Monday, 24 June 2019
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                      Inverosimiglianze a grappolo

 

 

 

 

 

Dopo aver cercato di illustrare le numerose insanabili contraddizioni che emergono dal confronto dei diversi racconti della Risurrezione quali ce li offrono i quattro vangeli canonici, gettiamo ora uno sguardo a una serie di inverosimiglianze rilevabili all’interno di ciascun racconto e che sono sostanzialmente presenti in tutti i singoli testi.

Se infatti consideriamo i racconti delle apparizioni pasquali alla luce dei dati che ci forniscono i vangeli nel loro insieme e di quanto l’esegesi ci racconta della vita nella Palestina del tempo, incontriamo parecchie difficoltà a far quadrare le due diverse serie di informazioni, ossia a calare le vicende dei protagonisti nel loro ambiente naturale, sociale ed umano.

 

Le inverosimiglianze che emergono sono numerose, e spesso inestricabilmente legate tra loro. L’esegesi, che pure fornisce ai lettori della Bibbia, come si è detto, molte notizie di carattere storico, geografico, sociale, di regola non si pone il problema di presentare un quadro coerente in cui inserire gli eventi di rilevanza teologica: le informazioni vengono date solo quando si ritiene che possano favorire un’interpretazione edificante, altrimenti si finge di ignorare il problema.

Vediamo alcuni dei casi più clamorosi di inverosimiglianza storico-psicologica.

 

 

L’incomprensibile comportamento degli apostoli

 

Secondo la ricostruzione dell’evento pasquale compiuta dalla critica razionalistica  (a partire almeno dal Loisy), i discepoli, dopo l’arresto - o comunque dopo la morte - di Gesù, sarebbero fuggiti verso la Galilea, dove, passato un certo tempo, persuasisi che il loro Maestro non poteva essere finito così ingloriosamente, avrebbero cominciato ad avere delle visioni; in seguito sarebbero poi state inserite nella tradizione le apparizioni in Giudea.

Il Ricciotti fa della pungente ironia su tale ricostruzione, ma non si pone altri problemi. Noi, al contrario, non entriamo nel merito delle due diverse sedi delle apparizioni (questione di cui già abbiamo detto), ma ci chiediamo: perché mai gli apostoli non dovrebbero essere fuggiti verso la loro terra?

 

Consideriamo obbiettivamente la situazione: entrati a Gerusalemme cinque o sei giorni prima, al seguito del loro Maestro, non avevano altra ragione di trattenervisi se non quella di rimanere accanto a lui (la celebrazione della Pasqua, una volta scomparso Gesù, non aveva più senso).

Quando egli viene arrestato, tutti quanti fuggono (a parte l’infelice puntata di Pietro nel palazzo del Sinedrio; di Giovanni, a suo dire presente addirittura sul Calvario, non ci occupiamo per evidenti motivi); e non si fanno più vedere, né di loro si fa più parola, sino al mattino di Pasqua.

Impossibile non chiedersi: “Che restano a fare a Gerusalemme?” Se non vanno alla sepoltura, e neppure vanno alla tomba il mattino della domenica; se dunque, per paura o per altri motivi, non hanno alcuna intenzione di onorare la salma di Gesù, e se d’altra parte ritengono che con la sua morte siano crollate definitivamente tutte le speranze che avevano riposto in lui, perché si trattengono nella città santa?

 

Il quarto vangelo ci dice che la sera della domenica se ne stavano riuniti, a porte sprangate, “per timore dei Giudei”: ma avrebbe forse potuto proteggerli un chiavistello?

Poiché costituivano un gruppo piuttosto numeroso (tanto più poi se con loro vi erano, come sembra, altri discepoli), è escluso che potessero muoversi senza dare nell’occhio: presumibilmente la localizzazione del loro rifugio era un segreto di Pulcinella.

Noi non sappiamo quanto in effetti avessero da temere per la loro incolumità, ma è il vangelo stesso che ce li presenta come impauriti.

 

Possiamo aggiungere che anche la sistemazione logistica doveva creare problemi. La città in quei giorni rigurgitava di ospiti, e le sue risorse recettive erano senza dubbio esaurite.

Gesù aveva in modo quasi arcano reperito la sala del cenacolo per celebrarvi la Pasqua coi discepoli; ma ciò di per sé non autorizza a pensare che essi potessero rimanervi indefinitamente, dopo la scomparsa di lui.

 

Quando la Maddalena torna in città a dare l’annuncio del sepolcro vuoto, pare che trovi solo Pietro e Giovanni (a meno che nessun altro abbia voluto seguirli; su questo torneremo tra poco). Le Camus si avventura a immaginare che i due abitassero insieme, soli: “Pietro alloggiava probabilmente con Giovanni in una stessa casa”; chissà, forse in una confortevole stanza a due letti.

Come se ciò non bastasse, sarà opportuno ricordare che la situazione economica dei discepoli non era per nulla florida, e per di più Giuda se n’era scappato con la cassa comune; mentre d’altro canto i prezzi a Gerusalemme, data la circostanza, non dovevano essere popolarissimi.

 

Si potrebbe continuare. Ma possiamo già riassumere: mentre non si vede alcuna valida ragione per cui apostoli e discepoli rimanessero a Gerusalemme, se ne vedono molte per cui dovessero allontanarsene immediatamente: ragioni psicologiche (frustrazione, disperazione), pratiche (timore per l’incolumità personale), economiche (difficoltà di mantenersi a Gerusalemme, necessità di riprendere a lavorare anche per le proprie famiglie), ecc.

Invece, non solo non se ne vanno il giovedì sera, dopo l’arresto di Gesù, ma non abbandonano la città né il venerdì, dopo la morte del Maestro, né il giorno seguente. Tanto che il mattino della domenica sono ancora sul posto, non si capisce in attesa di che.  

Volendo essere maliziosi, si potrebbe dire che gli apostoli restano a Gerusalemme perché avevano già letto i vangeli.

 

 

La presenza della folla

 

Mettiamo ora meglio a fuoco una circostanza a cui abbiamo già di sfuggita accennato: il superaffollamento di Gerusalemme nei giorni cruciali della Pasqua.

Prescindendo dai problemi pratici che esso poteva creare agli apostoli e ai discepoli venuti dalla Galilea, la presenza di una moltitudine di persone prive di una residenza stabile nella città dovrebbe farsi sentire anche nelle vicende dei protagonisti sulle quali i vangeli ci informano.

 

Gli esegeti si compiacciono di dirci che in città si camminava sul sangue degli agnelli sgozzati, tante erano le immolazioni.

I forestieri dovevano essere accampati un po’ dappertutto, e in particolare gli immediati dintorni della città dovevano brulicare di gente, tra cui intere famiglie con bambini (anche la Sacra Famiglia si era trovata in questa situazione; e lo stesso Gesù, ci informa Matteo, proprio in quei giorni se ne andò coi discepoli a pernottare “fuori della città verso Betania”).

Lì vi erano i punti di raccolta per le carovane in partenza; e la tomba del Crocifisso, posta nei pressi del Calvario, si trovava proprio a forse duecento metri dalle mura della città (quindi, si badi, entro i limiti consentiti per gli spostamenti anche durante il sabato).

Circa Gerusalemme, anche Messori ci conferma che “tutti i maschi adulti vi si recavano almeno per i giorni pasquali, trasformando la città e i dintorni in un gigantesco accampamento” (PSPP 192).

 

Eppure, tutte le scene che ci vengono descritte (deposizione dalla croce, inumazione, donne al sepolcro e relativi messaggi angelici, apparizioni del Risorto alle donne; e, prima ancora, la preghiera nel Getsemani) richiedono imprescindibilmente che non siano presenti testimoni all’infuori dei “conoscenti” (Lc 23, 49).

Tutto l’immenso patrimonio iconografico che si è costituito nel corso dei secoli su tali soggetti privilegiati dell’arte sacra ci mostra queste scene ambientate nella solitudine più completa. Vi accenniamo parlando dell’apparizione alla Maddalena, che nella versione giovannea trae gran parte del suo fascino proprio dalla solitudine in cui si svolge.

 

Quante “deposizioni dalla croce” perderebbero tutto il loro incanto se ci mostrassero occhi estranei e indiscreti che contemplano il mistero!

La folla è presente alla crocifissione (nel racconto biblico come negli affreschi del Tintoretto e di tutti i suoi colleghi), ma si dilegua improvvisamente - e misteriosamente - allo spirare del Crocifisso (Lc 23, 48). Le comparse lasciano il set perché possa prodursi l’effetto straniante.

La scena, di colpo, si fa deserta, e tale rimane per tutto il triduo pasquale (a parte l’episodio matteano delle guardie al sepolcro).

 

Ora, tutto questo non è verosimile. D’altro canto, è chiaro che se noi immaginiamo la presenza di passanti, di bivaccanti, di spettatori occasionali – o, peggio, di intere famiglie accampate - alle scene solenni di cui abbiamo detto, tutto risulta diverso, radicalmente falsato.

Ovvero, s’intende, dovremo giudicare false le scene descritte dagli evangelisti: frutto di un’idealizzazione che ha completamente cancellato i contorni realistici degli eventi, enucleando di tali eventi il senso teologico e proiettandoli in un ambiente quasi surreale.

Nella realtà, le cose non possono essere andate come ci vengono presentate nei racconti pasquali.

 

 

Le donne al sepolcro

 

Le donne che si recano al sepolcro per ungere il corpo di Cristo sono al centro di un groviglio di inverosimiglianze che l’esegesi di regola sfiora soltanto.

Lungo la via esse si chiedono chi mai rimuoverà per loro la pietra che sbarra il sepolcro (Mc 16, 3). Alcuni critici (tra cui Benoit) si spingono a dire che il loro atteggiamento rivela una certa “sventatezza”. Ma la situazione è assai più complessa.

 

In primo luogo ci si chiede come mai esse potessero pensare di aprire tranquillamente il sepolcro per agire sul cadavere. Messori accenna alla famosa lapide, di supposta provenienza nazaretana e pubblicata nel 1930, recante un rescritto imperiale che comminava la pena di morte a chi violasse una tomba.

Non entriamo nel merito della controversa datazione del reperto (situabile comunque tra il 50 a.C. e il 50 d.C.), e tanto meno intendiamo toccare il tasto della sua possibile relazione con un eventuale avvenuto trafugamento del corpo di Gesù.

Ma non possiamo fare a meno di notare che il rescritto rivela quanto fosse ritenuta grave la violazione di una tomba, a prescindere dal fatto che la punizione consistesse addirittura nella pena di morte.

 

Del resto, diamine, una tomba non è un frigorifero che si possa aprire e richiudere a piacimento: questo si dovrebbe saperlo anche se non si ha familiarità coi rescritti imperiali. La stessa grande pietra rotolata davanti all’ingresso doveva pur significare una sorta di “definitività” della chiusura, ossia l’inviolabilità del sepolcro.

Chi quindi si sarebbe prestato a cuor leggero a un atto del genere, solo per compiacere delle sconosciute che non si sapeva minimamente che cosa avrebbero fatto della salma, una volta penetrate nella tomba?

 

Assurdo il progetto dunque, al limite dell’infantilismo.

Non meno ingenua poi la sua gestione, che affidava all’aiuto di qualche improvvisato, sconosciuto e incosciente collaboratore l’apertura del sepolcro. (Ulteriore piccola inverosimiglianza: le donne, che a torto non paiono preoccupate della liceità dell’aiuto che sperano di trovare, mostrano invece di temere di non incontrare nessuno presso la tomba; mentre, per quanto abbiamo appena detto, di estranei casualmente presenti sul posto ve ne saranno stati parecchi.)

 

Ma uno dei più importanti nodi da sciogliere, sotto il profilo della verosimiglianza, è costituito dal fatto che le donne - le quali pure, si dovebbe ritenere, vivevano con i discepoli - non si siano fatte accompagnare da qualcuno di loro. La Maddalena mostra di essere in grado di reperirli immediatamente, il che significa che i contatti c’erano.

A meno che vi sia stato un consapevole rifiuto di collaborare alla violazione della tomba (nel qual caso verrebbe accentuata la leggerezza e l’ostinazione delle donne che non desistono dal loro progetto), dobbiamo concludere che questi devoti discepoli non solo non sentivano neppure il bisogno di andare a visitare il luogo dove riposava il corpo del Maestro che avevano così indegnamente abbandonato, ma erano totalmente privi, oltre che di pietà per il defunto, anche di carità per le dolenti compagne di fede.

Se è così, un quadro che non è certo edificante diviene addirittura squallido.

 

L’impressione lasciata da tutto questo cumulo di inverosimiglianze è che la tradizione prima e gli evangelisti poi abbiano enfatizzato il particolare della grande pietra (cui si aggiungono, in Matteo, i sigilli fatti apporre dai gran sacerdoti) a scopo apologetico, ossia per prevenire il sospetto del furto del cadavere, quasi che la pietra stessa potesse venir rimossa solo da una potenza superiore; ma si siano poi ingenuamente traditi presentandoci le donne beatamente indaffarate a procurarsi l’occorrente per un’unzione che richiedeva proprio l’immediata riapertura del sepolcro, considerata dunque come operazione quasi di routine, purché si disponesse della forza fisica necessaria.

Come si diceva all’inizio, un groviglio di inverosimiglianze su cui si vorrebbe stendere un velo pietoso.

 

 

La latitanza degli apostoli

 

Se non che gli interrogativi zampillano senza tregua. Almeno un cenno merita ad esempio una questione già sfiorata per altri aspetti: l’andata di Pietro e Giovanni al sepolcro.

In primo luogo, stupisce che ad accompagnare le donne, o quanto meno a visitare la tomba la domenica mattina, non vada neppure quel discepolo che a suo dire avrebbe avuto il coraggio di stare, solo tra gli apostoli, ai piedi della croce. Viene il sospetto che gli interessasse soprattutto inscenare la “competizione” tra sé e Cefa (di questo torneremo a parlare nel capitolo La presunta ‘prova’ della Risurrezione).

È strano poi che allo sconvolgente annuncio recato dalla Maddalena nessuno degli altri apostoli provi almeno la curiosità di andare a vedere che cosa sia successo; tanto più che, nello stato di prostrazione in cui si trovavano i discepoli, ogni “notizia” avrebbe comunque dovuto suscitare emozione.

 

Si può capire che non prestassero fede a un annuncio di apparizione; ma che non credessero neppure alla notizia della tomba trovata aperta e vuota non è plausibile.

Sentendo che il corpo dell’amato Maestro era stato tolto dal sepolcro (cosa in sé assolutamente credibile!), un minimo di sensibilità (non diciamo di amore) per il morto, o quanto meno, ripetiamo, una semplice umanissima curiosità, avrebbe dovuto suggerire a tutti gli apostoli di correre a vedere, a cercare, a informarsi; come si poteva starsene tranquilli e inerti dopo aver udito una cosa simile?

 

 È improbabile che “non fossero in casa”, e che, per una strana combinazione, Maddalena abbia trovato proprio solo i due “big”: se avevano paura, come ci dimostra il fatto di vederli poi tappati in casa a porte sprangate, dove mai potevano essere, così lontani o irreperibili da non poter venire avvertiti della cosa dai due compagni?  

(Resterebbe poi da appurare, come già si è accennato, quanto in effetti avessero da temere, visto che a Pietro e Giovanni, e poi a tutti gli altri trattenutisi a Gerusalemme fino a Pentecoste, nessuno torce un capello; ma su questa nuova pista non ci avventureremo, per ragioni di sobrietà.)

Per concludere su questo punto, va sottolineato che non vale dire che gli apostoli non si muovono perché alle donne non si credeva, dato che vanno al sepolcro proprio i due apostoli più importanti, e vanno di corsa!

 

 

Dov’erano i tre fratelli di Betania?

 

Un’inverosimiglianza senz’altro minore, ma che colpisce in quanto presente in tutt’e quattro i vangeli, è costituita dall’assenza, nei racconti della Passione e della Risurrezione, di Marta, Maria e Lazzaro, i tre fratelli di Betania.

Lazzaro era stato risuscitato tre settimane prima, e l’unzione da parte di Maria era avvenuta appena una settimana prima, secondo il quarto vangelo.

Vi erano stati dunque strettissimi contatti anche recenti; e per di più Gesù, dopo l’ingresso messianico a Gerusalemme, la domenica delle Palme, era andato a pernottare proprio “verso Betania” (almeno secondo Mt 21, 17).

Ed è ancora “presso Betania” che si congeda dai discepoli per salire al cielo, alla fine del vangelo di Luca (24, 50).

 

Eppure nessuno dei tre fratelli risulta essergli stato vicino sul Calvario, né averlo visto risorto.

Non è il caso di insistere troppo su un argumentum e silentio: non possiamo escludere in assoluto la presenza di chi non viene menzionato; ma tutto lascia pensare che i tre non abbiano avuto la fortuna di inserirsi in nessuna delle tradizioni confluite poi nei vangeli canonici.

Ovvero che, ingrati e dimentichi di quanto avevano ricevuto da Gesù, si siano defilati e “imboscati” al momento del suo arresto, di cui non potevano non aver avuto notizia.

(Naturalmente in queste considerazioni non abbiamo tenuto conto della tesi alquanto fantasiosa, ma di antica tradizione, che identifica Maria di Betania con la Maddalena e, teste Gregorio Magno, addirittura con l’anonima peccatrice che compare nel cap. VII di Luca.)

 

 

La “stranezza” come categoria esegetica.

 

Un biblista di vaglia, Bruno Maggioni, commentando la pericope di Pietro e Giovanni al sepolcro nel quarto vangelo, giudica strana (“innaturale”, dice) l’inserzione dell’episodio in quello della Maddalena al sepolcro, che richiederebbe un collegamento del v. 1 col v. 11.

Poi definisce “strano” l’ “infatti” del v. 9, e quindi il nesso logico che esso stabilisce col v. 8; poi ancora gli appare “strana” l’affermazione di Gesù “perché non sono ancora salito al Padre”.

Uno specialista dei racconti della Risurrezione, Giuseppe Ghiberti, a sua volta scrive che è un po’ “strana” la successione dei fatti tra i vv. 1 e 2 dell’ultimo capitolo di Matteo, nel quale poi a suo dire anche “l’apparizione ai ‘fratelli’, cioè agli ‘undici discepoli’ giunge un po’ strana”.  

 

Si potrebbe continuare in questo gioco un poco futile. Ma questo breve elenco mi pare sufficiente per concludere che non sarebbe eccessivo dire che ci troviamo di fronte a una collezione di stranezze.

È la sublimazione dell’inverosimiglianza: la stranezza – ossia, appunto, l’inverosimiglianza, l’innaturalezza, la mancanza di verità storico-psicologica - diventa cifra dei racconti pasquali, e quindi una sorta di categoria interpretativa necessaria all’esegesi che li studia.

 

Proprio l’opposto di quanto ci vorrebbe far credere l’apologetica, secondo cui tali racconti sono testimonianze di vita, ricche di notazioni realistiche che conservano l’immediatezza dell’esperienza vissuta.

 

 

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