Monday, 23 September 2019
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                          I presunti prodigi alla morte di Cristo 

 

 

 

L’agonia e la morte di Gesù sono accompagnate, nel racconto degli evangelisti, da una serie di eventi prodigiosi.

 

Tutti e tre i sinottici ci dicono che tra mezzogiono e le tre pomeridiane – ora della morte del Salvatore – la terra si coprì di tenebra; Matteo e Marco aggiungono che al momento stesso dello spirare del Crocifisso si squarciò dall’alto al basso la pesante cortina che nel Tempio assicurava l’inaccessibilità del Sancta Sanctorum (o, secondo alcuni, del Santo).

 

Il solo Matteo infine ci fornisce altre due informazioni:

 

1) “la terra si scosse”, vi fu cioè un terremoto;

2) “le rocce  si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”.

 

 

In “Patì sotto Ponzio Pilato?”, Messori, avendo deciso di dedicare al tema uno dei suoi “colpi di sonda”, inizia molto opportunamente citando Pierre Benoit, il quale, sia pure con un linguaggio assai circospetto, riconosce che ci troviamo di fronte a particolari tipici di un genere letterario molto preciso e assai ben rappresentato nell’AT: la descrizione del “Giorno di Jahweh, il gran Giorno escatologico”.

Sicché Messori stesso ammette che “almeno qui, forse – a differenza di tanti altri versetti che abbiamo esaminato – il clima profetico può avere in qualche modo guidato l’evangelista che è sì cronista, ma anche ebreo devoto”.

Come dire che, mentre in genere egli si è impegnato a dimostrare che i fatti narrati dagli evangelisti non sono, come sostiene certa critica razionalista, invenzioni miranti a mostrare l’avvenuto adempimento di una profezia, qui riconosce che il dato biblico veterotestamentario ha propiziato la creazione di eventi atti a sottolineare il significato teologico della morte del Nazareno.

Tanto più che, come Messori stesso ci ricorda, nella letteratura talmudica dei secoli successivi “fenomeni "fisici" accompagnano la morte pure di rabbini particolarmente famosi e venerati”. 

 

Tutto sembrerebbe chiaro, dunque. Senonché, evidentemente, a questo punto l’apologeta si rende conto che l’ammissione del carattere fantastico di certi dettagli tutt’altro che trascurabili del racconto biblico getta una pessima luce sui racconti evangelici e sulla loro “storicità”, tanto energicamente riaffermata dal concilio Vaticano II nella costituzione “Dei Verbum”. E allora tenta di rimescolare le carte, o, se si preferisce, di intorbidare le acque.

 

Partendo da una frase di Benoit (“Senza negare per principio simili avvenimenti meravigliosi …”: quasi una captatio benevolentiae volta a chiedere venia della poco ortodossa “demitizzazione”), Messori in sostanza si chiede: ma è poi proprio certo che si tratti di invenzioni degli evangelisti, e in particolare di Matteo?

E, secondo la sua tecnica preferita, inizia ad accumulare indizi di possibile storicità, nella speranza di riuscire almeno a mettere qualche pulce nell’orecchio a chi sostiene che i dettagli “apocalittici” dei resoconti evangelici sono pure invenzioni.

In questo caso però, contrariamente al solito, l’autore si muove in modo assai maldestro, incappando in una serie di veri e propri infortuni. Vediamo.

 

 

1) Miracolo o fenomeno naturale?

 

In primo luogo va denunciata una contraddizione di fondo, peraltro consueta in operazioni apologetiche di questo genere: da un lato si vuole affermare che si tratta di fenomeni assolutamente prodigiosi, per mantenere ad essi il valore inequivocabile di “segni”; dall’altro, per far breccia nello scetticismo razionalistico, si affacciano ipotesi di spiegazioni per l’appunto razionali.

Tale, per quanto riguarda le tenebre, l’ipotesi che si sia trattato del khamsín, il cosiddetto “scirocco nero”, ossia un vento che porta sabbia dal deserto oscurando il sole per qualche ora. Il fenomeno sarebbe stato osservato “più volte”, e proprio in aprile, dal padre Lagrange, vissuto per lunghi anni a Gerusalemme.

Per cui Messori conclude: “Nulla (se non un pregiudizio razionalistico) può impedire di supporre che proprio qualcosa del genere sia accaduto”.

 

Conclusione precipitosa ed ingenua: se le cose andarono veramente così, risulta certo eliminato il sospetto di un’invenzione da parte degli evangelisti, ma viene meno anche il carattere di evento soprannaturale che essi vogliono imprimere alla morte del Redentore.

Tutto si riduce a una semplice coincidenza: in aprile poteva benissimo capitare che si verificasse un fenomeno di questo tipo, sicché esso non poteva valere come segno, né per noi né – soprattutto - per gli uomini coinvolti nei fatti come attori o come spettatori.

 

È opportuno ribadire che il “giorno di Yahweh” è evento assolutamente unico nella storia del mondo, ragion per cui il soprannaturale che in qualche modo lo evoca dovrebbe avere dimensioni e rilievo eccezionali, nonché un’evidenza inequivocabile.

 

 

2) “Su tutta la terra”

 

Circa l’espressione “su tutta la terra” con cui i sinottici (e non il solo Matteo!) indicano l’estensione territoriale del fenomeno, ovviamente Messori si affretta a ridimensionare, in quanto a suo dire essa sarebbe usata “in altri luoghi del Nuovo Testamento e nei Settanta […] come espressione enfatica per indicare o la sola Giudea o il limite visibile dell’orizzonte”.

 

Come è oggi facile verificare con una rapida inchiesta nel Web, almeno per quanto riguarda il riferimento di gran lunga più importante, ossia il NT, ciò non corrisponde a verità; non per nulla Messori si guarda bene dal fornire indicazioni di testi e di versetti, così da consentirci di giudicare con cognizione di causa (ad es., i casi di Lc 4, 25 e Lc 21, 23, citati da Rossé, non significano nulla, in quanto in essi il fatto che ci si riferisce alla Palestina risulta evidente dal contesto).

 

L’ipotesi della limitazione a un’area che si poteva abbracciare con lo sguardo riduce poi la magnificenza grandiosa del fenomeno - che dovrebbe avere portata universale come universale è la missione redentiva del Cristo - a poco più che un giochetto.

Il pensiero corre, come sempre, a quei “semplici” a cui Dio avrebbe rivelato le verità che nasconde ai sapienti e agli intelligenti: quei semplici che a quanto pare devono destreggiarsi fra i trabocchetti che la parola di Dio pone di continuo sul loro cammino. Fortuna che poi arriva l’apologetica a dargli una mano.

 

 

3) Gli archivi segreti

 

Non pago di questa soluzione, Messori gioca anche la carta della rivendicazione avanzata da Tertulliano 170 anni dopo la morte di Cristo, ossia l’accusa all’autorità imperiale romana di tenere nascosta nei suoi archivi la documentazione circa il fenomeno delle tenebre: tenebre “che sarebbero scese quel giorno e che avrebbero raggiunto anche Roma, spargendovi il panico e suscitando interpretazioni religiose pure presso i sacerdoti dei culti pagani ufficiali”; tale accusa fu poi ripetuta nei due secoli seguenti da Origene e da Rufino di Aquileia.

 

Queste “sfide”, a giudizio dell’autore, avrebbero costituito “un comportamento temerario, se dietro non vi fosse una realtà riscontrabile”; tanto più che, insieme alla testimonianza sulla tenebra improvvisa sarebbe stata conservata e occultata anche quella relativa al terremoto di cui riferisce il solo Matteo.

 

C’è da rimanere sconcertati. “Comportamento temerario”? Ma che cosa vi era da temere? Temerario è semmai l’atteggiamento di chi nega l’esistenza di un documento che l’avversario potrebbe invece esibire da un momento all’altro. Ma chi afferma l’esistenza di un documento a lui favorevole che egli sostiene essere in possesso dell’avversario non corre alcun rischio. Gli basterà dire che l’avversario si rifiuta di esibirlo perché è per lui scomodo.

Immaginiamo che un ateo accusi il papa di tenere nascoste in Vaticano carte attestanti la falsità dei vangeli, e lo “sfidi” a mostrarle. Il papa ovviamente non lo farà, e negherà di aver mai avuto tali carte. Sicché, secondo la logica degli apologisti cristiani oggi benedetta dall’apologeta di turno, si dovrebbe dedurre che non ha raccolto la sfida perché sapeva di perderla; col che, s’intende, l’accusa risulterebbe automaticamente … “provata”.

 

Siamo in presenza di un letterale stravolgimento di principi logici elementari. Senza contare che non doveva comunque essere facile per l’autorità romana, a distanza di due secoli, dimostrare che dei documenti in questione non vi era mai stata traccia. Poteva forse consultare ed esibire, come potremmo fare noi oggi, le collezioni di quotidiani dell’epoca, per provare che quel giorno di quel fatto nessuno aveva parlato?

 

In ogni caso, ci troveremmo di fronte all’assurdo di un evento pubblico, visto con i propri occhi da milioni di persone, di cui non sarebbe rimasta traccia se non negli archivi gelosamente custoditi dai servizi segreti.

Ripetiamo: questo è veramente il mondo alla rovescia.

 

 

4) Una verifica “interna”

 

Delle tenebre e del terremoto che avrebbero accompagnato l’agonia e la morte di Gesù non ci è dunque rimasto alcun accenno se non in pochi versetti dei vangeli sinottici. Nemmeno Giuseppe Flavio giudicò tali eventi degni di menzione.

Questo sarebbe già sufficiente per suscitare diffidenza. Ma ancor più significativo è il fatto che degli eventi in questione non si trova praticamente traccia neppure all’interno dei vangeli stessi, ossia nel contesto narrativo in cui i versetti che li descrivono sono inseriti.

 

Gli evangelisti concordi ci dicono che le tenebre si manifestarono all’ora sesta, cioè a mezzogiorno, e si protrassero sino all’ora nona, ossia le tre pomeridiane, quando Gesù spirò. Orbene, i fatti che, a detta di Matteo e Marco, si svolgono in questo lasso di tempo smentiscono indirettamente la circostanza delle tenebre.  

Queste infatti avrebbero dovuto seminare il terrore quanto meno nei presenti attorno alla croce; vediamo invece che quando Gesù grida “Elì, Elì, lemà sabachtani”, alcuni dei presenti, per nulla intimoriti, interpretano le sue parole come se fossero un’invocazione del profeta Elia. E dopo che uno di loro ha porto al Crocifisso una spugna imbevuta d’aceto, gli altri sarcasticamente commentano: “Aspettate! Vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce!”

Qui, del sacro terrore che secondo Tertulliano avrebbe invaso addirittura i cittadini di Roma, a duemila chilometri di distanza, proprio non c’è alcun indizio.

 

Uguale impressione lasciano poi gli eventi che seguono. La richiesta dei Giudei a Pilato di spezzare le gambe ai giustiziati e di toglierli dalla croce perché non restino appesi durante il sabato pasquale; la procedura del crurifragio, risparmiato a Gesù perché già morto; il colpo di lancia inferto ad ogni buon conto dal soldato: tutto avviene in uno spirito di routine, e in un ambiente in cui non è dato cogliere il minimo segno di religioso terrore.

Tanto che il giorno seguente coloro che più di ogni altro avrebbero dovuto essere rimasti terrorizzati non si peritano di dire a Pilato: “Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: ‘Dopo tre giorni risorgerò’”.

Qui, più che mai, del tremendum proprio del sacro e che si vorrebbe essere stato indotto su scala … planetaria dai prodigi avvenuti, e in particolare dal sopraggiungere della tenebra meridiana, non vi è il minimo sentore.

 

E spingendo lo sguardo più avanti, agli “Atti degli Apostoli”, è facile notare che Pietro, nel suo discorso di Pentecoste, ai prodigi che avrebbero accompagnato la morte di Cristo non accenna neppure.

Sarebbe stato invece quanto mai opportuno farlo, dato che egli si rivolgeva a persone che ignoravano il fatto della Risurrezione e che occorreva quindi indurre a credere all’evento soprannaturale, di cui quei prodigi costituivano un “segno” e un preannunzio importanti.

 

E se tenebre e terremoto vi erano stati, tutti dovevano essersene accorti, pur se non li avevano collegati con la morte di Gesù: ora si presentava l’occasione di mostrar loro quel significato che ad essi era incredibilmente sfuggito.

Il fatto che Pietro non vi accenni neppure depone dunque molto male circa la realtà di fenomeni che, come abbiamo visto, si pretende abbiano sparso il panico nientemeno che a Roma!  

 

A questo punto va precisato che nel racconto evangelico figura un episodio che sembra costituire un’eccezione. È l’episodio del centurione e dei suoi uomini (“quelli che con lui facevano la guardia a Gesù”), i quali, “sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: ‘Davvero costui era Fglio di Dio’”.

Ma si badi: questa è, al solito, la versione di Matteo, il più “apocalittico” tra gli evangelisti. In Marco abbiamo soltanto: “Il centurione che era presente di fronte a lui, vedendo che spirò così, disse …”.

Come si vede, qui la reazione riguarda soltanto il centurione; inoltre non vi è traccia alcuna di timore, e all’origine dell’esclamazione ammirativa (analoga a quella di Matteo) sta unicamente la considerazione del modo in cui Gesù muore: impossibile pensare a fenomeni prodigiosi di qualunque tipo.

 

Dal canto suo, Luca ha: “Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: ‘Veramente quest’uomo era giusto’”. Ritroviamo la menzione di ciò che è accaduto; ma anche qui la cosa riguarda il solo centurione, e non si parla di timore, bensì di gloria resa a Dio.

Quanto poi alla sostanza dell’esternazione, essa è molto più modesta, e tale da poter essere stata suggerita, come in Marco, dall’atteggiamento tenuto da Gesù sulla croce.

Anche qui dunque è impossibile cogliere il riflesso di eventi soprannaturali o addirittura terrificanti.

 

Tra parentesi, noteremo che Messori finge di non vedere la cosa più importante in questi versetti, ossia il fatto che o Matteo e Marco da un lato o Luca dall’altro mentono. È infatti escluso che il centurione possa aver detto sia le parole che gli attribuiscono i primi due evangelisti sia quelle che gli attribuisce il terzo, in quanto la qualifica di “giusto” aggiunta a quella di “Figlio di Dio” è tanto superflua da risultare assurda.

 

 

5) La questione dell’eclissi

 

Mentre Matteo e Marco non ci informano circa la causa “fisica” delle tenebre, Luca scrive che si trattò di un’eclisse di sole.

Messori lo contesta: dice che “se Luca avesse parlato di "eclissi" si sarebbe messo subito al di fuori di ogni verosimiglianza”, in quanto l’eclissi di sole può aversi solo durante il novilunio, mentre la Pasqua ebraica, in cui muore Gesù, era legata al plenilunio; e arriva a chiedere la correzione della traduzione italiana della Cei.

Ciò perché, spiega, il verbo greco ekléipo significa “mancare, venir meno, cessare”, per cui si dovrebbe intendere che il sole perse forza, perse luminosità, senza alcun moto irregolare e soprannaturale della luna.

 

È strano che sia sfuggito a Messori il fatto che il verbo in questione è proprio quello da cui deriva la parola stessa “eclissi” (ekléipsis, in greco).

Pur avendo infatti il senso fondamentale di “venir meno”, questo verbo era diventato il termine tecnico per indicare proprio il prodursi dell’eclissi (per l’evidente legame causale sussistente tra la diminuzione dell’intensità luminosa e il restringersi della superficie solare visibile); sicché, se Luca voleva esprimere il semplice indebolirsi della luce del sole, dovremmo concludere che commise un’imperdonabile gaffe non scegliendo di impiegare un verbo diverso.

 

Di conseguenza, la CEI ha fatto e farà bene a non ritoccare la sua traduzione, e noi dobbiamo concludere che Luca si è realmente “messo al di fuori di ogni verosimiglianza”. Il che rende quasi umoristica la pretesa di Messori di vedere qui una conferma dell’ “impressione di una nascosta accuratezza degli evangelisti, di un loro esprimersi che evita sapientemente le inverosimiglianze di cui sono invece accusati troppo facilmente”.

In realtà, abbiamo qui l’ennesimo esempio della carenza di quell’acribia che Luca tanto enfaticamente si attribuisce nel proemio del suo vangelo.

 

È da notare inoltre che la tesi dell’eclissi riduce l’estensione geografica del fenomeno tenebra, poiché un’eclissi è percepibile solo in un ambito definito. Proprio per questo Dante polemizzava contro i fautori di tale interpretazione, che pure era maggioritaria, e sostenuta, tra gli altri, da san Tommaso d’Aquino.

E se Messori ha ragione di respingere la tesi di Zehren, che vorrebbe ravvisare nel fenomeno descritto dagli evangelisti un’eclissi solare avvenuta in realtà sei mesi prima, ha però torto a non riconoscere che la tesi dell’eclisse, postulando uno spettacolare sovvertimento delle leggi della meccanica celeste, contribuì non poco a sostenere, nel corso dei secoli, la fede nella Risurrezione.

È pertanto scorretto, oggi, sbarazzarsi del particolare scomodo proponendo un’interpretazione volta a smentire quella che è stata ritenuta buona per più di mille anni.

 

 

6) I prodigi di Matteo: il terremoto e i “risorti”

 

Per quanto riguarda la lacerazione della pesante cortina del tempio, di cui ci informano i primi due evangelisti, non è ovviamente possibile, in assenza di qualsiasi riscontro, pronunciarsi sulla realtà dell’evento, che è comunque obiettivamente più che sospetto per la sua evidente valenza simbolica.

 

Venendo ai due prodigi descritti dal solo Matteo, ben poco vi è da dire a proposito del terremoto. Oltre a non godere neppure del beneficio della triplice attestazione, l’evento appare dubbio perché non abbiamo alcun riscontro esterno. E qui la cosa è più grave che nel caso del velo del tempio, in quanto si tratta proprio del fenomeno naturale più evidente nel suo manifestarsi: tutti, anche i più … distratti non possono fare a meno di notarlo.

Ad alimentare la diffidenza concorrono poi altri fattori: innanzitutto la circostanza che si tratta di un topos immancabile in tutte le descrizioni di impronta apocalittica, e poi il fatto che lo stesso Matteo – isolato, anche in questo caso, tra gli evangelisti - ci fornisce una notizia simile narrando la risurrezione di Gesù.

E anche quel terremoto è ritenuto poco probabile dalla maggioranza dei biblisti (a suo luogo citiamo il parere di Benoit). Il minimo che si possa dire è che Matteo è un evangelista sismofilo.

 

Per finire, va sottolineato che anche qui, come nel caso delle presunte tenebre, oltre ai riscontri esterni mancano pure quelli interni: nessuno dei protagonisti della scena dà il minimo segno di aver notato qualche sommovimento tellurico.  

Circostanza grottesca, se si pensa che il terremoto, nella prospettiva dell’evangelista, avrebbe proprio dovuto, con la sua evidenza ammonitrice, attestare la portata apocalittica del sacrificio che si stava consumando sul Golgotha.

 

Discorso più ampio merita l’altra informazione fornita dal primo vangelo, quella relativa ai sepolcri che allo spezzarsi delle rocce si sarebbero aperti; per cui, come abbiamo ricordato all’inizio, “molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”.

Si tratta di due versetti quanto mai imbarazzanti. Messori ricorda che “hanno costituito nei secoli una vera e propria ‘croce’ per i commentatori e i teologi”.

 

È chiaro che l’evento descritto appare immediatamente inverosimile per svariati motivi:

- è teologicamente assurdo che i morti risuscitino proprio mentre Gesù muore, rubandogli per così dire la “precedenza” nella vittoria sulla morte;

- è ridicolo che poi, proprio per una sorta di rispetto al Crocifisso (quasi volessero, troppo tardi, rimediare alla gaffe commessa), se ne restino a giacere nei sepolcri già aperti, in una sorta di standby, fino a che non sia risorto il Cristo;

- è incredibile che se ne vadano poi a Gerusalemme mostrandosi a parecchie persone.

È infine un peccato che Matteo non ci racconti la conclusione della vicenda, non ci dica cioè che cosa accadde in seguito a questi risorti, che, una volta “apparsi”, tutto fa pensare non siano rimasti a Gerusalemme.

 

Alcuni apologeti tentano allora una carta disperata: pretendono che nella “città santa” di cui parla Matteo si debba vedere non già Gerusalemme, ma, per usare le parole di Messori, “un luogo della geografia celeste”, “la capitale del Regno degli Ultimi Tempi, fondato dal sacrificio redentore del Cristo”. Si tratterebbe in sostanza del Cielo, a cui i risorti si sarebbero diretti.

 

Suona strana una simile pretesa, dal momento che Messori stesso impiega ripetutamente la medesima espressione, nel corso del libro, per indicare Gerusalemme; e a Gerusalemme si riferisce anche Matteo nell’unico altro passo in cui la usa (Mt 4, 5).

Messori si appoggia tuttavia all’autorità di Pierre Benoit; il quale, dal canto suo, riesce a fornire al lettore perplesso soltanto un elenco di sette passi del Nuovo Testamento nei quali, a suo dire, la realtà celeste escatologica verrebbe designata con l’espressione “la città santa”.

 Il carattere mistificatorio di tale affermazione si può già sospettare considerando che tali passi appartengono tutti o alla “Lettera agli Ebrei” o all’ “Apocalisse”, due opere assai lontane dal vangelo di Matteo per stile e taglio teologico.

Riteniamo tuttavia opportuno riportarli tutti e sette, con le debite sottolineature, per dare un eloquente esempio di disonestà intellettuale applicata all’esegesi:

 

Eb 11, 10 :  la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso”

Eb 12, 22-23 :  “la Gerusalemme celeste”

 Eb 13, 14 :  “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura

Ap 3, 12 : “… il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo …”

Ap 21, 2 : “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio …”

Ap 21, 10 : “… e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio …”

Ap 22, 19  : “Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.”

 

Come si vede, l’espressione “la città santa” compare solo negli ultimi tre passi, e sempre accompagnata da una specificazione che non lascia dubbi circa il fatto che non si tratta della città terrena (l’ultimo passo ovviamente fa riferimento alle menzioni precedenti); al tempo stesso, poi, risulta evidente che non si tratta neppure del Cielo.

La pretesa di Benoit manca quindi di qualsiasi base filologica, per cui il discorso potrebbe venir chiuso qui. Ma è istruttivo fingere di accettare la tesi del biblista francese per continuare a seguire questi risorti nella sede celeste.

 

Notiamo subito una circostanza curiosa: che senso ha dire che in tale sede essi “apparvero a molti”, come racconta Matteo? Quando si va in paradiso, si viene visti solo da un certo numero di anime beate? E ha senso specificare se si tratta di molte o di poche?

E poi: quando quei risorti se ne andarono alla Gerusalemme celeste, dovrebbero averla trovata ancora vuota, poiché i tempi non erano quelli a cui si riferisce la descrizione dell’Apocalisse: prima di Cristo nessun’anima aveva avuto accesso al regno dei beati.

Altra stranezza: nel contesto del paradiso è forse meno problematico che nella Gerusalemme terrena spiegare il senso della fugacità di questa presenza dei risorti, che, ci dice Matteo, si limitarono ad “apparire”? Poi se ne tornarono forse nei sepolcri?

 

La difficoltà maggiore comunque si ha sul piano strettamente teologico, in quanto è di fede che sino al Giudizio universale solo Cristo e Maria sono in cielo col proprio corpo.

Per la verità, non è che Benoit non veda il problema. Scrive infatti che “i morti dell’Antico Testamento non risuscitano nel senso attuale del termine, risusciteranno solo alla fin dei tempi; ma fin d’ora sono associati alla gloria del Cristo risorto ed entrano nella Città Santa”. Per Benoit dunque tutto si ridurrebbe a una presentazione immaginosa della discesa di Cristo agli inferi per liberare le anime dei giusti.

 

Con ciò però egli stravolge il senso della descrizione di Matteo, il quale scrive addirittura che “molti corpi di santi morti risuscitarono”: protagonisti, in prima persona, sono proprio i corpi, non le anime confinate nello scheol, dove di corpi non vi è traccia; quelle anime, cioè, che non possono risuscitare per il semplice fatto che non possono morire.

Se Matteo intendeva dire quel che pretende di fargli dire il biblista francese, non doveva parlare di risurrezione dei corpi: questi potevano, anzi dovevano, restare morti. Altrimenti dovremmo concludere che, scrivendo quel che ha scritto, l’evangelista ha dimostrato di ragionare in un modo che è eufemistico definire contorto.

 

Contorto almeno quanto lo è quello del suo interprete, che arriva a dire: “I santi dell’Antico Testamento […] appaiono nella Città Santa, ma non necessariamente [!] nella Gerusalemme terrestre: si tratta piuttosto [!] della Città Santa del cielo …”.

Letteralmente, dunque, per significare che i risorti non sono comparsi in quella Gerusalemme terrena che distava qualche centinaio di metri dai loro sepolcri, si dice che non è certo al cento per cento che vi siano comparsi; e che sono comparsi “piuttosto” in cielo che in terra.

Penosi understatements con cui l’esegeta si illude di riuscire a tenere i piedi in due scarpe, ovvero di salvare capra e cavoli, tenendosi aperta una via di ritirata per il caso in cui si trovasse con le spalle al muro.

 

Ed ecco la conclusione: “Questo periodo di Matteo è più teologico che materialmente storico: molti Padri l’avevano già compreso”.

Dunque: ritroviamo la sottolineatura di una “preferenza” in luogo di una chiara scelta tra i due corni del dilemma (il periodo è o non è storico, a prescindere dalla sua valenza teologica); e, insieme, una connotazione decisamente negativa della storicità, ossia, per dirla in termini concreti, della verità dell’episodio.

Alla corrispondenza del racconto ai fatti (considerata cosa banale) viene contrapposta una prospettiva più alta e più nobile, quella del significato teologico dell’evento; e per di più si fa risalire ai Padri il merito di averlo scoperto per primi.

 

Siamo di fronte a un piccolo capolavoro nel campo delle distorsioni apologetiche. Quello che i Padri avrebbero precocemente e meritoriamente scoperto è in realtà ciò che coglie al primo sguardo qualsiasi lettore non prevenuto; i Padri si sono cioè semplicemente rassegnati ad ammettere quello che purtroppo risultava evidente, ossia che la storia dei corpi risorti non è difendibile.

Hanno pertanto ripiegato sul significato teologico, e oggi l’apologeta si industria a far apparire “superiore” quello che in effetti è un ripiego.

 

Meritano particolare attenzione le seguenti parole di Benoit: “È questa un’espressione bella, immaginosa e ricca del dogma della discesa agli inferi”. Questo equivale a definire l’episodio dei “risorti” di Matteo nient’altro che un teologúmeno, ossia, secondo l’uso corrente del termine, una vicenda inventata per esprimere in forma narrativa un concetto teologico.

Senonché il termine teologúmeno viene accuratamente evitato sia da Benoit che da Messori, in quanto tabù per l’esegesi devota. Se ne comprende il motivo: una volta ammesso il principio, diventa difficile decidere che cosa vada considerato teologúmeno e che cosa no; al limite, si rischia che tutto il vangelo venga considerato un collage di teologúmeni.

 

 

7) Conclusioni

 

Ancora un paio di esempi delle acrobazie dell’apologetichese con le quali si cerca di negare che siamo di fronte ad invenzioni pur lasciando capire che le cose stanno proprio così.

 

Sentiamo di nuovo Benoit: “Abbiamo il diritto di domandarci […] se gli autori dei vangeli non avessero l’intenzione di evocare dei temi biblici che vedevano allora realizzati”. E I. Hermann, citato da Rossé: “Non bisogna vedere nelle tenebre che accompagnarono la morte di Gesù un fenomeno astronomico (per esempio una eclissi di sole) o meteorologico (annuvolamento). È piuttosto un elemento del lavoro letterario e teologico compiuto per concretizzare il senso della morte di Gesù”.

In soldoni: non ci fu nessun fenomeno di tenebra. E con l’ausilio del solito “piuttosto” si fa capire che si tratta di un’invenzione degli evangelisti avente lo scopo teologico di conferire alla morte di Gesù il carattere inconfondibile di un evento di portata escatologica.

 

Quanto a Messori, questa è la sua conclusione: “Il magistero della Chiesa si è sempre astenuto dal pronunciarsi a favore di una versione ufficiale. E ancor oggi si discute, così come si discuterà fino a quando si leggeranno i vangeli”.

Come si vede, vorrebbe cavarsela chiudendo con un verdetto di no contest, come se non fosse possibile pronunciarsi sulla “verità” della notizia riguardante i “risorti”, anzi, come se la questione fosse destinata a rimanere eternamente sub judice.

 

Ma la realtà è ben diversa. Anche l’apologetica non può nascondere che le risurrezioni di cui parla Matteo non vi furono, e che con tutta probabilità non vi furono neppure il terremoto, la lacerazione della cortina del tempio e le tenebre su tutta la terra. Saranno fatti che “esprimono una verità”, ma non sono veri.

Il che significa che gli evangelisti hanno mentito, e che Matteo in particolare non si è fatto scrupolo di spararle grosse, sicuro che non vi sarebbe stata alcuna sconfessione.

 

Pertanto, miracoli che potevano - e quindi dovevano - avere un riscontro esterno, in quanto totalmente “pubblici”, rimangono desolantemente privi di conferma.

Circostanza assai poco lusinghiera per l’apologetica militante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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