Wednesday, 22 November 2017
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                              L'incredibile storia di Caino  

 

 

La notissima cruenta vicenda di Caino ed Abele non è che un “mito delle origini”, volto ad illustrare il dilagare del male nel mondo come conseguenza diretta del peccato commesso dai progenitori.

Al pari di quest'ultimo, presenta molti aspetti che si possono definire quanto meno strani. Ne segnaliamo alcuni che ci sembrano particolarmente significativi. 

 

 

Gli aspetti umoristici del racconto

 

Il problema classico che l’apologetica ha sempre dovuto affrontare, riguardo al  primo omicida della storia umana, è quello della “moglie di Caino”. Il testo sacro infatti ci dice che, dopo la solenne condanna da parte di Dio, “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden”. Qui si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch” (Gn 4, 16-17).

Il lettore della Bibbia si è sempre chiesto (e ancor oggi capita di sentir formulare la domanda a Radio Maria) da dove mai uscisse quella moglie, dato che il racconto fin qui ci aveva presentato, come primi e unici abitanti della Terra, solo Adamo, Eva, Caino e Abele.

Il compito dell’apologetica in questo caso non è difficile: è sufficiente dire che la Bibbia non precisa quando Caino trovò la moglie; e che, data la straordinaria longevità di quei patriarchi (Caino stesso morì a ottocento anni), nessuno ci impedisce di supporre che ciò sia avvenuto qualche centinaio di anni più tardi, quando cioè la Terra non era più deserta.

 

Ma accanto al problema della moglie di Caino vi sono altri aspetti del racconto di Gn 4 che fanno sorridere il lettore incredulo e lasciano perplesso il credente.

 

Vediamo innanzitutto la reazione dell’omicida alla sentenza di condanna da parte del Signore: “Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”.

Questa potrebbe forse essere oggi la sorte di un assassino di cui i mass media avessero diffuso dati anagrafici e fotografie. Ma se ci riportiamo alla situazione in cui si trovava Caino, la prospettiva da lui presentata appare assurda.

 

Innanzitutto, al mondo vi erano in quel momento solo lui e i suoi genitori. E in questo caso, a differenza di quello della moglie di Caino, non funziona l’artificio dell’apologetica di relegare in un futuro indefinitamente lontano il compiersi dell’evento: il timore di Caino riguardava il presente immediato.

La situazione è molto chiara: l’apologetica insiste pateticamente nel dire che il testo non afferma che esistessero a quell’epoca solo Caino e Abele, ma la conclusione del capitolo quarto non lascia dubbi a chi sia sgombro di pregiudizi: “Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. "Perché - disse - Dio mi ha concesso un'altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l'ha ucciso"”.

 

Come in tanti altri casi, diremo qui che se queste parole non significano che Set nacque dopo il fratricidio come primo successore del fratello omicida, allora la parola di Dio va considerata più ingannatrice di quella del serpente.

 

L’effetto delle parole angosciate di Caino è quindi vagamente umoristico. È come se egli dicesse che appena metterà piede sulla pubblica via qualcuno gli farà la pelle; senonché le “strade” sono ancora tutte desolatamente vuote. Per ora, le uniche persone di cui dovrebbe eventualmente aver paura sono il padre e la madre.

E per quanto riguarda il futuro, anche quando, dopo decine o centinaia di anni, la Terra sarà effettivamente popolata, chi potrebbe venire a sapere del delitto da lui commesso nei confronti di una persona che nessuno ha mai neppur conosciuto? Ancora una volta, la minaccia per lui potrebbe giungere solo dalla delazione dei genitori.

 

Altro particolare che fa sorridere è la proposta fatta da Caino al fratello per avere la possibilità di compiere indisturbato il misfatto:

Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!"”. E sappiamo che, “mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise”.

Ora, la proposta di andare in campagna, fatta quando la prima città era ancora di là da venire (era destinato a fondarla proprio Caino!) costituisce un bizzarro anacronismo. L’idea stessa di recarsi in quel luogo, infatti,

 

1) presuppone che esso sia almeno un poco distante da dove i due si trovano (ed è difficile dire dove si trovino: forse in un pascolo, sotto la giurisdizione di Abele, l’allevatore?); impossibile non pensare alla proposta di una gita “fuori porta”;

2) implica il desiderio di trovare un luogo poco frequentato, o addirittura deserto, per poter compiere il crimine impunemente; come se altrove (fuori della campagna, quindi), vi fosse una moltitudine di potenziali testimoni.

Non si tratta di un particolare narrativo secondario, e perciò eliminabile: la campagna come luogo appartato ha un suo ruolo preciso nella dinamica degli eventi.

 

L’apologetica più intelligente insiste sul fatto che qui siamo di fronte a “parabole”, a racconti “simbolici”, “per immagini”. Don Giorgio Paximadi ad esempio dice che anche per il peccato originale noi sappiamo che si tratta di un fatto realmente avvenuto, ma non pretendiamo di affermare che sia avvenuto proprio come ci viene raccontato, con quei precisi dettagli; altrimenti, conclude, si cade nel fondamentalismo.

 

La spiegazione lascia alquanto perplessi; comunque sia, nel nostro caso (e non solo in questo, naturalmente) non è applicabile, perché i “particolari” che si vorrebbero ignorare - in quanto comicamente inverosimili - per sostituirli con altri non precisati, non possono venire eliminati, essendo assolutamente indispensabili per dare significato al racconto. Togliendo quelli, l’episodio non significa più nulla.

Il racconto vuole infatti simboleggiare il dilagare del peccato dopo la “caduta” dei progenitori. Ha senso quindi se coinvolge i primi diretti discendenti di Adamo ed Eva; se invece lo immaginiamo come delitto commesso in una terra già più o meno popolata, è una banalità.

Deve insomma trattarsi di un fatto archetipico: se gli togliamo questo carattere, perde ogni valore. Ma perché possa avere tale carattere, deve svolgersi in un mondo ancora deserto.

 

Morale: certi elementi del racconto presuppongono, per dare una rappresentazione verosimile della psicologia del protagonista, un mondo già ben popolato, mentre il suo senso antropologico presuppone un mondo ancora totalmente disabitato. Il risultato è una serie di anacronismi più o meno umoristici.

 

In fondo, anche per la questione della moglie di Caino di cui si è detto all’inizio, serve a poco che l’esegesi devota si premuri di precisare che “l’intento dell’autore non è quello di dirci quanti uomini c’erano al tempo di Caino.”

Già: neanche a noi interessa saperlo. Ma se l’insegnamento che il testo  vuole darci ce lo presenta mediante una storia, deve darci una storia che stia in piedi.               

 

La conclusione è che il racconto è stato confezionato in modo maldestro, per non dire goffo. In altri termini, è un cattivo esempio di mito delle origini.

Sicché sono pienamente legittimi tutti i rilievi che denunciano le sue incongruenze evidenziandone anche i risvolti comici; d’una comicità involontaria, ovviamente.

 

 

Gli  aspetti etici: la mirabile “pedagogia divina”

 

Il fratricidio di Caino rappresenta come meglio non si potrebbe l’irruzione del peccato, e in particolare della violenza, nel mondo degli uomini staccatisi da Dio. Se la Scrittura contiene tante storie di violenza e di sesso, ci rassicura l’apologetica, è perché realisticamente non vuole nascondere nulla della miseria della condizione umana; e talvolta gli stessi uomini di Dio non si sottraggono a un giudizio decisamente negativo. In questo, si afferma, la Bibbia richiama il teatro scespiriano, viva e impietosa raffigurazione delle passioni umane.

Caratteristica del testo sacro sarebbe però la descrizione dell’operato di un Dio che si china paternamente su queste miserie e con un paziente lavoro pedagogico provvede ad avviare gli uomini - e in particolare il popolo eletto - a riconoscere i veri valori della vita, tra i quali in primo luogo il rispetto verso Dio stesso.

 

Sarà. A noi pare che a smentire affermazioni del genere stiano numerosi racconti veterotestamentari: dalle boccaccesche storie di Abramo che cede la moglie al re Abimelech e al Faraone (e sarà imitato poi dal figlio Isacco) all’adulterio di David con Betsabea, dall’iniziativa del vecchio Davide di condurre il censimento sino alla punizione inflitta da Dio ai discendenti di Saul. In questi racconti Dio si mostra assai meno saggio degli uomini, e la sua pretesa azione pedagogica appare fallimentare.

Prenderemo in esame tali testi in un apposito articolo; ma già nell’episodio di Caino ci sembra di poter individuare alcuni elementi che depongono assai male circa l’asserita pedagogia divina.

 

Il primo comportamento “strano” che notiamo nell’agire di Dio è la preferenza del tutto immotivata concessa ad Abele. La preferenza verso il secondogenito vorrebbe mostrare, spiega l’apologetica, che il Signore non è condizionato dalle regole in vigore tra gli uomini, come appare anche da vari altri casi simili (Esaù e Giacobbe, Manasse ed Efraim; caso limite quello di Davide, che era l’ultimo di otto fratelli).

Per la verità, una simile strategia che volutamente sovverte le consuetudini umane sembra avere poco senso in un mondo in cui tali consuetudini non esistono ancora, in una società in cui non ha ancora avuto modo di consolidarsi la gerarchia che privilegia il primogenito. In ogni caso, appare ingiustificabile l’ostilità nei confronti di Caino, i cui sacrifici non vengono graditi.

Certo, Dio poteva avere mille motivi per comportarsi così, ma il testo non vi accenna minimamente. Il von Rad fa l’ipotesi che il Signore preferisca il sacrificio cruento. “Evidentemente l’agiografo è preoccupato di sottolineare come l’accettazione del sacrificio dipenda dalla libera volontà di Dio. Egli rinuncia a spiegare logicamente la decisione in favore di Abele e contro Caino (‘Farò grazia a chi la vorrò fare, e avrò pietà di chi vorrò avere pietà’, Es 33, 19)” (“Genesi”, p. 130-31).

 

Stando così le cose, non occorre essere miscredenti per scorgere nel comportamento di Dio un’obiettiva provocazione, che se non giustifica il delitto lo rende in qualche modo spiegabile. Il richiamo del passo dell’Esodo (ripreso poi da san Paolo in Rm 9, 14) sottolinea la voluta arbitrarietà dell’operare divino. 

 

Di fronte all’irritazione e all’abbattimento di Caino per la discriminazione subita, le parole che il Signore gli rivolge (“se non agisci bene, il peccato è accucciato presso la tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo”) vorrebbero significare che si tratta di un suo problema psicologico: deve saper gestire lui la situazione nel suo cuore, che è roso dall’invidia.

Von Rad la giudica una messa in guardia, e quindi “un discorso paterno”. Senonché, aggiunge, “la frase purtroppo non è tutta pienamente comprensibile”.   In particolare, “il paragone del peccato con una bestia accovacciata davanti alla porta è strano, come pure l’uso tipicamente biblico di ‘porte’ (porte del cuore?), in un racconto così antico. Rimane il sospetto che il senso del passo un tempo fosse completamente diverso. Ora lo si può comprendere solo secondo questo significato spirituale” (corsivo nostro, come sopra).

Parole non molto rassicuranti circa l’attendibilità del racconto anche a livello di significato globale, ossia al di là delle manchevolezze riscontrabili nei dettagli.

 

Se la figura del “Dio pedagogo” fin qui non ha brillato, le cose vanno peggio nei versetti che descrivono la punizione inflitta all’assassino.

La prima conseguenza del delitto è la maledizione da parte di quel suolo che, dice il Signore a Caino, “ha bevuto il sangue di tuo fratello”. Il rapporto con la terra, “matrice vitale dell’uomo”, si è guastato, spiega von Rad, molto più profondamente che nell’Eden, dove ad Adamo era stato preconizzato che per cavarne da vivere avrebbe dovuto lavorarla faticosamente. Ora invece essa, intrisa di sangue, rifiuterà all’assassino i suoi frutti.

Si spiegano perciò le parole di Dio: “Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”. E Caino gli fa eco: “Io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”.

 

Abbiamo già detto dell’involontario umorismo implicito in una simile previsione fatta in un mondo ancora deserto. Ora importa osservare lo stupefacente destino di Caino: Gn. 4, 14 ce lo presenta condannato a condurre una vita inquieta ed errabonda, ma incredibilmente tre soli versetti più avanti (Gn 4, 17) veniamo a sapere che fu il fondatore della prima città, fu cioè nientemeno che il pioniere e l’artefice della civiltà urbana - e quindi stabile, sedentaria, stanziale - in un mondo di nomadi!

L’incarnazione del reietto, l’icona stessa dell’emarginazione diviene il fulcro dell’aggregazione umana, il promotore della vita associata, il padre fondatore della civiltà: coronamento grandioso e spettacolare di una parabola esistenziale iniziata sotto pessimi auspici.

Questo è, letteralmente, il mondo alla rovescia. Ovvero diciamo che questo Dio non sa quel che dice, o quanto meno dimostra di avere una memoria cortissima. A meno che non si tratti di impotenza a far rispettare i propri decreti.

In ogni caso, l’immagine del Dio pantocratore ne esce assai male.

 

Ma ancor peggio vanno le cose sotto il profilo squisitamente etico, ossia per quanto riguarda non l’onnipotenza di Dio, ma la sua giustizia.

A Caino angosciato dal pensiero di una vita raminga e continuamente minacciata, il Signore infatti dice: “Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!” Dopo di che gli impone “un segno”, “perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato”.

E questa è la conclusione (momentanea) della vicenda: “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden”.

 

Il von Rad commenta, a proposito del “segno” imposto all’assassino (corsivi nostri):

“Sembra che l’agiografo si riferisca ad un tatuaggio, o a qualcosa di simile. Questo segno, lungi dal disonorarlo, sarà un richiamo a quel misterioso stato di protezione in cui Caino verrà d’ora innanzi tenuto da Dio. La conclusione della storia, con Caino che va ‘lontano dal volto di Dio’, non fa che acuire il mistero della sua rimanente esistenza: colpito, a causa del suo omicidio, dalla maledizione della lontananza da Dio e insieme incomprensibilmente custodito e assistito dalla divina protezione”. (134)

E più oltre ribadisce: “Caino se ne va, come dice lo stesso racconto, ‘lontano dalla faccia di Jahvé’. Che egli ciononostante non sia abbandonato da Dio, ma anzi ne sia protetto in modo esplicito rappresenta il lato più misterioso del racconto.”

Detto in termini più semplici e prosaici: proprio per quanto riguarda la sua conclusione e il suo senso ultimo, il racconto appare non avere né capo né coda.

 

Enzo Bianchi scrive: “Ecco l’economia della storia della salvezza: la legge e il perdono. Dio allora interviene per spezzare il ciclo infernale della violenza che poteva nascere dalla catena di vendette”.

Si tratta di una motivazione forse valida sul piano pratico, del “controllo sociale” (ma, proprio a questo scopo, non sarebbe stato più efficace l’esempio della tragica fine dell’assassino?). In ogni caso, è veramente singolare il comportamento di chi, per mostrare quanto sia esecrabile l’uccisione di un uomo, minaccia di praticarla su scala sette volte maggiore!

Il sadico ritornello di Lamech riportato alcuni versetti più avanti e inneggiante alla vendetta (“Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”) dimostra i mirabili risultati della pedagogia divina nella repressione della violenza criminale.

 

Certo, si può replicare che quod licet Jovi non licet bovi: Dio può permettersi cose che all’uomo non sono consentite. Ma con questo non si eliminano le aberranti conseguenze che un simile comportamento divino ha sul piano etico.

La situazione che abbiamo davanti agli occhi è infatti la seguente: l’uccisore di Abele ha la garanzia di aver salva la vita, mentre l’eventuale uccisore di Caino ha la sicurezza che pagherà con la vita il suo delitto. E qual è la circostanza che differenzia le due situazioni? È semplicissimo: Abele era innocente, Caino è un omicida.

La paradossale conseguenza che se ne trae è dunque questa: da parte della giustizia divina l’uccisore di un innocente non corre alcun rischio per quanto riguarda la sua incolumità, mentre l’uccisore di un assassino ha già la sorte segnata.

In sintesi:

per l’assassino dell’innocente, garanzia di vita da parte di Dio;

per il non assassino, nessuna garanzia;

per l’assassino dell’assassino, garanzia di morte.

 

Abbiamo in sostanza la sacralizzazione della vita dell’assassino di un innocente. Dio lo assume nel suo clan familiare e ne diviene il goel, il vendicatore.

Di qui un corollario pratico: se proprio volete togliervi lo sfizio di accoppare qualcuno, non commettete l’imperdonabile errore di ammazzare un assassino: firmereste la vostra condanna a morte. Ammazzate invece un innocente: vi metterete automaticamente sotto la protezione divina.

 

Del resto, lo stesso Caino, quando compiva diligentemente i sacrifici ed aveva le mani pulite era malvisto da Dio; quando se le è macchiate di sangue innocente è stato sì condannato a vagare, ma ha ottenuto dal cielo una garanzia di incolumità.

 

Quanto tutto questo risponda ai criteri di una sapiente strategia educativa (la famosa “pedagogia divina”) lo può giudicare chiunque. Ma vi è qualcos’altro da aggiungere alle stranezze di un Dio alle prese con le prime gravi scappatelle delle sue creature (e per questo dovremo forse concedergli  l’attenuante dell’inesperienza).

 

Abbiamo rilevato sopra quanto sia bizzarra la circostanza che vede il condannato a una vita errabonda fondare addirittura una città. Ora dobbiamo considerare l’episodio anche sotto il profilo etico, per trarne una conclusione ancora più stupefacente.

Dopo averci detto che “Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio”, il testo biblico ci informa di quel che fecero nel giro di cinque o sei generazioni alcuni discendenti diretti del fratricida: Iabal “fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame”, suo fratello Iubal fu “il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto”, mentre il fratellastro Tubalkàin fu “fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro”.

 

In altre parole, la figura di Caino assurge al rango prestigioso di iniziatore della civiltà urbana e di eroe incivilitore, ossia creatore - sia pure attraverso i suoi discendenti - delle arti meccaniche e delle arti liberali (oggi diremmo: della cultura tecnologica e di quella umanistica).

Così, colui che per espiare il crimine compiuto avrebbe dovuto vivere praticamente escluso dal consorzio umano, si fa addirittura promotore dell’aggregazione sociale decisiva per le sorti dell’umanità. E viene di fatto benedetto da Dio con una progenie numerosa e prestigiosa.

 

Va osservato che la fondazione della città da parte di Caino, seguita dalla precisa menzione delle innovazioni introdotte dai suoi discendenti, è forse, a parte la casuale scoperta del vino da parte di Noè, il solo dato importante che la Bibbia ci fornisce circa il contributo specifico di singoli personaggi all’incivilimento umano. Ne risulta pertanto esaltato il ruolo positivo avuto dal patriarca fratricida nella storia della civiltà.

 

Come punizione esemplare riservata all’autore del primo delitto della storia umana, veramente non c’è male. Pare che che la giustizia divina abbia avuto un inghippo e si sia messa a funzionare a rovescio.

Quanto all’efficacia pedagogica, s’intende che ogni commento è superfluo.

 

 

Antropologia culturale

 

Fin qui, pur utilizzando qualche contributo esegetico di un paio di  studiosi illustri, abbiamo considerato la storia di Caino secondo la prospettiva del comune lettore della Bibbia, che vorrebbe trovare nella Scrittura narrazioni coerenti e insegnamenti consoni quanto meno alla morale naturale.

Ma è chiaro che se ci si accosta ai testi nella prospettiva dell’antropologia culturale, se si considerano cioè i racconti della “Genesi” nella loro natura di miti eziologici, cogliendo in essi tutti gli echi di narrazioni consimili lasciateci da popoli assai vicini a quello ebraico, alcune delle domande che ci siamo posti trovano una risposta più o meno soddisfacente.

 

L’odio di Caino verso Abele potrebbe riflettere ad esempio l’atavico contrasto tra allevatori e pastori. E il von Rad ci ricorda che “si è spesso avanzata l’ipotesi che l’uccisione di Abele originariamente rappresentasse un sacrificio umano”.

Inutile poi dire che in un contesto primordiale il contrasto cruento tra due fratelli è tópos che s’incontra in varie culture; a noi è particolarmente familiare nella versione latina che ha per protagonisti Romolo e Remo.

 

Per quanto riguarda il contrasto tra la figura del Caino fuggiasco e ramingo e quella del fondatore di una città, si avanza la consueta ipotesi che il redattore abbia utilizzato materiali risalenti a tradizioni contrastanti.

 

Circa il ruolo di incivilitore attribuito a Caino dal testo sacro, secondo il Westermann il particolare dimostra che gli ebrei consideravano la fondazione della civiltà urbana come avvenuta prima e fuori della loro storia.

E Wallis, citato da J. Alberto Soggin, “non vede contraddizione nel fatto che il fuggitivo abbia fondato una città, dato che in Canaan gli abitanti di tutte le città venivano considerati stranieri (ed in parte effettivamente lo erano), da parte della popolazione rurale autoctona.”

 

Ma c’è di più. L’associazione di Caino alla città potrebbe esprimere l’ ostilità degli antichi Ebrei, nomadi, verso le popolazioni stanziali.

Il venerabile Beda ne dava un’interpretazione teologica (i suoi tempi non brillavano certo per slancio di urbanizzazione): per lui la città significava che “tutta la speranza dei cattivi sarebbe stata posta nel regno e nella felicità di questo mondo, poiché essi non hanno, dei beni futuri, né fede né desiderio alcuno”.

Più realisticamente, Soggin fa l’ipotesi di una “polemica della popolazione indigena rurale contro la città, considerata elemento estraneo, non produttore né di beni, né di servizi, ma piuttosto sfruttatore del lavoro delle campagne”. In questo caso verrebbe meno il clamoroso contrasto che noi abbiamo segnalato tra l’esecrabilità della figura di Caino e il ruolo prestigioso assegnatogli dal racconto in quanto iniziatore della civiltà urbana.

 

Ma, in primo luogo, ci sembra lecito dubitare della presunta connotazione radicalmente negativa dell’operato di Caino fondatore di una città. In particolare, pare difficile vedere un valore di deplorazione nell’accenno agli inizi della lavorazione del rame e del ferro.

Poi, soprattutto, va detto che il significato dell’episodio, l’insegnamento che esso deve dare al mondo nel corso dei millenni, non può dipendere dall’opinione che dell’ambiente urbano avevano gli ebrei del tempo dei giudici e dei re. Ed è un dato di fatto che gli inizi della civiltà urbana vengono universalmente considerati una svolta positiva per la storia dell’umanità.

 

Ritroviamo dunque la solita situazione: ogniqualvolta il testo sacro presenta in una luce imbarazzante Dio o gli uomini di Dio, l’apologetica invoca la necessità di “storicizzare”, di considerare le concrete condizioni storiche in cui la vicenda si svolge. Ma il “lettore ingenuo” non può non rimanere perplesso, avvertendo ancor più la distanza che lo separa dal testo che dovrebbe nutrire la sua fede.

 

Possiamo infine aggiungere che il solenne monito di Dio contro ogni tentazione di vendetta sull’omicida, ossia il “nessuno tocchi Caino”, è stato assunto a fondamento biblico dell’illiceità della pena di morte. È superfluo ricordare che la Bibbia stessa, solo quattro o cinque pagine più avanti, ci dà un’indicazione diametralmente opposta: “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso” (Gn 9, 6).

Non sorprende. Con la Bibbia alla mano si può dimostrare tutto e il contrario di tutto. 

 

 

Per completare l’incredibile storia: la bufala dei Qeniti 

 

La paradossale storia di Caino ha anche una sorta di appendice - non meno paradossale - che si colloca a distanza di secoli e millenni, nella (supposta) posterità del patriarca.

 

La Bibbia infatti ci parla in diversi punti dei Q(u)eniti (o Keniti, o Kenizziti o Cainiti; non vi è alcun rapporto con la setta gnostica dei Cainiti, del II secolo), qualificandoli come discendenti di Caino, dal quale deriverebbero il nome (cfr. Nm 24, 21).

La loro supposta discendenza dal progenitore fratricida visto come incarnazione del male è stata addirittura utilizzata da studiosi come T. Federici (citato da A. Tornielli, che ne condivide la tesi) per sostenere che, nella genealogia che apre il vangelo di Matteo, Caleb e i Qeniti, frazione della tribù di Giuda, figurano implicitamente – benché non se ne faccia menzione - come antenati di Gesù. Starebbero pertanto ad attestare, al pari delle quattro donne di dubbia fama inserite nell’elenco, la “miseria morale” da cui era destinata a innalzarsi la potenza redentrice del Cristo.       

 

Purtroppo chi si lancia in queste fascinose congetture non tiene conto del fatto che il Diluvio universale ha spazzato via, tra l’altro, tutti i discendenti di Caino: Noé e i suoi tre figli con le rispettive consorti, unici sopravvissuti grazie all’arca, sono tutti discendenti di Set, il fratello minore nato dopo il fratricidio.

Neppure una goccia del sangue di Caino è perciò rimasta nelle stirpi umane vissute dopo il Diluvio, fino al tempo di Gesù e fino ai giorni nostri.

 

Accettare quel che la Bibbia ci dice circa i Qeniti, considerandoli discendenti di Caino, equivale quindi a respingere come totalmente infondato il racconto del Diluvio.

Viceversa, considerare attendibile quest’ultimo significa rifiutare ogni ipotesi di presenza di discendenti di Caino nel mondo postdiluviano.

 

Naturalmente la contraddizione si annida nella Bibbia stessa; ed è solo una delle tante presenti nel testo sacro.

Questa ha almeno il pregio di dare origine a un equivoco quasi divertente, sicché si presta bene a far da sigillo alla storia di Caino. Una storia veramente incredibile, dal principio alla fine.  

 

 

 

 

 

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