Saturday, 22 September 2018
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                    Il ‘puzzle’ e il problema dell’armonizzazione

 

  

 

Possiamo ora affrontare direttamente, in modo formale, una questione a cui abbiamo già piu volte accennato, e che si può considerare il nocciolo di tutta la problematica: la cosiddetta “armonizzazione”.

 

Parlando dei vangeli dell’infanzia, Laurentin scrive: “Il rigore critico [sic!] invita a non trattare gli episodi di Matteo e di Luca come pezzi di puzzle da far combaciare, perché tale possibilità non esiste”.

La ricostruzione dei fatti, dice Laurentin, non deve essere paragonata a un puzzle in cui tutti gli incastri risultino perfetti.

 

Bene: il teologo francese qui ha torto marcio, poiché la realtà è proprio un puzzle a incastri perfetti.

Ne abbiamo una prova negli innumerevoli gialli che ci propinano i media: se il bravo commissario ha ricostruito a dovere la sequenza logico-cronologica degli eventi, se ha cioè scoperto la “verità”, alla fine tutto quadra perfettamente.

Tra la realtà e il racconto che ce la presenta deve esservi insomma una sorta di isomorfismo; in termini banali, diremo che il racconto deve essere “fedele” (il che, abbiamo visto, secondo la splendida definizione data da Messori è proprio ciò che l’ “"istinto" dei semplici” richiede).

Se dunque nel nostro caso la possibilità di far combaciare i pezzi del puzzle “non esiste”, ciò significa semplicemente che i vari racconti sono tra loro incompatibili.

 

Non meno infelice di quella del puzzle è l’altra metafora che Laurentin usa per chiarire il suo pensiero: le narrazioni di Matteo e Luca sarebbero “ricordi registrati, conservati, interpretati, organizzati secondo prospettive molto diverse, quasi di foto d’un edificio prese da diverse angolature. Falseremmo tutto, se le combinassimo in una sola immagine”.

Qui l’esempio è addirittura controproducente, al limite del ridicolo, poiché se veramente si tratta dello stesso edificio (non modificato nel tempo trascorso tra una foto e l’altra), le varie immagini si potranno perfettamente comporre (oggi è facilissimo, con l’elaborazione computerizzata), consentendo di fare un modellino completo. Altro che “falsare tutto”!

 

Tutte queste considerazioni si possono ricondurre alla problematica dell’armonizzazione. “Armonizzare”, come sappiamo, nel nostro caso significa comporre i vari eventi raccontati dai singoli evangelisti in un’unica sequenza logico-cronologica.

 

Regole fisse dell’apologetica sono che:

 

1) nessun evangelista vuole raccontare tutto;

2) ciascun evangelista dispone i fatti in un ordine che non è sempre quello in cui si sono effettivamente svolti.

 

Sono affermazioni su cui non vi è nulla da eccepire. In particolare, la seconda regola dice che l’intreccio non coincide necessariamente con ciò che in narratologia si chiama fabula: si tratta di una situazione comunissima nelle opere di fiction, letterarie o cinematografiche (si pensi ai flashback).

Resta però il fatto che dall’intreccio, ossia dalla sequenza di eventi che ci viene presentata dal testo, si deve sempre poter risalire alla fabula, ossia all’ordine in cui i fatti si sono realmente svolti (ecco lo “svolgimento reale dei fatti” di cui parla Messori!); ed è proprio questa operazione che compie la mente di ogni lettore o spettatore.

 

Ora, questo dovrebbe essere possibile anche nel caso dei racconti evangelici della Risurrezione. Se non è possibile, ciò significa che essi sono in qualche misura irriducibilmente contraddittori.

Ogni evento infatti è per così dire contrassegnato da una “marca” di tempo e di luogo, nonché da un rapporto di causalità con gli altri eventi della sequenza, di cui – direttamente o indirettamente - è causa o effetto (ecco perché si parla di sequenza logico-cronologica).

Se non è possibile assegnare ad ogni evento un posto nella sequenza, è perché i diversi racconti costringono ad assegnargli due o più posti diversi, sicché, per eliminare la contraddizione, dobbiamo ignorare almeno uno di questi racconti.

 

Di fronte a tali difficoltà, l’apologetica reagisce in modi differenti. Il più semplice e comune consiste nel ridimensionare il problema.

Ad esempio, per i racconti delle donne al sepolcro Lagrange dice, con grande ottimismo, che “la difficoltà di metterli d’accordo è stata molto esagerata”; in realtà, abbiamo visto a suo tempo i problemi enormi che pone l’armonizzazione e i risultati grotteschi a cui è giunto chi, come Agostino, ha tentato di attuarla fino in fondo.

 

A volte si ammette onestamente la difficoltà dell’impresa, parlando di “una armonizzazione che ci sfugge (Benoit, PRS 290).

Ma più spesso si sceglie di prendere il toro per le corna: si ammette candidamente che l’armonizzazione non è possibile, badando però a far apparire nel torto chi pretende di farla.

 

Scrive lo stesso Benoit: “Bisogna stare attenti a non mescolare i Vangeli tra loro, come si è fatto troppo spesso; Giovanni va letto da solo” (p. 359).

Ecco: cercar di ricavare dai vari racconti evangelici un’unica storia di senso compiuto è un “mescolare i Vangeli”, quasi fosse un profanarli, un attentare alla loro purezza di storie meravigliosamente autonome. Diamine, la Maddalena di Giovanni non può aver nulla da spartire con la Maddalena di Matteo, non facciamo pasticci.

Come certi personaggi di storielle surreali che a un certo punto dicono: “No, io sono di un’altra barzelletta”. Così si deve supporre direbbe la Maddalena di Giovanni: “Io sono di un altro vangelo”.

 

Denominatore comune di tutte queste “strategie di fuga” è dunque lo snobbare l’armonizzazione, facendola apparire una fisima, una sorta di fissazione sostenuta per gettare discredito sui racconti evangelici.

Si parla di “concordismo”, con connotazione chiaramente negativa, per indicare l’atteggiamento di chi si sforza di armonizzare i vari racconti. E la metafora del puzzle sopra ricordata suggerisce, non occorre sottolinearlo, l’idea di un giochetto poco serio; da ripudiare, dice Laurentin, in nome nientemeno che … del “rigore critico” (!).

 

Il fatto è che quando due eventi presentati da due evangelisti sono incompatibili, è evidente che almeno uno dei due autori ci dà un’informazione errata. Si potrà discutere circa l’importanza della cosa, ma resta il fatto che almeno uno di essi ha, volontariamente o involontariamente, mentito.

Sicché, non sapendo di quale si tratti, è legittimo sospettare che abbiano mentito tutt’e due. È un principio fondamentale della logica: due proposizioni contrarie non possono essere entrambe vere, mentre possono essere entrambe false.

 

Vorrei concludere commentando uno sfogo di Messori che senza volerlo pone il problema nei termini più chiari: “Siamo solo noi, credenti semplici, che possiamo essere tanto sprovveduti da prendere sul serio i vangeli così come stanno, illudendoci che quanto ci narrano corrisponda a quanto è davvero successo!” (DCR 165).

Ecco, appunto: come è possibile che “quanto ci narrano” i vangeli “corrisponda a quanto è davvero successo”, dal momento che ce lo narrano in due, tre o magari quattro modi diversi, mentre quel che è successo è sicuramente successo in un modo solo?

 

 

 

 

 

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