Monday, 23 September 2019
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               L’impareggiabile giustizia divina

 

 

 

 

 

“La giustizia divina è infinitamente superiore a quella umana perché, a differenza di questa, conosce la misericordia: all’ultimo momento anche il peccatore più incallito può salvarsi, mentre la giustizia umana esige che ogni colpa venga espiata; e lo stesso vale per la legge induista e buddista del karma”.

 

È questa una tesi cristiana che si sente riaffermare spesso. La prima considerazione che si può fare è che essa configura un certo narcisismo da parte di Dio: se il peccatore lo ossequia dichiarandosi pentito di averlo offeso, lui chiude un occhio sulle sue colpe, rinunciando a condannarlo.

 

Ma, soprattutto, la giustizia divina ha un grande difetto rispetto a quella umana: non conosce la gradualità delle pene. Istituisce una dicotomia radicale salvezza/dannazione, contrapponendo assurdamente il discreto della remunerazione al continuum del peccato.

 

In termini più semplici: mentre le anime si possono disporre, secondo la gravità delle colpe commesse, in una scala graduata con innumerevoli “posizioni” tra loro vicinissime, il giudizio divino prevede solo due verdetti, ossia l’assegnazione di ciascuna anima all’inferno o al paradiso.

Ciò significa che Dio a un certo punto traccia una linea di divisione, e chi si trova anche solo di un niente da una parte della linea sarà eternamente beato, mentre chi, benché vicinissimo, si trova appena dall’altra parte sarà eternamente dannato. 

 

 Facciamo un esempio concreto. Rubare un dollaro è certo peccato veniale. Rubare 10 milioni di dollari è certo peccato mortale. Se questo è l’ultimo peccato che io commetto prima di morire, avendo in precedenza l’anima pulita (sicché tutto dipenda dalla valutazione di questo peccato); supponendo uguali nei due casi le circostanze concomitanti (ad esempio la consapevolezza e l’intenzionalità: “piena avvertenza e deliberato consenso”), sicché sia determinante l’ammontare della somma rubata;

 

si deve concludere che

 

deve esservi - non importa a quale livello - una cifra-discrimine che segna il confine tra il peccato veniale e quello mortale; cosicché, inoppugnabilmente, per la differenza anche di un solo centesimo io sarò eternamente beato o eternamente dannato.

 

Ovviamente, non serve a nulla dire che la giustizia di Dio non si abbassa certo al livello di una valutazione così meschina. Infatti, una volta posto il problema nei termini che abbiamo illustrato, è inevitabile che esista un punto di separazione tra i due destini eterni, una soglia oltre la quale scatta la dannazione.

L’unica cosa che “salva” la dignità divina è il fatto che quella soglia non la conosce nessuno, tranne Dio stesso. E quindi nessuno potrà mai impugnare la sentenza.

 

Al fondo del discorso sta ovviamente l’impossibilità di una vera giustizia quando per la sentenza si abbiano a disposizione solamente due opzioni radicali.

Si può fare il paragone con la situazione di un giudice che potesse solo decretare l’assoluzione con formula piena e viaggio premio alle Maldive oppure infliggere una condanna a morte preceduta da orribili tormenti.

Non serve dire che anche tra i dannati e tra i beati vi sono diversi gradi di pena e di beatitudine; non serve perché la divaricazione tra inferno e paradiso è tale che, al confronto, qualsiasi gradazione intermedia all’interno dell’uno o dell’altro perde ogni significato.

 

 In altri termini: alla giustizia divina manca proprio quello che è il requisito primo della giustizia umana (e quindi, possiamo dire, della giustizia tout court, ossia del concetto di giustizia quale l’uomo può giungere ad elaborarlo): la proporzionalità tra la colpa e la pena.

Proporzionalità che è programmaticamente negata da una giustizia che consiste nel mettere le pecore da una parte e i capri dall’altra.

 

Di qui la tendenza costante della catechesi e dell’apologetica ad esaltare i buoni (i “giusti”) e a demonizzare i peccatori (gli “empi”). Da una parte vi è il santo, dall’altra il mostro.

Il mondo sembra dividersi in due blocchi, uno tutto bianco e l’altro tutto nero; mentre in realtà esistono infinite diverse sfumature di grigio. Di cui l'impareggiabile giustizia divina non può purtroppo tener conto.                                      -

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N. B.  S'intende che il purgatorio non è stato menzionato in quanto non è che una destinazione provvisoria delle anime, una sorta di "sala d'aspetto del paradiso". Cesserà di esistere al momento del Giudizio universale o, al più tardi, quando le ultime anime che vi si trovano avranno completato la loro purificazione. 

 

 

 

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