Wednesday, 22 November 2017
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 Benedetto e i giusti tra Sodoma e Gomorra

 

 

 

 

Non è un mistero per nessuno che tra l’Antico e il Nuovo Testamento sussistono rapporti difficili, talora decisamente conflittuali. L’apolologetica e la catechesi si sforzano di smussare gli angoli ed appianare i contrasti fra le due sezioni della Scrittura, nella bimillenaria convinzione - manifestamente erronea - che la prima costituisca una sapiente meravigliosa preparazione della seconda.

 

È probabilmente in quest’ottica che il 18 maggio 2011 Benedetto XVI, in una delle sue catechesi del mercoledì dedicate al tema della preghiera, ha illustrato come primo esempio di preghiera biblica dell’Antico Testamento l’intercessione a favore di Sodoma compiuta da Abramo presso Dio (v. Gn 18, 22-33).

La catechesi vorrebbe essere una piccola trattazione sulla giustizia divina; trattazione che a noi pare sconcertante e per certi versi, parlando senza mezzi termini, ripugnante.

 

 

I fatti

 

Come è noto, Abramo, avendo saputo dal Signore che egli si appresta a distruggere Sodoma e Gomorra per punirle dei loro orribili peccati, cerca di indurlo a desistere facendogli notare che non sarebbe conforme alla giustizia divina far morire il giusto insieme al peccatore; anzi, gli chiede addirittura se non sarebbe disposto a rinunciare alla punizione qualora in Sodoma si trovassero almeno cinquanta “giusti”.

Il Signore risponde di sì, sicché il patriarca si fa coraggio e chiede se il perdono scatterebbe anche qualora i giusti fossero solo quarantacinque. La risposta è ancora affermativa, e il dialogo prosegue con il numero degli ipotetici giusti che scende via via a quaranta, trenta, venti e infine dieci. E ancora il Signore promette: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”. 

Purtroppo a questo punto la conversazione s’interrompe: “Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione”.

Ma sappiamo tutti come finì: le due città furono distrutte dalla pioggia di zolfo e di fuoco scesa dal cielo. Si salvò solo Lot, nipote di Abramo, fuggito con le due figlie e la moglie (poi trasformata in statua di sale perché voltasi indietro a guardare durante la fuga). Dobbiamo dunque dedurre che il quorum di dieci giusti non fu raggiunto.   

E sappiamo pure (ce lo racconta il successivo capitolo 19) che i due angeli mandati ad avvisare Lot eccitarono la foia dei Sodomiti, e che Lot per placare i suoi concittadini offrì loro le figlie: “Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all'ombra del mio tetto”.  

La Bibbia CEI, non potendo glissare di fronte a una simile enormità, non trova di meglio che propinarci questa nota: “Lot si oppone alla violenza e alla violazione dell’ospitalità. L’offerta delle figlie ai malvagi, difficile da capire secondo i nostri criteri, vuole comunque sottolineare il carattere sacro dell’ospite”.

No. Non è che l’offerta delle figlie sia “difficile da capire”: diciamo più semplicemente che fa orrore. E l’orrore non scaturisce dai “nostri criteri” (presentati quasi come fisime proprie di una cultura degradata), ma dalla clamorosa violazione di quello stesso ius naturale di cui il Papa si è riempito la bocca pontificando in quel di Berlino.  

Dopo la distruzione delle due città, nel testo biblico la miserevole vicenda si conclude con l’episodio delle due giovani che per restare incinte, non essendovi altri uomini nel luogo in cui i tre si sono rifugiati, non si fanno scrupolo di far sbronzare il padre e accoppiarsi con lui. 

Orbene, una simile storiaccia di sesso e di sterminio, di violenza e d’incesto, viene presa da Benedetto XVI come spunto per esaltare l’impareggiabile giustizia di Dio e la sua infinita misericordia! 

Lasciamo il livello delle emozioni che prendono il comune mortale alla lettura di queste pagine e vediamo di approfondire, citando ampiamente dal testo di Ratzinger (con l’avvertenza che tutti i corsivi sono nostri). Cominciamo dalla giustizia. 

 

La giustizia di Yahweh 

Il papa inizia correttamente, elogiando l’atteggiamento di Abramo: 

“Con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: [...] sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio”.

Ne prendiamo atto con soddisfazione. Senonché Ratzinger prosegue dicendo che “se leggiamo [...] più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: "E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?" (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva.” 

Ciò che chiede Abramo, prosegue il Papa, non è la giustizia “meramente retributiva” (quella cioè che premia e punisce ciascuno secondo i meriti e le colpe), “ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli.”

Sicché, conclude, “il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia "superiore" [sic], offrendo loro una possibilità di salvezza”.

E la motivazione sarebbe la seguente: “Se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.” 

Su queste parole vi sono almeno tre ordini di considerazioni da fare. 

1)  Sono incredibili l’ottimismo e la disinvoltura con cui si propone come ricetta per il male morale il perdono indiscriminato dei “malfattori”, nella certezza che questi, vedendosi perdonati in virtù di quell’esiguo manipolo di giusti, “non continueranno più a fare il male” e “diventeranno anch’essi giusti".

Certo, si precisa, occorre che essi “accettino il perdono e confessino la colpa”, secondo quanto prevede il sacramento cristiano della penitenza; ma nel caso di Sodoma non si vede proprio quale possibilità concreta vi fosse di promuovere e poi verificare l’adempimento di tale condizione (si ricordi che i peccatori erano la quasi totalità degl abitanti). E se Dio avesse rinunciato a punire la città, come avrebbero potuto gli empi rendersi conto di essere stati risparmiati grazie a un manipolo di giusti, così da ravvedersi e non peccare più? 

In ogni caso, in questo modo ll valore deterrente della pena viene praticamente azzerato: impunità per tutti i delinquenti. Ognuno provi a immaginare quale società si potrebbe costruire con tali principi.  

S’intende che (sempre ammesso che il Papa sia fedele interprete dei disegni divini) sparate di questo genere può di fatto permettersele solo chi, essendo onnipotente, alla fin fine fa sempre quel che vuole, togliendo di mezzo chiunque non gli vada a genio, si tratti pure di una città o di una popolazione intera, come accadde per l’appunto a Sodoma e a Gomorra; e come in precedenza era accaduto in occasione del Diluvio, il più spaventoso genocidio che mente umana possa concepire.  

Alla giustizia degli uomini che premia il bene e punisce il male, qualificata un po’ sprezzantemente come “retributiva”, ne viene contrapposta una che il Papa definisce “superiore”. Diremmo che le virgolette apposte a quest’ultimo aggettivo nel testo stampato dalla Santa Sede sono forse l’elemento di maggior rilevanza etica reperibile nella catechesi. Sono quanto meno l’indizio di un residuo pudore.  

 

2)  Ma c’è ben altro. Perché mai l’intervento di salvezza di Dio dovrebbe avvenire “tenendo conto degli innocenti”? Che importanza può avere, per determinare la posizione di un uomo di fronte alla giustizia divina, il fatto di vivere in una città in cui figuri o non figuri un determinato numero di giusti?

Qualcuno in vena di sottigliezze potrebbe semmai ipotizzare che la completa assenza (o comunque un numero insignificante) di incolpevoli costituisca in certo senso un’attenuante per i peccatori, che avrebbero l’alibi di essersi adeguati all’andazzo generale; ma una simile considerazione rende ancor più incomprensibile la richiesta di un numero minimo di giusti per poter salvare gli empi. 

Eppure il Papa, infallibile portavoce dell’Onnipotente, dice proprio che occorrono almeno “pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene”; e poco dopo si ripete: “serve una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono.” A scanso di equivoci poi precisa: “Per questo i giusti devono essere dentro la città”.

In effetti il Signore aveva detto: “Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo”.   

Vediamo un poco di chiarire. Se Dio in effetti distrusse sia Sodoma che Gomorra, si deve dedurre che non trovò in nessuna delle due i dieci giusti richiesti.

Poniamo che ve ne fossero solo otto in ciascuna città. Allora, se due giusti gomorriti avessero tempestivamente traslocato, prendendo dimora a Sodoma, questa sarebbe stata risparmiata, inclusi i suoi innumerevoli peccatori; mentre i sei giusti rimasti a Gomorra sarebbero stati arrostiti insieme con gli empi.  

Diviene quindi determinante, in questa prospettiva della giustizia divina, una questione riguardante i registri anagrafici: tutto dipende dal modo in cui è distribuita la popolazione. Un giusto che viva in una città (o provincia, o regione, o stato) in cui non si raggiunge il magico quorum sarà annientato, mentre un peccatore, un autentico criminale dimorante in località fortunata quanto a numero di “giusti residenti” la passerà liscia.

E naturalmente tutto si svolge all’insegna della più completa mancanza di trasparenza: nelle situazioni concrete nessuno conosce né il quorum richiesto né l’ambito demografico entro cui esso va calcolato.  

Il Papa ricorda comunque che per bocca di Geremia Dio promette la salvezza a Gerusalemme qualora vi si trovi almeno un giusto; il che vorrebbe dimostrare quanto egli abbia sempre più largheggiato, col passare dei secoli, negli sconti circa il fatidico quorum.

E finisce presentando il senso profondo dell’Incarnazione in questi termini: “Per garantire un giusto Dio stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è lui”. Gesù è “il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce”. 

Benissimo. Questa è la Redenzione, opera del Dio trinitario. Ma nella Genesi abbiamo a che fare con Yahweh, il cui agire concreto nei confronti degli uomini appare a dir poco cervellotico. Una giustizia che dipende dalla distribuzione demografica, quale è quella che ci presenta il colloquio di Dio con Abramo, è una giustizia da burattinai. Un gioco di bussolotti.  

Soprattutto, poi, perché le conseguenze pratiche di questa giustizia paranoica del “tutti distrutti o tutti salvati” smentiscono in modo clamoroso proprio i principi pomposamente enunciati da Benedetto XVI all’inizio. Vale la pena di richiamarli:

“Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: [...] sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio”.  

Orbene, che cosa fa in effetti Yahweh se non praticare proprio una giustizia sommaria, punendo indiscriminatamente tutti gli abitanti? Sicché accade proprio che i giusti, non essendo in numero tale da raggiungere il fatidico quorum, siano trattati come i colpevoli.  

A meno che, s’intende, non si voglia pensare che a Sodoma l’unico giusto fosse Lot (peraltro camorristicamente salvato insieme al suo clan, proprio come era avvenuto nel caso di Noè). Circa la “giustizia” di Lot abbiamo già ricordato il bell’esempio che egli stesso ce ne fornisce offrendo le figlie allo stupro selvaggio di una folla imbestialita.

 È sconcertante: era questo il meglio, sotto il profilo morale, che si potesse trovare a Sodoma? Era questo, e solo questo, l’uomo che piaceva a Dio?   

Comunque sia, le parole con cui il Papa esclude che Dio, essendo giusto, possa trattare l’innocente alla stregua del peccatore ricevono una frontale smentita anche da un passo di Ezechiele.

È il pontefice stesso a chiamare in causa il profeta: per dire che il desiderio di Dio “è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene”, cita Ez 18, 23, parafrasandolo così: “il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva”.  

È in effetti frequente, da parte dell’apologetica, il riferimento al capitolo 18 del libro di Ezechiele, nel quale viene affermato (finalmente!) il principio della responsabilità individuale. Ma invariabilmente ci si dimentica che poco dopo, nel capitolo 21 (vv. 8-9), “il Signore Dio”, in uno dei suoi abituali accessi d’ira, pronuncia contro Israele parole inequivocabili:  

“Eccomi contro di te. Sguainerò la spada e ucciderò in te il giusto e il peccatore. Se ucciderò in te il giusto e il peccatore, significa che la spada sguainata sarà contro ogni mortale, dal mezzogiorno al settentrione”.  

Non occorre commentare. Evidentemente, papa Ratzinger ha un’idea radicalmente sbagliata di Dio: egli ci ha detto che “ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto”; mentre le parole stesse del Signore ci assicurano che egli tratta proprio gli innocenti come i colpevoli, accoppandoli insieme senza farsi alcun problema.

Pertanto, ne dobbiamo inoppugnabilmente concludere (sempre secondo la logica del Pontefice), che Dio non è un giudice giusto.  

 

3)  Dopo tante parole spese ad esaminare gli sproloqui papali sulla “superiore” giustizia divina, è il momento di chiedersi che cosa intenda la Bibbia quando parla di “giusti”. Chi è “giusto” di fronte a Dio?

La risposta è semplice: giusto è colui che non pecca e assolve tutti gli obblighi imposti dal codice religioso, rendendo il dovuto omaggio a Dio. Risposta che può apparire ovvia, ma che ha un corollario importante: di fatto, giusto può essere solo l’ebreo maschio adulto.

Donne e minorenni non vengono quindi considerati nell’inventario vòlto a determinare il quorum di cui abbiamo ripetutamente parlato. “Secondo i nostri criteri” (per usare le parole della Bibbia CEI), questa è una grave ingiustizia, poiché donne e fanciulli finiscono per essere vittime incolpevoli della catastrofe mandata dal Cielo.   

Si tratta del resto di una schizofrenia presente in tutti i casi in cui il Dio dell’Antico Testamento, per punire il male dilagante, in Israele o altrove (o anche in tutto il globo terracqueo, come accadde nel caso del Diluvio), minaccia o compie uno sterminio che in effetti colpisce drammaticamente sia i peccatori che le loro vittime.

Questo accade ad esempio quando egli deplora che si vìolino sistematicamente i diritti delle vedove e degli orfani. Sicché, per le vittime della malvagità umana, al danno si aggiunge la beffa della giustizia sommaria compiuta da Dio per punire i loro persecutori.  

Nel caso particolare di Sodoma, questa schizofrenia presenta un risvolto grottesco. Se infatti il peccato di cui soprattutto si macchiavano i suoi abitanti (maschi, ovviamente) era veramente quello che dalla città ha preso il nome, vale a dire la sodomia, le donne, che vedevano i propri mariti rivolgere ad altri l’ardore che avrebbero dovuto riservare a loro, ne erano in effetti le prime vittime. 

E quanto ai bambini e alle bambine, va notato che se essi non potevano, per ragioni di età (e, per le bambine, anche di “genere”), venire annoverati tra i “giusti”, erano però indiscutibilmente innocenti. E ricordiamo per l’ennesima volta che il Papa dichiara di associarsi pienamente al giudizio di Abramo secondo cui “se nella città ci sono degli innocenti [sic], questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così”.

A Sodoma e a Gomorra invece (oltre che in innumerevoli altri casi, s’intende) Dio agisce proprio così. Per lui evidentemente quegli innocenti non sono persone, è come se non esistessero.

Quel Dio che, ci assicura la Chiesa, considera persona l’embrione sin dal primo istante del concepimento, qui mostra di usare criteri di gran lunga più restrittivi.    

 

La misericordia 

Dopo quel che abbiamo detto circa la giustizia di Yahweh, il discorso sulla sua asserita misericordia diviene quasi superfluo. Possiamo dire che essa si esercita esclusivamente nei confronti dei peccatori, che possono venire salvati senza meritarlo; non nei confronti dei giusti e, in genere, degli innocenti.  

Non entriamo qui nel merito di quello che è il meccanismo dell’intercessione in sé, evidentemente quanto mai discutibile: se Dio considera giustizia “superiore” perdonare tutti i peccatori “per riguardo” a un determinato numero di giusti, non si vede perché non lo faccia di propria iniziativa, a prescindere dall’intervento di Abramo.

Se poi il numero necessario è dieci, si stenta a comprendere che il Papa e Dio stesso mostrino di ritenere manifestazione di straordinaria magnanimità la cifra di cinquanta o quarantacinque. 

In ogni caso, esaltando la presunta misericordia di un Dio che di fatto alla fine stermina tutti indiscriminatamente, il Papa fa come chi magnificasse una ipotetica delicatezza d’animo di Hitler dicendo, poniamo, che il Führer raccomandava di trattare con ogni riguardo i canarini delle famiglie ebree spedite ad Auschwitz.

Il potenziale credente, se conserva un minimo di autonomia di giudizio e libertà di coscienza, si ribella a una così plateale mistificazione.  

 

Strategie catechetiche 

Ovviamente Benedetto XVI ha tutto il diritto di parlare della misericordia di Dio e della potenza della preghiera; ma farlo prendendo lo spunto dalla storia di Sodoma e Gomorra appare una provocazione.

 Sembra quasi che il Pontefice voglia prodursi in una sorta di esercizio virtuosistico, per mostrare come anche da testi apparentemente lontanissimi dallo spirito del “Dio di Gesù” si possano ricavare insegnamenti di perenne attualità, conformi alla dottrina magisteriale.

Forse, come abbiamo detto, tra gli scopi di simili catechesi vi è quello di rivalutare, in chiave polemica, l’Antico Testamento. Ma ci pare che i risultati diano torto al catechista.  

Il Papa si rivolge ai fedeli con queste parole:        

“Vorrei anche invitarvi ad approfittare del percorso che faremo nelle prossime catechesi per imparare a conoscere di più la Bibbia, che spero abbiate nelle vostre case, e, durante la settimana, soffermarvi a leggerla e meditarla nella preghiera, per conoscere la meravigliosa storia del rapporto tra Dio e l’uomo, tra Dio che si comunica a noi e l’uomo che risponde, che prega”.  

Gli piace dunque immaginare i credenti intenti a leggere e meditare quotidianamente la Scrittura; ma pensa veramente che essi nel dialogo tra il Signore ed Abramo possano apprezzare la straordinaria misericordia di Dio, vedendo in essa il senso di tutto l’episodio?

E può illudersi che si rileggano il capitolo 18, palestra delle sue edificanti disquisizioni, senza dare un’occhiata al successivo per vedere come si conclude la storia di Sodoma e Gomorra? Senza vedere cioè quale fu il risultato di questa “meravigliosa storia del rapporto tra Dio e l’uomo”, ossia l’incenerimento delle due città con tutti i loro abitanti e gli osceni siparietti di cui son protagonisti Lot e le sue figlie? 

Sotto il profilo della storia della cultura siamo certo pronti a “relativizzare”, tenendo conto dell’enorme distanza che separa quel mondo dal nostro. Vediamo benissimo, ad esempio, il valore di mito eziologico del doppio incesto che dà origine alle odiate stirpi degli Amorrei e dei Moabiti; e lo stesso possiamo dire del dettaglio della moglie di Lot trasformata in statua di sale, ricco di echi della mitologia pagana.

Di più: possiamo addirittura affermare che non abbiamo dubbi circa il fatto che Sodoma e Gomorra non furono in realtà distrutte da una pioggia di fuoco mandata dal Cielo per punire i loro peccati. 

Ma questo non ci impedisce di pensare che sarebbe meglio, secondo quanto la Chiesa stessa ha ritenuto per secoli, far conservare la Bibbia chiusa nella biblioteca di famiglia, magari accanto all’Iliade e all’Odissea. La si lasci in letargo, evitando di mettere sotto gli occhi di tutti la furia annientatrice del Dio veterotestamentario e le sconcezze dei suoi accoliti.

La scelta di un passo del genere per esaltare la giustizia e la misericordia di Dio ci pare rivelatrice di una straordinaria carenza di sensibilità pastorale 

Se la “nuova evangelizzazione” punta su queste strategie, parte col piede sbagliato. 

 

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