Saturday, 17 November 2018
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                              Il biblista in crisi

 

 

 

 

Dopo aver visto le strategie più frequentemente impiegate dall’apologetica per risolvere i problemi posti dalle discordanze circa i fatti della Risurrezione, e prima di vedere l’effetto che i racconti pasquali fanno a un comune lettore “non prevenuto”, possiamo chiederci quale effetto essi fanno a un apologeta.

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Non si tratta di un’idea stravagante: vogliamo cercare di cogliere nelle parole di alcuni biblisti pur chiaramente schierati, impegnati cioè nella difesa d’ufficio della veridicità dei racconti evangelici, qualche impressione genuina circa la qualità di questi racconti, per farci un’idea del grado di soddisfazione o frustrazione che essi provano per il lavoro compiuto.

 

È evidente che tutti questi studiosi, al pari di ogni altro “operatore religioso” impegnato nella difesa della causa della fede, dovrebbero, per svolgere al meglio il loro compito, possedere due requisiti:

 

1) avere ben compreso ciò che debbono spiegare;

2)  essere convinti di quel che dicono (a ciò si aggiunge ovviamente la capacità di spiegarsi in modo efficace, ma questo non rientra nel nostro discorso).

 

Certo, l’apologetica può svolgere la propria funzione anche in assenza di tali requisiti; in ciò si comporta come l’avvocato, che può in molti casi assicurare al cliente un’efficace difesa anche se non è per nulla convinto della sua innocenza.

 

Ma noi vogliamo porci la seguente domanda: gli apologeti che si occupano della Risurrezione di Gesù sono sempre convinti della bontà della causa che difendono?

In altri termini: dato per scontato che, in quanto fervidi credenti, non dubitano della storicità della Risurrezione, sono poi sempre in buona fede quando difendono particolari aspetti dei racconti pasquali, o sono in certi casi consapevoli di barare, sostenuti solo dalla convinzione che la loro è una pia fraus, lecita in quanto perpetrata per la salvezza delle anime e ad maiorem Dei gloriam?

 

Abbiamo già detto che per l’apologetica dei duri e puri alla Messori tutte le concessioni dei biblisti alle tesi della critica non sono che deplorevoli cedimenti.

Ma spesso è possibile cogliere nelle parole dello studioso di turno quasi un’amara confessione del proprio disagio di fronte a testi che pervicacemente resistono ad ogni tentativo di armonizzazione e di “razionalizzazione”. Il tanto strombazzato “Non è così che si inventa” par divenire idealmente un rammarico inespresso nel senso di un “Si doveva inventare meglio”.

 

Riportiamo qui di seguito, con pochi sintetici commenti, alcune testimonianze di questo tenore, accanto a una di tenore opposto. Tutte sono dovute alla penna di studiosi di specchiata ortodossia (i corsivi di regola sono nostri).

 

 

X. Léon-Dufour

 

Scrive X. Léon-Dufour: «Ogni biografia presuppone la determinazione, almeno sommaria, di coordinate topografiche e cronologiche, altrimenti il racconto fluttua senza aggancio. Ora, una lettura attenta dei testi mette a dura prova chi volesse far concordare nel tempo e nello spazio i diversi racconti evangelici”.

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Sono i problemi dell’armonizzazione, che ben conosciamo. Prosegue il nostro autore:

“Se si afferma che le apparizioni si sono susseguite prima a Gerusalemme (Lc, Gv), poi in Galilea (Mt, Gv) e infine di nuovo a Gerusalemme (At), come spiegare che l’appuntamento sia fissato ai discepoli in Galilea (Mt 28, 7 = Mc 16, 7), dove li precede il Risorto, e d’altra parte che il Risorto stesso ordini ai discepoli di restare a Gerusalemme finché riceveranno il dono dello Spirito Santo (Lc 24, 29)? Non si deve rinunciare ad attribuire un valore topografico a questi dati?”

 

E ancora: “Se si cerca di fissare nel tempo la data delle varie apparizioni, Luca si trova in conflitto con Giovanni e perfino con se stesso. Da un lato dice che le apparizioni sono durate diversi giorni ed anzi, esattamente, quaranta (At 1,3); dall’altro sembra datare l’Ascensione il giorno stesso di Pasqua (Lc 24, 51). Lo Spirito Santo è annunciato come un dono futuro (Lc 24, 49; At 1, 4), mentre (di fatto) è già donato da Gesù il giorno di Pasqua (Gv 20, 22). Come rispettare simultaneamente queste differenti affermazioni se non supponendo che i diversi testi evangelici ubbidiscono a costruzioni letterarie? Ma se i racconti evangelici non si presentano come una ‘biografia del Risorto’, in che chiave vanno letti?”

 

E i problemi si accavallano: “La questione si complica per la difficoltà di mettere d’accordo i dati evangelici con quelli degli altri scritti del Nuovo Testamento”.

Si accenna all’impossibilità di far coincidere le apparizioni elencate da Paolo con quelle dei vangeli, e si prosegue:

“Altra difficoltà. Il racconto del rinvenimento del sepolcro vuoto, che i vangeli mettono in così grande rilievo, è ignorato da tutto il resto del NuovoTestamento. […] Il lettore passa di sorpresa in sorpresa. Si accorge non soltanto che Paolo, quando allude all’apparizione sulla via di Damasco, parla diversamente da Luca, ma che Luca stesso dà, del medesimo fatto, tre versioni difficilmente conciliabili tra loro. Infine, il modo in cui è presentato il Risorto fa problema[…]” (RCMP 14-15).

 

In sostanza, si avverte nel contenuto - e più ancora forse nel tono - di queste parole una sorta di amarezza per un’ammissione che non può più essere evitata, dopo tanti sforzi per conciliare l’inconciliabile: una sorta di getto della spugna, la rinuncia a percorrere una strada che si è ormai rivelata impraticabile.

Lèon-Dufour tenta nel suo volume di proporre un’altra lettura, più sofisticata, volta a cogliere una presunta specificità del linguaggio della Risurrezione, per “tradurre il messaggio evangelico in linguaggio contemporaneo”, valorizzando “la dimensione simbolica dei testi”.

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Non è questa la sede per esaminare i frutti di tale proposta. Ci sembra però che la “Rivista Biblica” parlando dell’ “esperienza sofferta dell’Autore” abbia colto perfettamente nel segno.

 

 

P. Benoit

 

Più complesso l’atteggiamento di P. Benoit, già direttore dell’École biblique di Gerusalemme fondata nel 1890 dal padre Lagrange.

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Nell’introduzione al suo volume leggiamo: “Secondo la fede del cristiano, gli uomini che hanno modellato la tradizione evangelica erano guidati nel loro lavoro dallo Spirito di Dio, e le trasformazioni stesse che questa tradizione ha ricevuto dalla loro bocca e dalle loro mani sono munite di una garanzia divina”.

Come dire dunque che anche le manipolazioni (chiamiamo le cose col loro nome!) introdotte nella tradizione e confluite nei vangeli sono … manipolazioni d’autore (anzi, d’Autore): non importa in fondo come siano andate le cose, quel che conta è ciò che lo Spirito Santo voleva che si scrivesse…

 

Queste trasformazioni, prosegue Benoit, “sono state volute e ispirate da Dio, sia per relativizzare ogni dettaglio e rimetterlo al suo posto esatto di elemento accessorio, sia per esprimere in vario modo la complessa ricchezza del mistero […]”.

Sicché gli interventi dello Spirito avrebbero collocato ogni dettaglio al suo posto esatto! Chi legge, per la verità, ha l’impressione di un ordine che richiama quello di oggetti usciti da un sacco scaricato a bocca in giù sul pavimento.

 

Ma quando poi si scende sul terreno concreto dell’analisi, il nostro autore ha dei sussulti che di tanto in  tanto gli fanno ammettere le magagne dei racconti evangelici.

Non per nulla Messori si lamenta, tra l’altro, del suo scetticismo circa la storicità dell’episodio della guardia al sepolcro. Ma soprattutto vorremmo ricordare di lui quanto dice circa l’episodio dei due apostoli e della Maddalena accorsi alla tomba vuota.

 

Si tratta per lui di due pericopi originariamente indipendenti suturate in modo malaccorto: “Se si guarda da vicino quest’angelofania riferita da Giovanni (20, 11-13), ci si accorge che è fatta di reminiscenze, tratte sia dai Sinottici sia dal contesto immediato di Giovanni. È dovuta a qualcuno che avrà voluto ricordare nel Vangelo di Giovanni il racconto dei Sinottici. Ma il risultato è maldestro; questi angeli diventano dei "travicelli" ” (PRS 372).

E in modo ancora più esplicito, come già abbiamo avuto occasione di citare: “È curioso notare che qui gli angeli non servono a gran che, son come gli angeli di cartapesta degli altari, mentre hanno invece avuto un compito di messaggeri nei Sinottici” (368).

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Non può non esservi una sofferenza dietro questa constatazione degli angeli di cartapesta, un rammarico per una Rivelazione che costringe l’esegeta alle acrobazie; fino a che, esausto, non può trattenere un giudizio negativo.

 

 

E. P. C. A. Le Camus

 

Ma ancora più significativo è il caso di Le Camus, che ha questo umanissimo sfogo:

“Dopo il racconto di questa apparizione si rivela, in s. Luca, un’assoluta mancanza di prospettiva, che fa torto all’armonia del lavoro, e può turbare il lettore. Si direbbe che, al terminar della loro opera, gli evangelisti, come d’altronde lo stesso autore del libro degli Atti, abbiano messo minor diligenza, e si siano accontentati di finire in qualche modo, senza darsi molto pensiero della conclusione”.

 

In particolare, si fa notare che “Matteo, dopo aver ricordato l’apparizione alle pie donne, termina bruscamente con la manifestazione agli Undici in Galilea, […] lasciandoci l’impressione che alcuni di essi dubitassero ancora della realtà del prodigio”.

Dopodiché si ricorda la prematura conclusione del vangelo di Marco, continuato da altri, e il finale posticcio (“aggiunto al primo lavoro come appendice”) di quello di Giovanni.

 

Ma chi soprattutto delude l’autore è Luca, che nel suo vangelo ci presenta l’Ascensione come avvenuta la sera stessa di Pasqua anziché dopo quaranta giorni come negli “Atti”.

Questa è la sua conclusione:

“S. Luca è l’evangelista che scrisse con l’intento di fare una storia continua e saggiamente ordinata della buona novella. Giudichiamo da ciò le lacune che si riscontrano presso gli altri, lacune che, come si vede nel caso presente, li hanno assai poco preoccupati. Potendo infatti, con una sola parola, se non colmarle, almeno segnalarle, evidentemente essi non ebbero alcuna cura di farlo. Perché mai il Figlio di Dio, venuto sulla terra per darsi interamente a noi, non volle lasciarci una storia meno incompleta della sua vita? Forse perché la Chiesa la continuasse facendo sopravvivere Gesù non già nei libri, ma nello sviluppo della sua dottrina e negli esempi di virtù dei suoi santi. Non sappiamo trovare altra risposta ad una così difficile questione” (vol. II, pp. 649-50).

 

È uno sfogo del tutto comprensibile e quanto mai significativo. Giunto vicino al termine delle quasi 1500 pagine della sua “Vita di nostro Signor Gesù Cristo”, dopo innumerevoli acrobazie per escogitare spiegazioni, per mettere rattoppi, per salvare il salvabile, il povero apologeta sbotta, mettendosi idealmente le mani nei capelli: ma insomma, non si poteva scrivere un po’ meglio, in modo un po’ meno negligente (noi diremmo anche: un po’ più rispettoso dei lettori)?

A volte, dice, sarebbe bastata una sola parola per eliminare una contraddizione, ma gli evangelisti non l’hanno usata, non si sono neppure posti il problema.

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Il pensiero dell’autore corre inevitabilmente a chi dall’alto ha disposto che ciò accadesse; e la risposta che egli stesso dà al suo dubbio angoscioso, risposta devotamente rassegnata, viene esplicitamente dichiarata poco soddisfacente.  

Il biblista è costretto in sostanza ad ammettere che questi racconti son buttati giù in qualche modo, e non sono per niente all’altezza dell’importanza di quello che è l’evento decisivo dell’Incarnazione.

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Vale forse la pena di ricordare che Le Camus non è un “moderno”, un “revisionista”: la sua opera risale a oltre un secolo fa.

 

 

M.-J. Lagrange

 

Di tutt’altra pasta invece M.-J. Lagrange (già ricordato come fondatore dell’École biblique di Gerusalemme), il quale, nel suo classico “L’evangelo di Gesù Cristo”, non si perita di affermare che “per ottenere armonia nei vari racconti basta supporre che Maria Maddalena, più ardente delle altre, andò difilato al sepolcro”.

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“Candido o dell’ottimismo”, si potrebbe commentare. Ma è proprio il candore del biblista che appare molto dubbio. Egli infatti rincara la dose:

“Le testimonianze sono nella eccellente condizione di essere concordi [sic!], non solo quanto al fatto, ma quanto ai punti importanti della storia di esso, con quelle sole divergenze che hanno il vantaggio di provare come ciascun autore abbia seguito la sua via senza darsi pena né di allontanarsi dagli altri né molto meno di insistere su quanto essi avevano detto. […] Le andate e i ritorni dalla tomba vuota, le apparizioni del Risorto si inseriscono facilmente in un racconto continuo [sic!], a condizione soltanto di supporre che s. Matteo, nel parlare del gruppo delle sante donne, abbia attribuito a tutte ciò che era proprio di Maria di Magdala: il che si riscontra in quasi tutte le storie composte sopra documenti originali [sic]. Simile interpretazione non solleva neppure obiezione alcuna da parte del dogma della ispirazione divina che gli increduli non hanno d’altra parte diritto di impugnare per autorizzare il loro dubbio sopra un fatto perfettamente attestato” (sic).

 

Forse Lagrange conta sul fatto che i suoi lettori non abbiano mai letto i racconti della Risurrezione. Ma per salvare la buona fede del biblista è necessario supporre qualcosa di più: è necessario supporre che non li abbia mai letti neppure lui.

 

Ancora qualche perla dell’apologetica d’assalto di Lagrange. L’appuntamento in Galilea dato dagli angeli agli apostoli, tramite le donne, in Marco e in Matteo sarebbe invenzione degli evangelisti in funzione del loro progetto comprendente la descrizione di un’apparizione in quella regione (tra l’altro, per lui l’apparizione di Marco coincide con quella di Matteo; il che, abbiamo visto a suo luogo, è senz’altro da escludere, e viene di fatto escluso da quasi tutti gli esegeti).

Ma quella dei due evangelisti è per l’autore un’invenzione innocente: “Noi vogliamo arrivare fino a questo punto per domandare se un simile processo letterario delle fonti [sic!] è mai bastato allo storico più scrupoloso per mettere in dubbio un fatto storico. Esso sarebbe assolutamente inoffensivo; ma gli evangelisti non ne avevano bisogno poiché gli apostoli dovevano naturalmente ritornare in Galilea”.

Dove l’ipocrisia è pari solo alla fumosità dell’espressione: chi avesse capito e fosse addirittura rimasto convinto da una simile sparata dovrebbe seriamente dubitare, ci sembra, del proprio raziocinio.

 

Il meglio però Lagrange lo tira fuori quando scrive: “Matteo è più solenne. Anch’egli suppone le apparizioni di Gerusalemme giacché dice che gli apostoli avevano dapprima dubitato (Mt 28, 17), e soltanto dopo essere stati convinti della risurrezione del loro Maestro se ne erano venuti in Galilea.

Avete letto bene: secondo Lagrange, il “dubitare” di alcuni si era manifestato in occasione di apparizioni precedenti, a Gerusalemme, e quando gli apostoli vanno sul monte in Galilea hanno già tutti visto il Risorto e sono certi pertanto dell’avvenuta Risurrezione. Questo è ciò che l’insigne biblista, tanto caro a Messori, ha capito leggendo la conclusione del vangelo di Matteo.

 

Per chi non voglia concedere l’attenuante di una scemata lucidità mentale, non resta che strabiliare di fronte a tanta impudenza.

Una malafede così smaccata merita da parte del “comune utente biblico” un perentorio fin de non-recevoir.   

 

 

                         

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