Wednesday, 22 November 2017
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  Il Leopardi cristianissimo di don Luigi Giussani

 

 

 

 

 

Il presente studio è già apparso, sotto il titolo “Disavventure leopardiane”, nella rivista culturale della Svizzera italiana “Cenobio” (LII [2003], 4). Qui, a parte un paio di ritocchi resi necessari dal tempo trascorso e dalla sopravvenuta morte di don Giussani, si sono eliminate le note (in parte rifuse nel testo) e si è intervenuti sulla veste grafica in vista della lettura online (ciò riguarda in particolare la suddivisione in capoversi e l’impiego del corsivo).

 

 

 

Nella collana della BUR “I libri dello spirito cristiano”, diretta da don Luigi Giussani, uscì a metà degli anni Novanta una piccola antologia leopardiana comprendente una ventina di Canti scelti e annotati dallo stesso don Giussani: Giacomo Leopardi, Cara beltàPoesie, introduzione di Luigi Giussani, postfazione di Mario Luzi, Rizzoli, Milano 1996.

 

La nostra attenzione va al saggio introduttivo (“La coscienza religiosa di fronte alla poesia di Leopardi”), che riproduce il testo di un discorso inedito letto a Recanati nel 1982. Vi si enuncia la tesi tanto cara ai cattolici di un criptocristianesimo leopardiano, e ci si sofferma in particolare su Alla sua donna (pp. 20-24), l’ultima strofa della quale viene definita “una delle più belle preghiere che si possano leggere nella nostra letteratura”.

Di tale strofa, linguisticamente alquanto complessa, viene proposta una parafrasi esplicativa del senso letterale, seguita da un momento ermeneutico in cui si afferma il valore di annuncio cristiano di tali versi; valore, testimonia don Giussani, da lui scoperto con intensa emozione quando, quindicenne, frequentava la prima liceo presso il seminario.

 

Tutto bello, tutto edificante. Se non che, leggendo la parafrasi prima e il commento poi, si ha la sgradevole sorpresa di imbattersi in clamorosi errori di decodificazione, che portano ad un fraintendimento totale della strofa e quindi dell’intera poesia.

Per poterli esaminare, riportiamo innanzitutto la strofa in questione seguita dalla parafrasi e dal commento di don Giussani:

 

Se dell’eterne idee

l’una sei tu, cui di sensibil forma

sdegni l’eterno senno esser vestita,

e fra caduche spoglie

provar gli affanni di funerea vita;

o s’altra terra ne’ superni giri

fra’ mondi innumerabili t’accoglie,

e più vaga del Sol prossima stella

t’irraggia, e più benigno etere spiri;

di qua dove son gli anni infausti e brevi,

questo d’ignoto amante inno ricevi.

 

 Questa è stata la strofa che mi ha travolto – lo posso dire – la vita. Perché dice: se tu, bellezza, che, quand’ero ragazzo, credevo di trovare per le strade – ma non c’è in terra cosa che ti somigli! -; se tu bellezza sei un’idea di Platone che vive nell’iperuranio, in qualche mondo astrale, oppure vivi in qualche altro pianeta più felice della terra, perché “di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita”, perché sdegni di rivestirti di carne e “fra caduche spoglie / portar [sic] gli affanni di funerea vita”, in un corpo carnale portare i dolori e la morte? Se tu questo sdegni perché sei una delle realtà eterne, “di qua dove son gli anni infausti e brevi / questo d’ignoto amante inno ricevi”.

Quando lessi questa strofa la prima volta – mi ricordo come se fosse oggi, la giornata di inizio dell’anno scolastico del mio seminario, in prima liceo a 15 anni, - dissi: ma come, che cos’è il messaggio, l’annuncio cristiano se non questo? È l’annuncio che la bellezza, con la “B” maiuscola, non solo non ha sdegnato di rivestire “l’eterno senno di sensibil forma”, non solo non ha sdegnato di “provar gli affanni di funerea vita”, ma è morto [sic] per l’uomo. [pp. 23-24]

                                                                                                                                                    

 

      Vediamo ora uno per uno i marchiani errori di cui si è detto, con l’avvertenza che sono tutti concentrati nelle dieci parole che costituiscono la proposizione relativa e l’infinitiva che ne dipende: “cui di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita” (s’intende che poi tali errori si proiettano, per così dire, sull’infinitiva coordinata).

      Premettiamo per confronto l’interpretazione  corretta, che è all’incirca la seguente: “[Se tu sei una delle idee eterne] che la sapienza divina non permette si rivesta di forma corporea” (Dio cioè non consente che l’idea di donna sognata dal poeta si incarni in una donna reale. Superfluo ricordare che l’eterno senno non designa affatto il Dio cristiano, ma qualcosa che sta tra un principio impersonale e il demiurgo platonico).

 

Nella parafrasi sono presenti quattro errori di tipo morfosintattico:

 

1) la relativa introdotta da cui diventa, senza alcuna ragione, addirittura un’interrogativa diretta (e pertanto una principale) introdotta da perché ;

 

2) e 3) sdegni, che è terza persona del congiuntivo, diventa seconda persona dell’indicativo;

 

4) l’eterno senno, che è il soggetto della relativa già arbitrariamente trasformata in interrogativa, nella parafrasi scompare letteralmente senza lasciar traccia, sicché soggetto dell’interrogativa stessa diviene il tu della proposizione condizionale, riferentesi alla donna, ovvero alla sua “idea”.

 

Nel commento poi, che vorrebbe fornire l’interpretazione autentica della strofa:

 

5) vediamo che sdegni si trasforma addirittura in non ha sdegnato, ossia nel suo opposto (!);

 

6) ritroviamo l’eterno senno, che è però diventato complemento oggetto di rivestire, da soggetto che era di sdegni; mentre dal canto suo esser vestita (passivo, riferito all’idea platonica) diventa attivo (rivestire), pur avendo per soggetto quella medesima idea (col bizzarro risultato che, letteralmente, la bellezza riveste Dio);

 

7) infine scopriamo che tale idea è addirittura Cristo stesso in quanto “bellezza, con la ‘B’ maiuscola”. Il che, a parte la distorsione estetizzante (senza dubbio quanto meno discutibile sotto il profilo teologico), è anche filologicamente scorretto, poiché l’idea che agita i sogni del giovane poeta non è la bellezza, bensì la donna ideale; il che è, al tempo stesso, molto di meno e molto di più.

 

È molto di meno, perché la bellezza diviene oggetto di discorso solo in quanto qualità posseduta dalla figura femminile vagheggiata, senza considerazione, ad esempio, della bellezza della natura o di quella artistica. D’altra parte è molto di più, perché a rendere “ideale” la donna cantata dal poeta non è solo la bellezza, ma sono tutte le qualità che un uomo può sognare nella compagna dei suoi giorni: “te viatrice in questo arido suolo / io mi pensai” (vv. 18-19). E non  mancano accenti stilnovistici: “E ben chiaro vegg’io siccome ancora / seguir loda e virtù nei miei prim’anni / l’amor tuo mi farebbe” (vv. 28-30); “E teco la mortal vita saria / simile a quella che nel cielo india” (vv. 32-33).

Considerando quali amarezze attendevano Leopardi, verrebbe da dire che delle qualità proprie della donna ideale sono qui in gioco in particolare la sincerità, la fedeltà e la capacità di comprendere la profondità del sentimento che la donna ispira all’uomo (si pensi ad Aspasia; e si ricordi che la poesia è dedicata “alla sua donna”).

Semmai, si potrà avvertire in questi versi un’eco lontana dell’emozione con cui Adamo accolse la compagna che Dio gli aveva dato come “aiuto” per percorrere il cammino della vita. Si tratterebbe comunque di un accostamento di natura puramente antropologica, senza alcuna connotazione religiosa.

 

Siamo dunque di fronte a un’incredibile deformazione del testo leopardiano, deformazione attuata ripetutamente a tutti i livelli: morfologico, sintattico e semantico. In conseguenza di tale autentico massacro, alla fine il testo, impietosamente triturato, è pronto per venir cucinato in salsa cristiana.

Sicché la donna vagheggiata dal poeta, donna irraggiungibile perché inesistente sulla terra, può diventare nientemeno che Cristo, il quale “non solo non ha sdegnato” (v. sopra), incarnandosi, “di ‘provar gli affanni di funerea vita’, ma è morto per l’uomo” (corsivo nostro). Questo Cristo sarebbe ora “ignoto amante dell’uomo” (sic); e noi qui saremmo di  fronte, nella sostanza, alla “prima pagina del Vangelo di san Giovanni”.

Così come saremmo di fronte a una profezia, “una profezia pura perché il genio è sempre profeta di Cristo. […] Questa è la profezia di un ateo; è il grido, 1800 anni dopo che era accaduta, il grido, dal fondo dell’uomo, all’incarnazione di Cristo” (p. 24).

 

Sia chiaro: pieno rispetto per l’adolescente a suo tempo folgorato da versi di alta qualità poetica ma di struttura linguistica oggettivamente complessa e quindi ardua da decifrare. Che però lo studioso maturo, dopo una vita passata nella meditazione su Dio e sull’uomo, ci riproponga pari pari una clamorosa gaffe in cui era caduto ai suoi verd’anni; e che tale studioso sia un intellettuale della statura e del carisma di don Giussani, beh, questo è assai poco commendevole.

E meno ancora lo è se si pensa che la pubblicazione del testo del discorso è posteriore di quasi tre lustri alla data della sua lettura in quel di Recanati. Pare strano che nessuno abbia trovato il modo di far notare all’autore che sarebbe stato meglio quanto meno controllare la correttezza della sua interpretazione, a cominciare ovviamente dalla decodificazione letterale. Come pare strano che l’autore medesimo non abbia avvertito lo scrupolo di procedere a tale verifica.

 

Ma la sorpresa si stempera – o, da un altro punto di vista, si accentua – quando, leggendo vari articoli reperibili in internet, si scopre che la folgorazione adolescenziale di don Giussani alla lettura di Alla sua donna non solo è nota, ma viene addirittura considerata un momento cruciale in quello svolgimento interiore che ha portato il religioso a vedere “la bellezza come parte del metodo educativo” (un accenno del card. J. Ratzinger alla giovanile emozionante scoperta di Alla sua donna da parte del nostro autore figura nella sua prefazione a Massimo Camisasca, Comunione e Liberazione. Le origini (1954-1968), San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001).

Del resto l’autore stesso, abbiamo visto, non usa mezzi termini: “Questa strofa mi ha travolto – lo posso dire – la vita”.

 

Vista in questa luce, la vicenda del clamoroso fraintendimento di cui si è detto acquista un carattere diverso, apparentandosi a certe forzature proprie dell’esegesi cristiana, ufficiale o meno. Prendere lucciole per lanterne in modo così clamoroso da stravolgere completamente il senso di un testo (si ricordi in particolare il "non" inserito in modo del tutto arbitrario nell’interpretazione), mantenendo poi la propria posizione per più di sessant’anni, non è forse così “innocente” come potrebbe apparire a prima vista: richiama ad esempio le distorsioni a catena che hanno fatto di un famoso passo biblico (Gn 3,15) il cosiddetto protovangelo”, assunto a fondamento scritturale del dogma dell’Immacolata.

In ogni caso, è squalificante; sicché l’autore avrebbe avuto tutto da guadagnare da un’ammissione, per quanto tardiva, del suo abbaglio di gioventù, facendo ammenda di quel suo “primo giovenile errore”.

 

Leggendo un poeta, può capitare di venir presi da un incanto sottile di cui è difficile dar conto razionalmente. Ma voler autenticare le proprie impressioni con gli strumenti della filologia utilizzati con disinvolto dilettantismo è contrario alla probità intellettuale. A poco serve la captatio benevolentiae esibita all’inizio: “So di non essere un esperto …”. Quand’è così, vanno consultati gli addetti ai lavori. Il non essere esperti non può venire addotto a mo’ di alibi per poter sostenere capziosamente le proprie tesi.

 

L’autore dichiara il suo debito nei confronti di Giulio Augusto Levi, il quale, dice, “pose questa poesia come la chiave di volta di tutto l’itinerario spirituale e di tutta l’espressione poetica leopardiana”. Ma va detto che se egli avesse utilizzato la scarna nota apposta dal Levi, nel suo commento ai Canti, ai vv. 46-47 di Alla sua donna, avrebbe senz’altro evitato almeno gli errori più gravi. Ecco il testo della nota: “cui di sensibil forma ecc., che Iddio stimi troppo bella per vestirsi di forme sensibili. cui, sogg. dell’infinito esser vestita. Sdegni, non conceda, come cosa non degna di lei. l’eterno senno, Iddio”.

Il commento, uscito a Firenze presso Battistelli nel 1921, era in voga nelle scuole negli anni tra le due guerre, sicché il giovane seminarista potrebbe aver letto proprio su quelle pagine i versi da cui rimase folgorato.

 

 

      I guasti prodotti da una scorretta parafrasi leopardiana suggeriscono un paio di postille, circa la parafrasi in sé e circa Leopardi.

      Circa la parafrasi: quel che è ora di moda snobbare come esercizio scolastico tale da ottundere quasi la mente, rendendola sorda ai valori poetici del testo, si conferma in realtà operazione preliminare indispensabile per ogni successivo intervento ermeneutico. È velleitario sciorinare pretesi tesori nascosti di un testo poetico di cui a livello letterale non si è capito nulla.

 

Circa Leopardi: l’exploit esegetico del nostro improvvisato critico non è che un capitolo nella storia infinita dei tentativi compiuti dai cattolici benpensanti per aggregare il poeta della Ginestra alla schiera dei sedicenti o presunti atei (o quanto meno agnostici) che in realtà - si sostiene - sarebbero a loro insaputa illuminati dalla Grazia.

È normale che chi ha una visione del mondo profondamente religiosa (anche in senso strettamente confessionale) avverta il fascino che promana da tanti versi leopardiani e colga l’anelito metafisico che li anima, espressione del doloroso contrasto tra ideale e realtà. Ecco dunque che per “spiegare” l’assenza del Dio cristiano dall’orizzonte di Leopardi si arriva a compiangere il poeta in quanto sedotto e fuorviato dalla mentalità del secolo, incarnata dall’infausto mentore Giordani. Ci si rammarica che gli sia mancata una vera guida spirituale; che non abbia trovato il suo Rosmini, insomma. Peccato, si dice, perché era ad un passo dall’abbracciare le verità cristiane …

 

 Don Giussani non ci ripete la favoletta della conversione del poeta in articulo mortis (come fa invece ad esempio padre Livio di Radio Maria, secondo cui Leopardi era permeato da “una vena di religiosità che proruppe al momento del trapasso, quando si confessò e fece la comunione”: mistificazione cui aveva già posto fine la stessa “Civiltà Cattolica” 125 anni fa).

Ma non rinuncia a vedere nel Nostro quel che il poeta stesso, eterno “fugitivus cordis sui”, a suo dire non sarebbe mai riuscito a vedere dentro di sé. Pascalianamente sensibile al fascino del mistero cosmico, Leopardi, dice l’autore, “sottolinea e grida, descrive e comunica in un modo così potente l’interrogativo che costituisce il cuore o, come vedremo, la ragione dell’uomo, che tutta la risposta negativa, dedotta da lui con attenzione serissima dalla cultura sensistica allora dominante, io l’ho sempre sentita come appiccicaticcia, esteriore, cerebrale […]” (pp. 11-12).

 

Acuto, dunque, profondo, sensibile il poeta; peccato che non sapesse guardare dentro di sé per capire il senso ultimo di quel che avvertiva e viveva con tanta partecipazione. Ma per fortuna ci pensano gli interpreti devoti, che gli ridanno un’anima naturaliter christiana. Tra questi a suo tempo anche il recanatese Enrico Medi (ora proposto per la beatificazione); il quale, sentendosi forse autorizzato dalla conterraneità, definiva Leopardi “un grande credente”.

Ma si sa che, per la teologia doc, anche quanto di buono possono aver detto Socrate o Confucio o il Budda, l’han detto solo per influsso della Grazia, ora mediata agli uomini dalla Chiesa. La quale è onnivora, e fagocita tutto quel che di valido nel campo dello spirito possa mai dire o fare l’uomo.

Le regole del gioco sono chiare: extra ecclesiam nulla salus. E ovviamente nulla veritas.   

 

 

 

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