la prima formulazione del kérygma, non esita a proclamare che “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture ...” (1Cor 15, 3-5); e un’affermazione simile gli attribuisce Luca in At 26, 22-23: “i Profeti e Mosè dichiararono [...] che il Cristo avrebbe dovuto soffrire e che, primo tra i risorti da morte, avebbe annunziato la luce al popolo e alle genti”.

 

Ma, soprattutto, nei capitoli 9-11 della “Lettera ai Romani” Paolo parla esplicitamente del problema dei rapporti tra la la nuova fede e la fede tradizionale d’Israele, introducendo la metafora dell’olivastro innestato sull’olivo.

L’innesto sarà fecondo, scrive, perché sana è la radice su cui è stato operato (radice che altro non è se non il giudaismo testimoniato dal nostro AT); al contrario, i rami eliminati per consentire l’operazione “sono stati tagliati per mancanza di fede”: rappresentano i giudei che non hanno riconosciuto in Gesù il Messia di cui le Scritture parlavano da secoli.

Potranno però sempre ravvedersi, in virtù della loro appartenenza alla radice dell’olivo buono; in ogni caso, dice Paolo, “l'ostinazione di una parte d'Israele è in atto [solo] fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto [...]” (Rm 11, 25-26).

 

Si configura in sostanza l’idea di una sorta di biforcazione nella Storia della salvezza, biforcazione in cui i giudei avrebbero sbagliato strada; o, se si preferisce, avrebbero continuato sulla vecchia non accorgendosi che la strada giusta è quella nuova, che dalla vecchia si diparte.

Avrebbero insomma equivocato, non rendendosi conto che Gesù era l’uomo preannunziato da tutta la Scrittura.

 

Senonché la nuova religione, proprio perché non etnica, bensì universalistica, mostra subito di avere chances enormi, e praticamente “cancella” l’altra, la sostituisce (anche a causa dell’intervenuta diaspora di Israele), acquistando facilmente il crisma di “vera interpretazione”, “giusto sviluppo” del giudaismo, “compimento” della Legge profetato da secoli.

Il giudaismo ortodosso diventa così “devianza”; mentre in effetti deviante - e clamorosamente - è proprio il cristianesimo.

 

 

Due nodi dottrinali 

 

a)  Sotto il profilo esegetico, uno dei nodi più appariscenti è un problema a cui abbiamo più volte accennato: la ripetuta mistificatoria affermazione secondo cui la vicenda pasquale di Gesù (passione, morte e risurrezione) sarebbe preannunziata “nelle Scritture”, vale a dire nell’AT.

 

È Gesù stesso che dà inizio al tormentone parlando ai due di Emmaus: “"Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24, 25-27).

Nientemeno! Si comincia addirittura da Mosè. Sfortunatamente, circa questa meravigliosa abbondanza di preannunzi l’esegesi devota non riesce a darci alcun lume.

In effetti, anche ammesso che Gesù abbia interpretato la figura del servo sofferente in senso individuale (anziché in senso collettivo, secondo l’esegesi allora corrente), come poteva rimproverare i discepoli per il fatto di essere rimasti delusi dalla sua morte, dato che del servo sofferente non si dice affatto che sia destinato a risorgere?

Come poteva dunque la sua avvenuta risurrezione non risultare fatto assolutamente imprevedibile, sulla base della Scrittura? (Altra cosa erano i suoi reiterati preannunzi, che però a quella data non erano ancora Scrittura; e “quel che non è nel libro non esiste”, come ci viene continuamente ripetuto.)

 

Comunque sia, poche ore dopo, davanti a tutti gli apostoli, Gesù è ancora più esplicito:

“"Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi".

Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: "Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni"” (Lc 24, 44-48).

È un vero peccato che Luca non ci dica quali passi della Scrittura citò Gesù. A proposito dell’episodio di Emmaus, la Bibbia CEI, sentendosi in dovere di fornire almeno uno straccio di nota per venire incontro alla più che legittima curiosità del lettore circa tali sortite del Risorto (il quale, si badi, dà una solenne lavata di capo ai discepoli, accusandoli di ottusità e di accidia), non trova di meglio che indicare altri passi di Luca. La nota si presenta come segue:

“24, 25-27 bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze: era stato preannunciato da Dio nella Scrittura. cfr. Lc 9, 22; cfr. Lc 13, 33; cfr. Lc 17, 25; cfr. Lc 24, 7.”

Ora, è chiaro a chiunque che tali passi non appartengono alla Scrittura nota a Gesù e ai suoi discepoli, la quale ovviamente comprendeva soltanto (e neppure integralmente) quello che è il nostro Antico Testamento. Sicché, prendendo sul serio la nota della CEI saremmo nel ridicolo fino al collo: il Risorto rimprovererebbe ai due di Emmaus di non avere debitamente considerato e meditato il Vangelo di Luca!

 

Per scrupolo di completezza, aggiungiamo che anche nel quarto vangelo Gesù, dopo essersi solennemente proclamato Figlio del Padre divino e da lui inviato, afferma di essere prefigurato nella Scrittura: “Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me (Gv 5,39).

 Qui la Bibbia CEI, per non crearsi grane, finge di non vedere il problema e non fornisce alcuna delucidazione.

 

Benedetto XVI, nel suo secondo volume su Gesù di Nazaret, in uno dei balbettamenti a cui non di rado si riducono le sue argomentazioni tese a difendere l’indifendibile e a dimostrare l’indimostrabile, suggerisce a mezza bocca il versetto del salmo 110 (“non permetterai che il tuo santo veda la corruzione”) richiamato anche da Pietro nel discorso di Pentecoste. Quindi, concludiamo noi, è da quel versetto (per di più considerato nella versione greca dei Settanta, come ci dice il Papa stesso, anziché in quella originale ebraica) che i due discepoli avebbero dovuto “ricavare”, e quindi prevedere, l’evento della risurrezione di Gesù!

 

San Paolo, oltre ai “secondo le Scritture” di cui, come abbiamo visto, correda il suo kérygma in 1Cor 15, ci offre l’assicurazione che il suo vangelo “annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti” (Rm 16,25-26).

 

Nella prima lettera di Pietro poi si legge: “Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata; essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite”.

Qui almeno, pudicamente, si accenna al carattere vago di queste profezie, i cui autori, si dice, cercavano di cogliere con lo sguardo quel che ancora era avvolto nella nebbia. La CEI nella sua nota naturalmente non può far altro che rinviare al solito passo del Servo sofferente, al salmo 22 (in realtà assolutamente irrilevante) e alle parole di Gesù agli Undici riferite da Luca e da noi sopra ricordate.

 

La mistificazione continua comunque il suo percorso sino a quella che si può considerare, quattro secoli dopo, la sistemazione dottrinale del cristianesimo: ancora la definitio del concilio di Calcedonia afferma che il “Cristo Signore unigenito [...] non è diviso o separato in due persone, ma è un unico e medesimo figlio, unigenito, Dio, Verbo e Signore Gesù Cristo, come un tempo hanno insegnato i profeti e poi lo stesso Gesù Cristo, [...] (DS 302). Naturalmente, nessuna indicazione circa i passi di questi profeti, né dai padri conciliari né dal Magistero o dall’apologetica.

 

Ci siamo soffermati su questo punto perché si tratta di un tema cruciale per quanto riguarda il nesso profondo tra i due testamenti. L’insistenza a tutti i livelli, negli scritti neotestamentari, su profezie che in effetti non esistono è un pietoso tentativo di occultare la realtà, ossia il fatto che nell’Antico Testamento non figura neppure il più vago accenno ai due misteri fondamentali del cristianesimo, quello del Dio trinitario e quello dell’Incarnazione, coi suoi corollari di passione, morte  e risurrezione.

Queste ultime, insieme alla figliolanza divina del Messia, sono state annunciate soltanto da Gesù stesso, ossia proprio dal sedicente Messia e Figlio di Dio.  

 

b)  L’altro punto su cui va posta attenzione per chiarire il presunto legame tra i due testamenti è di natura teologica. Si tratta di stabilire a che cosa corrisponda il Dio dell’AT in termini di Dio del NT, di fare cioè una sorta di “conguaglio” tra i due. L’unica soluzione teologicamente corretta ci pare quella che viene sostenuta, tra gli altri, da J.-H. Nicolas: Yahweh non è altro che la Trinità.

È ovvio infatti che la natura di Dio non può essere mutata nel passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento: se Dio è uno e trino, lo è ab aeterno. Il fatto che l’AT non accenni mai alla Trinità perché non ne ha il minimo sentore non impedisce a noi, che fortunatamente sappiamo come stanno le cose grazie alla rivelazione neotestamentaria e al magistero della Chiesa, di proiettare sulla figura di Yahweh/Elohim la struttura trinitaria.

 

È irresponsabile dunque liquidare il discorso sul Dio dell’AT dicendo semplicemente che “di regola ho theós indica il Padre”, quasi che si trattasse di un banale dettaglio di cultura biblica di cui si vuole arricchire il fedele “sprovveduto”. Qui si gioca tutta l’essenza e la validità del cristianesimo visto come continuatore della religione di Abramo, di Isacco e di Giacobbe: quello del “conguaglio” tra il Dio dall’Antico Testamento e il Dio del Nuovo è il problema più importante, per quanto riguarda la ricezione del VT nel depositum fidei.

In ogni caso, si dovrebbe almeno trarne la logica conseguenza che non si deve più scrivere “Dio” (o “il Signore”), bensì “il Padre”: se è lui, occorre chiamarlo col suo nome.

 

Si badi che diverso è il discorso da fare per il NT: per quanto la cosa sia teologicamente più che discutibile, qui è pacifico che quando si parla di Dio si intende il Padre, in quanto vi è contrapposizione, esplicita o implicita, rispetto al Figlio (cfr. ad es. Gv 3, 16: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il proprio Figlio, l’unigenito ....”).

Si tratta in fondo di un’applicazione del principio sancito dal concilio di Firenze: in Deo omnia sunt unum, ubi non obviat relationis oppositio; quella “contrapposizione di relazione” che nell’AT, come sappiamo, non può mai darsi per il semplice fatto che è completamente assente la prospettiva trinitaria.                               

 

Ma perché, ci si può chiedere, la Chiesa rifugge dall’identificazione del Dio trinitario con il Dio di Adamo, di Abramo e di Mosè?

Il motivo ci pare chiaro: approfittando del fatto che sotto il profilo esegetico è indubbio che il Figlio e lo SS sono completamente sconosciuti all’AT (circostanza di per sé irrilevante, come abbiamo detto, per chi veramente creda alla rivelazione portata da Cristo), si vuole tenere la figura di Gesù “pulita” dalle macchie che offuscano quella di Yahweh.

Per fare un esempio: come immaginare una partecipazione e un ruolo di Gesù Cristo, il Buon Pastore, nel Diluvio e negli altri innumerevoli massacri di innocenti compiuti da Yahweh?

 

Il problema teologico tuttavia rimane, poiché è impossibile non chiedersi: dov’erano il Figlio e lo SS mentre “il Padre”, ho theós, si esibiva in queste operazioni? Non potevano certo essere in vacanza ai Caraibi.

L’escamotage si rivela pertanto piuttosto ingenuo: il Dio uno e trino, il “Dio di Gesù”, come prudentemente lo chiamano alcuni esegeti che lo vorrebbero il più possibile distinto dalla divinità irosa e vendicativa che domina l’AT, non può in effetti non coincidere in tutto e per tutto con quest’ultima.

 

 

Gesù Messia e figlio di Dio

 

Prima di arrivare alla conclusione, è opportuno sottolineare che due sono le fondamentali novità annunciate dal Nazareno: il suo ruolo messianico e la sua natura divina (con i corollari della Trinità e dell’Incarnazione).

 

Circa il secondo punto, la rottura con la religione veterotestamentaria, nella misura in cui si considerino autentiche le esternazioni di Gesù riportate dai Vangeli, è netta e indiscutibile. Si tratta solo di vedere quando e come, nella realtà, i contenuti rivoluzionari della sua predicazione furono portati a conoscenza dei suoi uditori.

In ogni caso, al termine del suo ministero gli uomini del Sinedrio mostrano di non avere dubbi circa la radicale eterodossia di tale predicazione, che a buon diritto definiscono blasfema.

 

Circa la prima qualifica, invece, in via di principio la pretesa di Gesù non era in conflitto con le Scritture, poiché il Messia era atteso, e i tempi erano maturi per la sua venuta; egli poteva quindi legittimamente avanzare la propria candidatura, legittimandola con i “segni”. E la primissima apologetica cristiana, finché non appare chiaramente definita la fisionomia divina del Cristo, punta proprio sulla sua messianicità, ossia sul suo ruolo di “unto” inviato da Dio.

Di fatto, però, vi era l’ostacolo della profonda differenza tra la figura del Messia delineata dalle profezie bibliche e quella che Gesù pretendeva di incarnare.  

 

Delle aspettative giudaiche intorno al Messia abbiamo una conferma nei Vangeli stessi, dove i due di Emmaus affermano candidamente di essere costernati per la morte di colui che speravano restaurasse il regno d’Israele. E quaranta giorni dopo, alla vigilia dell’Ascensione descritta negli Atti, gli apostoli tutti mostrano di attendersi ancora un evento del genere: a niente son servite le spiegazioni del Risorto.

Nella dinamica neotestamentaria (o, quanto meno, in quella lucana) si dovrebbe dunque intendere che la rivelazione piena del vero ruolo messianico di Gesù gli apostoli l’ebbero solo a Pentecoste.

 

È probabile quindi che nei primi tempi la polemica cristiano-giudaica si sia  concentrata soprattutto sul controverso ruolo messianico di Gesù.

L’apologetica cristiana sin dall’inizio punta sull’idea che i Giudei non abbiano capito che il Messia ha una missione di riscatto non politico, nazionalistico, bensì spirituale. Questo sarebbe stato il loro equivoco; ma è  chiaro che, a parte l’enigmatica figura del Servo di Yahweh (che peraltro Gesù formalmente non richiama mai), manca a tale tesi ogni appoggio nell’AT.

Un messaggio del genere è in effetti recato dal Battista; ma questi non si trova nel Vecchio Testamento, bensì nel Nuovo. E indirettamente conferma che simili prospettive erano appunto frutto dei tempi nuovi, dell’apocalittica dell’epoca ellenistica, con la quale Yahweh aveva poco o nulla da spartire.

 

I nuovi credenti, comunque, nella misura in cui - accumulando profezie prretestuose - cercano di dimostrare che, al contrario, Gesù è proprio l’ “unto” profetizzato, si muovono ancora nell’ambito di una disputa intragiudaica: si tratta di stabilire chi è seguace del giudaismo corretto.

Del fatto che in realtà si è in presenza di una nuova religione probabilmente nessuno dei contendenti è ancora pienamente consapevole, poiché nei primi decenni successivi alla morte di Gesù, quando si formano le “tradizioni” che alla fine confluiranno nei Vangeli, non è facile fare un bilancio obiettivo di tutte le “novità” portate da Gesù, e tanto meno delle altre ancora in via di formazione ad opera dei suoi seguaci.

In termini attuali, potremmo dire che all’inizio il cristianesimo venne probabilmente considerato dai giudei una setta eretica del giudaismo, pur se essi non potevano esprimersi in questi termini perché era ancora estraneo alla loro esperienza religiosa il concetto stesso di eresia, come abbiamo detto parlando della trasformazione del concetto di fede (v. Tratti qualificanti ..., n. 10).

 

 

Conclusioni

 

Ci pare dunque di poter concludere che non è difficile comprendere come siano andate le cose. Gesù era ebreo, impregnato di cultura e mentalità giudaica, tanto da non perdere occasione di citare dalla Bibbia quanto riteneva potesse servire alle sue argomentazioni, magari anche solo per contrapporre il proprio vangelo ai testi sacri della tradizone o alla pratica religiosa corrente. 

Egli in effetti parte dai presupposti teologici del giudaismo; senonché le novità che si permette di introdurre (sempre che siano almeno in parte attendibili i resoconti evangelici, s’intende) sono letteralmente devastanti: mentre afferma di voler semplicemente portare a compimento la Legge, di fatto la stravolge, fondando una nuova religione.

Paolo poi fa il resto, con la dottrina del peccato originale e della giustificazione per mezzo della fede nonché con la teoria dell’olivastro innestato sull’olivo, teoria che “sistema” definitivamente i rapporti tra le due confessioni.

 

Quello che scaturisce dalla predicazione del Nazareno non è quindi, come vorrebbe l’apologetica, “un altro volto di Dio”: è, nel senso pieno del termine, “il volto di un altro Dio”.

Ovvero diciamo che si è trattato non di un ritocco estetico, sia pure particolarmente incisivo, ma di un vero e proprio trapianto di faccia.  

 

Il cristianesimo ha la sua matrice nell’ebraismo, storicamente ne è figlio. Ma non è raro il caso che i figli ripudino il padre e mostrino maggiore affinità psicologica e spirituale con qualcun altro.

Così è avvenuto per il cristianesimo e l’ebraismo. Il fatto che Gesù, la Madonna e gli apostoli fossero tutti ebrei, come spesso ricorda l’apologetica, è del tutto irrilevante.

Tra giudaismo e cristianesimo vi è continuità genetica, nel senso che il secondo è generato (meglio sarebbe dire “occasionato”) dal primo; ma si tratta ormai di due organismi radicalmente diversi, quali possono essere il bruco e la farfalla, che pure sono geneticamente legati.

 

Del resto, la storia ci mostra parecchi casi di movimenti politici, sociali o culturali sorti sul tronco di ideologie molto diverse. Il fascismo, ad esempio, nasce dal socialismo, e Mussolini ha sempre sulle labbra “il popolo” (tanto da chiamare “Il popolo d’Italia” il giornale del partito), presentandosi come autentico paladino dei suoi diritti e dei suoi ideali, in quanto autore della vera rivoluzione, la “rivoluzione fascista”.

Qualche analogia presenta il caso di Hitler, che non per nulla chiama il proprio movimento “nazionalsocialismo”. E si potrebbe ricordare la vicenda di Napoleone: la liberté rivendicata e instaurata dalla rivoluzione frutto della cultura illuministica finì per dar vita al più classico dispotismo.

 

In tutti questi casi, insomma, chi si fa banditore di un’ideologia nuova si presenta, più o meno esplicitamente, come autentico interprete di un’altra già largamente diffusa, a cui proclama di voler dare attuazione. Ma in realtà il nuovo ordine politico e culturale si contrappone frontalmente – o è comunque sostanzialmente estraneo - all’ideologia di cui pretende di essere il compimento.

 

Per concludere: Gesù non è un riformatore religioso, sia pure geniale e radicale; è, a pieno titolo, un fondatore di religione. Il suo annuncio è di fatto una creazione ex novo.

E in ogni caso è creazione ex novo, rispetto al giudaismo veterotestamentario, ciò che dalla sua predicazione è scaturito, poiché alla novità di tale predicazione si sono sommate prima le interpretazioni fornitene dalle tradizioni che han dato vita agli scritti del NT e poi il lavorio teologico dei quattro secoli successivi.

 

Ma il fatto che egli si sia continuamente richiamato alla Scrittura e che i suoi primi seguaci abbiano insistito sul suo ruolo messianico e sulle presunte profezie che lo preannunziavano ha impedito di comprendere tempestivamente che nella prospettiva teologica dischiusa dal Nazareno il VT non serviva più a nulla.

E quando, a metà del secondo secolo, qualcuno se ne accorse, era ormai troppo tardi per intervenire.

 

Del resto, per un’operazione di questo genere sarebbe stata in primo luogo necessaria una struttura ecclesiale forte e centralizzata, anziché una costellazione di chiese in larga misura indipendenti.

Inoltre sarebbe stato compito estremamente difficile decidere che cosa conservare e che cosa buttare, smembrando la Scrittura; e ciò magari per epurare anche solo determinate parti di singoli libri. 

Da ultimo, di tutta l’operazione si sarebbe dovuta dare una motivazione teologica, riconoscendo in tal modo ufficialmente le radicali differenze tra le due confessioni.   

 

Si finì quindi per non fare nulla, conservando tutto e riducendo al silenzio le sporadiche voci critiche che si levavano.

Cominciò così il bimillenario lavoro di interpretazione dell’Antico Testamento alla luce del Nuovo. Ossia un’esegesi spesso fantasiosa e non di rado fraudolenta. 

 

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