Monday, 22 October 2018
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            'Non ci indurre in tentazione'

 

Il problema  [Situazione al marzo 2004] 

 
La CEI (Conferenza episcopale italiana) si è decisa al gran passo: nell’ambito della nuova revisione a tappeto della traduzione della Bibbia - revisione conclusa da tempo e in attesa di venire pubblicata e ufficialmente introdotta nell’uso liturgico -, la contestatissima frase del Padre nostro “Non ci indurre in tentazione” diverrà “Non abbandonarci alla tentazione”.
Per fare il punto sul delicatissimo problema, vediamo innanzitutto come la “sesta petizione” della preghiera principe del cristiano, nella sua forma tradizionale, viene interpretata da un devoto pastore e dal Magistero.
 
Scrive padre Livio di Radio Maria: “Quando nel Padre nostro domandiamo al Padre celeste di ‘non indurci in tentazione’ intendiamo chiedere o la grazia di non essere tentati o la grazia di non soccombere nella prova, qualora Dio, nella sua sapiente pedagogia, la permettesse” (“Il discernimento spirituale”, p. 186; corsivo nostro).
Dal canto suo, a proposito di “indurre”, il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa:
Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa ‘non permettere di entrare in’ (cf Mt 26, 41), ‘non lasciarci soccombere alla tentazione’” (§ 2846).
Come si vede, vengono proposte le stesse due interpretazioni prospettate da padre Livio (quella adottata ora dalla CEI è una variante della seconda). Sono le interpretazioni di gran lunga più comuni tra quelle suggerite dall’apologetica per cercar di sostituire la traduzione corrente in uso nella liturgia a tutti i livelli da due millenni, traduzione che risulta oltremodo imbarazzante per la fede in quanto attribuisce a Dio il ruolo di tentatore; mentre, come dice san Giacomo citato dal CCC, “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male”.
 
Ci proponiamo qui di contestare la legittimità della nuova traduzione esaminandola da vari punti di vista.
 
 
Le ragioni della filologia “classica” 
 
Affrontiamo prima di tutto la questione principale, quella che da sola basterebbe in fondo a chiudere il discorso: non è affatto vero che “tradurre con una sola parola il termine greco è difficile”.
Ed è assolutamente falso, frutto di fantasia eccitata dallo zelo teologico, che tale termine significhi “permettere di entrare in”, ossia “lasciar entrare”, o addirittura “lasciar soccombere”.
 
Il verbo greco eisphérein, composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) significa esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo peirasmón (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo eis, che non è se non il termine or ora visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis può reggere solo l’accusativo.
Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione - quale è ad esempio “non abbandonarci nella tentazione” - che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
 
Il latino inducere, molto opportunamente usato da san Gerolamo nella Vulgata, essendo composto da in (‘dentro, verso’) e ducere (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.
Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
 
La conclusione è dunque semplice: ci troviamo di fronte a un raro caso di corrispondenza puntuale - morfosintattica e semantica - tra greco, latino e italiano.
Assurdo quindi parlare di difficoltà di traduzione. Le difficoltà non riguardano il traduttore, bensì il teologo: solo ed esclusivamente il teologo.
 
Per la filologia il discorso si chiude qui. E i sedici secoli trascorsi senza che nessuno osasse toccare la versione tradizionale (latina prima e italiana poi) costituiscono una conferma indiretta della sua ineccepibilità, e soprattutto del fatto che essa è sempre parsa a tutti ovvia e per nulla problematica: una traduzione, per così dire, “obbligata”.
 
 
Le pretese della filologia d’assalto 
 
Che per la filologia il discorso si chiuda qui, come abbiamo appena detto, è conclusione inoppugnabile, a condizione però che il lavoro del filologo parta (come sarebbe del resto ovvio) dal testo originale greco per giungere alla traduzione italiana, passando per quella latina.
Ma poiché le vie dell’apologetica, a somiglianza di quelle del Signore, sono infinite, vi è stato chi ha pensato di scandagliare le caratteristiche di fantomatici Urtexte in lingua semitica che avrebbero preceduto i testi greci a noi pervenuti, i quali ultimi quindi sarebbero essi stessi delle traduzioni.
 
Notizia di un fatto del genere ci è stata trasmessa solo per il Vangelo di Matteo, che Papia (nel secondo secolo) avrebbe affermato (secondo Eusebio, del quarto secolo) essere stato scritto originariamente in ebraico.
Ma dove mancano le notizie che si desiderano si può sempre supplire con le congetture. Ecco quindi che la filologia si rimette al lavoro e, nelle mani di dottissimi specialisti delle lingue semitiche, mediante la “retroversione” (ossia traducendo in queste lingue i vangeli canonici), scopre che tali vangeli non sarebbero, appunto, che la traduzione in greco di testi ebraici o aramaici.
 
Fin qui niente di male. È chiaro che questa direzione di ricerca è gratificante soprattutto in prospettiva apologetica, in quanto consente di retrodatare sensibilmente i vangeli, a tutto vantaggio della loro attendibilità sotto il profilo storico: se i testi canonici, si dice in sostanza, sono nati, nella loro prima stesura, a ridosso dei fatti di cui ci parlano, ossia pochi anni dopo la scomparsa di Gesù, è assai meno probabile che i loro autori abbiano deformato tali fatti.
 
I guai cominciano quando i segugi che hanno rinvenuto la traccia dei presunti testi originali in lingua semitica segnalano una miriade di discordanze fra tali testi e i nostri vangeli; discordanze che in pratica non sarebbero altro che il frutto di errori di traduzione dagli originali ai testi greci.
“Non ci indurre in tentazione” sarebbe appunto uno di tali errori, e uno dei più clamorosi.
 
Nel “Corriere della Sera” del 25 maggio 2002 Vittorio Messori riferiva di un suo lontano incontro con l’abate Jean Carmignac, pioniere – a quella data ormai da tempo defunto - di questo indirizzo di studi, il quale “aveva tradotto il greco del Nuovo Testamento in ebraico e in aramaico, giungendo a una conclusione sconvolgente, in grado di far crollare intere biblioteche. Per Carmignac, cioè, i tre primi vangeli, i sinottici, erano stati scritti in una lingua semitica”, e successivamente “tradotti in un "greco di base"”.
Proprio per la profonda conoscenza del retroterra linguistico dei vangeli il religioso era profondamente amareggiato per essere “costretto a pronunciare più volte al giorno quella che considerava un'autentica bestemmia”, ossia il famigerato “non ci indurre in tentazione”. E, “basandosi sull'originale semitico nascosto sotto il testo greco, proponeva come davvero fedele alle parole di Gesù un "non permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)"”.
“La sua insistenza e la sua pazienza – concludeva Messori - sono state premiate, seppure dopo la morte.” Pur ritenendo infatti che il vecchio biblista non sarebbe stato compiutamente soddisfatto della nuova traduzione ufficiale (“non ci abbandonare alla tentazione”), giudicava senz’altro consolante il fatto che “nessun cristiano, pronunciando l'orazione più cara, dovrà più temere di bestemmiare piuttosto che pregare”.
 
In questa pagina figurano diverse affermazioni di capitale importanza, su cui possiamo impostare la nostra confutazione.
 
1) “Non ci indurre in tentazione” - dice Carmignac con la benedizione di Messori - è un’affermazione blasfema.
Ne prendiamo atto. Ma non possiamo esimerci dal far notare che, nel corso di almeno sedici secoli, oltre duecento papi, alla testa di decine di migliaia di vescovi e di miliardi di fedeli, hanno compuntamente e devotamente ripetuto quella bestemmia (in latino e in innumerevoli altre lingue) per miliardi e miliardi di volte, nella convinzione che fosse un buon mezzo per acquistarsi il paradiso.
In altri termini: è incredibile che chi, come Carmignac, fa affermazioni così disinvolte non si renda conto che esse sono letteralmente squalificanti per la fede cristiana.
 
2) Se questa è la conclusione a cui si giunge considerando un caso concreto dei presunti “errori di traduzione” presenti nei vangeli canonici, ancor peggio è se ci si ferma a considerare le basi teoriche di questa nuova e singolare veduta.
Le cose infatti dovrebbero essere andate all’incirca nel modo seguente.
 
Dio con un atto d’amore crea l’universo “per mezzo di Cristo e in vista di Cristo” (Col 1, 16), cioè in vista dell’Incarnazione, per poter rendere l’uomo partecipe della gloria divina. Dopo una lunghissima preparazione compiuta sul popolo eletto, quando giunge la pienezza dei tempi il Verbo si fa carne e muore sulla croce per redimere l’umanità peccatrice, a cui ha annunciato l’imminente instaurazione del regno di Dio.
Per dare questo annuncio, questa “buona novella”, all’umanità intera, la sapienza divina ispira quattro “evangelisti” che assolvono mirabilmente il loro compito, scrivendo ben quattro “vangeli” in una lingua semitica (aramaico o ebraico). Poi, per venire incontro alle esigenze dei primi evangelizzandi, per lo più grecofoni, provvede a farli tradurre, come dice Carmignac, in un “greco di base”.
 
Bellissimo. Ma ahimè, nell’ultima fase dell’operazione qualcosa va storto. La sapienza divina si assopisce, o si distrae, o si fa d’improvviso giocherellona. Sta di fatto che per tradurre i testi in greco sceglie dei praticoni, che masticano solo un po’ di ebraico, sicché infarciscono le traduzioni di strafalcioni madornali. Anziché a linguisti, insomma, ci si affida a manovali, braccianti o altri onesti lavoratori di pari preparazione filologica.
Per di più, a causa di un’altra incredibile distrazione, la divina sapienza (si fa per dire) non provvede a conservarci neppure una sillaba delle stesure originali in ebraico o aramaico!
 
Così, per 2000 anni, tutti gli evangelizzandi assorbono i veleni degli errori contenuti nei testi mal tradotti, con grave danno per la loro edificazione. E Dio, dal canto suo, accetta di sentirsi offendere per quasi venti secoli col “non ci indurre in tentazione”, ossia con quella che Carmignac e Messori per primi definiscono una bestemmia. E questo proprio nella preghiera dettataci parola per parola da Cristo stesso per insegnarci a pregare!
Ma fortunatamente non tutto è perduto. Quando torna la pienezza dei tempi, infatti, Dio manda l’abate Carmignac a spiegare come sono andate le cose, e tutto va a posto.
 
Non vi è nulla di caricaturale in questa ricostruzione dei fatti, imprescindibilmente richiesta dalla congettura di Carmignac e dei suoi più o meno fedeli continuatori (tra cui l’équipe di semitisti della “scuola di Madrid” di don Mariano Herranz). Se le cose stanno come dicono loro, le conclusioni che qui ne abbiamo tratto, circa l’agire di Dio nella “Rivelazione”, sono sacrosante.
 
Ne consegue che le tesi dell’abate francese sono in grado di far crollare non solo intere biblioteche, come dice Messori, ma intere religioni. O per lo meno quella cristiana, che ora si scopre essere fondata su testi così mal tradotti da contenere, rispetto agli originali scomparsi, errori madornali sotto il profilo teologico.
 
 
Una miriade di problemi
 
A questo punto sorgono poi molti problemi di carattere teorico e pratico. In primo luogo: si ricorre al fantomatico testo semitico per sbarazzarsi di passi evangelici scomodi con il pretesto degli errori di traduzione; ma allora diviene lecito supporre che nei vangeli canonici vi siano anche passi comunemente utilizzati per la costruzione teologica che risulterebbero invece scomodi se presentati nella veste originaria.
Purtroppo, è improbabile che l’impegno dei filologi alla Carmignac per mettere in luce tali passi sia pari all’impegno profuso per perorare la correzione di quelli per vari motivi imbarazzanti.
 
In secondo luogo, è assurdo che il problema che angustiava Carmignac si possa considerare risolto apportando correzioni ad una sola traduzione (quella della CEI), pur se si tratta della più autorevole fra le traduzioni in una lingua molto importante sotto questo aspetto, in quanto lingua del paese che ospita la sede della Chiesa cattolica.
Per il momento son solo gli italiani e forse qualche altro popolo che smettono di bestemmiare. E che si fa per le altre 2300 lingue in cui risulta tradotta la Bibbia nel mondo?
 
E poi: è certo vero che la traduzione della CEI, approvata dal Vaticano, verrà adottata per l’uso liturgico, sicché nel caso di una preghiera usatissima come il Padre nostro potrà in certo senso “imporsi”; ma non per questo potrà cacciare dal mercato ogni altra traduzione.
Non credo ad esempio che una versione volutamente letterale come quella della “Sinossi” di Angelico Poppi possa adeguarsi, commettendo un crimine di lesa filologia. E d’altra parte non si discute qui di un dettaglio, bensì di un errore teologico gravissimo.
 
Che fare, dunque? Negare idealmente l’imprimatur alle versioni che, forti dell’inequivocabile significato del passo nell’originale greco, continuassero a “bestemmiare”? E precludere ai fedeli l’uso stesso dell’originale, oltre che della Vulgata e delle traduzioni italiane (comprese quelle CEI) precedenti la “svolta”?
Non si risponda che i fedeli in grado di consultare l’originale greco sono un’esigua minoranza. La questione è di principio: non è lecito barare fidando sul fatto che si hanno poche probabilità di venire scoperti.
 
Del resto, pare altamente improbabile che i protestanti si adeguino, sicché la modifica risulterà profondamente antiecumenica.
Se infatti l’Avemaria divide cattolici e riformati, il Padre nostro sin qui li ha uniti; ma d’ora in poi non sarà più così, o lo sarà un po’ meno. Non tanto per la portata della modifica sul piano teologico, quanto per la libertà che la Chiesa mostra di prendersi nei confronti della Scrittura, visto che di fatto provvede ad emendarla.
La traduzione di Lutero e la Bibbia di re Giacomo non avevano dubbi: “führe uns nicht in Versuchung”, “Lead us not into temptation”. E le traduzioni moderne non si sono mai sognate di cambiare, se non per apportare minime varianti stilistiche.
 
Resta infine il problema dei problemi, quello di giustificare la nuova traduzione. Poiché essa appare chiaramente insostenibile, si dovranno esplicitare i motivi “filologici” (ossia il retroterra semitico messo in luce dalla retroversione) che hanno suggerito il cambiamento.
A questo punto però sarà doveroso citare anche lo studioso cui è dovuta la rivoluzionaria scoperta, e parlare di “Vangelo di Matteo-Carmignac”, “Luca-Carmignac”, ecc., giusto come si dice “Bach-Busoni” per la famosa “Ciaccona” e “Mussorgsky-Ravel” per i “Quadri di un’esposizione”.
 
Del resto, se non si farà così, sarà impossibile rendere conto di una traduzione sbagliata, indifendibile, che resterà sempre sotto gli occhi di tutti.
Inutile poi dire che la soluzione più corretta sarebbe intervenire direttamente sul testo greco, conformandolo a quello semitico soggiacente e alla nuova versione italiana. Solo così si eviterebbe la bizzarra situazione di una versione attuale che corrisponde al presunto Urtext semitico, “scavalcando” il testo di cui è ufficialmente la traduzione.
 
Perché in effetti si prospetta questo singolarissimo iter filologico: dall’originale ebraico o aramaico è stata tratta una traduzione greca sbagliata; ma poi da questa traduzione ne è stata tratta una italiana (quella nuova della CEI) a sua volta sbagliata, sicché – o felix culpa! – i due errori si elidono e la nuova versione corrisponde mirabilmente all’originale semitico.
Due errori quindi fanno una verità, in parole attribuite a Colui che si è autodefinito “la Verità”. Un pasticcio veramente coi fiocchi, un vero Triumphus philologiae, di cui è in definitiva responsabile lo Spirito Santo, che a suo tempo ispirò gli evangelisti e in seguito per duemila anni ha assistito assiduamente la Chiesa sino a suggerirle, oggi, il colpo di pollice che mette il meraviglioso sigillo a tutta la tribolata vicenda.
 
Naturalmente a questo punto si dovranno riscrivere la Dei Verbum e tutti i testi contenuti nell’Enchiridion biblicum. A ciò potranno provvedere Messori e i suoi compagni di viaggio, tra cui in prima fila i ricercatori della “scuola di Madrid”.
Tra le varie risorse messe in campo dalla sapienza divina per rivelarsi agli uomini dovrà essere inserita anche la “traduzione truccata”. Peccato solo che sia una risorsa di cui si rimprovera continuamente l’impiego ai Testimoni di Geova.
 
D’altra parte, la Chiesa ci è avvezza. Dalla frode per cui la “stirpe” del “protovangelo” è stata trasformata in Cristo da parte dei Settanta e addirittura in Maria dalla Vulgata, passando per la disinvoltura con cui la “giovane” di Isaia 7,14 è divenuta - sempre ad opera dei Settanta - una “vergine” che partorisce, per arrivare a Mt 1, 25 , dove il “non la conobbe fino a che …” diventa un “senza che la conoscesse”, la storia delle traduzioni che hanno “fatto” la fede cristiana è disseminata di grandi e piccoli peccati filologici commessi in nome della teologia.
 
Ma i casi ora citati sono per così dire dei falsi d’autore, perpetrati per lo più in epoche in cui lo spirito critico era pressoché assente e avallati dallo straordinario plurisecolare prestigio delle versioni cui appartenevano (la Settanta faceva testo per le citazioni bibliche in epoca evangelica). In ogni caso, si può tentare di farli passare come reati ormai caduti in prescrizione.
La nuova sortita della CEI è invece stata decisa a maggioranza da una legione di specialisti del linguaggio biblico, dopo un’attenta ponderazione dei pro e dei contro. Non c’è proprio nulla di naïf.
È un peccato commesso con piena avvertenza e deliberato consenso, e sotto gli occhi di tutti, con una straordinaria dose di impudenza.
 
 
La vera, eterna tentazione: tradurre secondo l’opportunità teologica
 
Tornando a quanto si diceva all’inizio, è chiaro come il sole che nell’eisphérein greco non vi è traccia del senso di ‘permettere’ né di ‘abbandonare’ né di ‘lasciar esposto’. Molti candidamente ammettono che i motivi della modifica sono esclusivamente teologici. Scrivono ad esempio R. Beretta e A. Pitta (biblista titolato, quest’ultimo):
“Di per sé, la traduzione precedente si mostrava più rispettosa dell’originale greco, che utilizza, in entrambi i casi, il verbo che significa ‘portare qualcosa o qualcuno verso’, ‘condurre verso’. Tuttavia l’espressione restava ambigua: era come se il Signore stesso risultasse addirittura l’artefice principale del male, mentre la tentazione si deve al demonio o a Satana, come dimostra l’aggiunta di Matteo 6, 13b: ‘Ma liberaci dal Male’. Per questo si è ritenuto opportuno [sic] semplificare [sic] il significato della richiesta, sostituendo il verbo ‘indurre’ con ‘abbandonare’, in modo da determinare una più facile comprensione”.
E per chi non avesse ancora capito si ribadisce:
“In questo caso il traduttore ha preferito prestare maggiore attenzione al senso del lettore [sic], perché chi recita il Padre nostro non fosse lasciato nell’ambiguità o nel dubbio ogni volta che ripete una preghiera così importante” (pp. 79-80).
 
Candore o faccia tosta? Si riconosce che la traduzione precedente era fedele; se non che, chissà mai per quale motivo, era “ambigua” (in realtà era chiarissima; tant’è vero che non si esitava a vedervi una bestemmia). Perciò “si è ritenuto opportuno” cambiarla. Unica ragione della modifica, dunque, l’opportunità, pura e semplice: questa traduzione fa più comodo.
Così facendo, dicono gli autori, si è “semplificato il significato della richiesta”; dove “semplificato” può solo voler dire (anche noi dobbiamo tradurre dall’apologetichese) “reso più decente, più presentabile”.
E falsificazioni di questo genere vengono pudicamente definite come un “prestare maggiore attenzione al senso del lettore”.
 
Degne di rispetto, al confronto, le considerazioni di Alessandro Pronzato, che in anni in cui ancora non era alle viste il cambiamento ora avvenuto, coraggiosamente scriveva:
“Lo so che a qualche stomaco delicato questa petizione ‘non ci indurre nella tentazione’ (meglio che ‘in tentazione’), rivolta a Dio, sta un po’ indigesta, e si cerca, per evitare … lo scandalo, di cambiare i verbi in tavola. Ma quel verbo non consente disinvolte operazioni di occultamento [sic]. Vuol dire proprio: far venire, far entrare, far passare, introdurre, penetrare in … […] Come fa notare J. Carmignac, è insita l’idea di un "passaggio all’interno di una cosa"” (“Il Padre nostro preghiera dei figli”, p. 241).
 
Notevolissimo che i tentativi di modificare la traduzione vengano apertamente definiti quali sono in realtà, ossia “disinvolte operazioni di occultamento”.
Ma subito dopo, quando si passa alle proposte concrete, leggiamo: “Quindi l’espressione va tradotta, letteralmente: fa’ che non entriamo nella tentazione. Fa’ che non penetriamo all’interno della tentazione”.
Qui si approfitta del fatto di aver tradotto il verbo greco con l’impiego di un causativo, ossia con un doppio verbo, “far entrare”, per applicare la negazione al secondo di tali verbi anziché all’intero nesso, come sarebbe corretto: “non farci entrare, non fare che entriamo”. Solo in questo modo si rispetterebbe la forma greca, che attribuisce a Dio l’iniziativa di un’azione da cui l’orante lo supplica di astenersi (in sostanza, si prega Dio di non adoperarsi affinché l’uomo entri in tentazione).
Nella forma proposta da Pronzato invece l’iniziativa di entrare nella tentazione appare dell’uomo, e Dio viene pregato di fare in modo che ciò non avvenga, cioè di impedirlo: di adoperarsi affinché l’uomo non entri in tentazione.
 
Così del resto dice lo stesso Pronzato poco più avanti (p. 255): “‘Fa’ che non …’ sarebbe l’equivalente di ‘impedisci’”. E qui sente il bisogno di citare uno specialista, S. Sabugal, il quale scrive:
“Nelle lingue semitiche in generale, e nell’ebraico e aramaico in particolare, la negazione davanti a un verbo causativo può riguardare la causa oppure l’effetto. Nella quasi totalità dei testi che possiamo esaminare, però, nega l’effetto senza negare la causa”.
Si dovrebbe intendere che la negazione apposta al verbo “fare” in effetti nega l’altro (“entrare”).
 
Senonché Pronzato interpreta così: “Il ‘non’ applicato all’azione divina ha di mira gli effetti negativi della tentazione, e non l’entrare nella tentazione. Ossia: non chiediamo a Dio di intervenire perché ci venga risparmiata la tentazione, ma perché non ne risultiamo soccombenti”.
Sicché vediamo che, dopo aver scomodato lo specialista per illuminarci sull’uso semitico della negazione, l’autore salta a piè pari il problema e conclude che quel che viene negato non è né l’iniziativa divina di tentarci né la nostra iniziativa di entrare nella tentazione, ma solo il fatto che noi usciamo da quest’ultima sconfitti.
Col che si dimostra quanto sia velleitario, oltre che metodologicamente scorretto, affannarsi a strologare su presunti retroterra semitici.
 
Dall’analisi di Pronzato emerge anche un’altra strategia di spiegazione, talora tentata dagli apologeti (da ultimo da P. De Marco nell’ “Espresso”, marzo 2004): l’interpretazione di peirasmón come prova imposta da Dio all’uomo, anziché come tentazione satanica. “Tentazione-prova” anziché “tentazione-insidia”.
Giustamente Pronzato la scarta, in quanto, dice, “sarebbe assurdo chiedere a Dio di dispensarci dalle prove che ci fanno crescere e fortificare nella fede” (p. 254).
Ma l’arbitrarietà è sempre dietro l’angolo: dopo aver ricordato che “la TOB ha provveduto a correggere - dopo parecchie proteste – la prima traduzione, ‘non sottometterci’, con ‘non esporci alla tentazione’”, aggiunge: “Io preciserei ancora: ‘non lasciarci esposti nella tentazione’”.
 
Naturalmente non si fornisce alcun argomento filologico per motivare la “precisazione”. Supplisce la sollecitudine pastorale:
“I figli ‘esposti’, una volta, erano i bambini che venivano abbandonati alla pietà altrui. Il senso più ovvio della petizione sembra essere proprio questo: chiediamo di non essere lasciati soli”.
È questo, aggiunge Pronzato, il modo in cui “la gente comune, ignorando disinvoltamente le dotte disquisizioni degli studiosi”, ha provveduto ad interpretare la sesta domanda del Padre nostro.
 
Si torna dunque all’atteggiamento classico dell’apologetica: si traduce in un certo modo perché questo è il senso che più conviene dal punto di vista teologico e pastorale, secondo l’aureo principio dell’analogia fidei.
La traduzione offre l’occasione di servirsi à la carte, prendendo quello che più aggrada. Si “aggiusta” il testo fino a che lo si trova di proprio gusto. Nella peggiore delle ipotesi, si può sempre invocare il retroterra semitico.
 
D’altra parte, non so se Pronzato avrebbe mostrato quell’indipendenza di giudizio di cui dà prova qualora avesse previsto, quando coraggiosamente parlava di “operazioni di occultamento”, che le pretese di alcuni “stomaci delicati” sarebbero state presto accolte dal Magistero. Ci auguriamo che ora mantenga immutato il giudizio sul carattere “disinvolto” dell’operazione.
 
Ci si potrebbe chiedere perché la Chiesa abbia osato oggi quel che non aveva osato finora. Probabilmente si è pensato che tra “decine di migliaia di correzioni” (Beretta-Pitta) apportate alla traduzione dell’intero testo biblico la pericolosa modifica avrebbe dato meno nell’occhio.
Credo che sia stato un calcolo sbagliato. La vicenda della traduzione della sesta petizione del Paternoster è emblematica del procedere della Chiesa in due millenni di esegesi e di costruzione teologica. È cioè emblema e quasi compendio della miriade di forzature, distorsioni, manipolazioni, falsificazioni attraverso cui si è costituito l’immenso edificio del “deposito della fede”.
 
Per eliminare la “bestemmia”, qui come in altri casi, basterebbe in fondo dire che l’evangelista si è espresso in modo infelice. Quandoque bonus dormitat Homerus: certo Gesù non voleva dire che Dio tenta l’uomo al male.
Ma l’orrore di violare il tabù dell’inerranza biblica, letteralmente intesa, ha fatto alla fine preferire la falsificazione, la traduzione taroccata.
 
La parola di Dio censurata e aggiustata: chi continuamente pontifica sulla “Verità”, di cui si considera depositario, mostra di far poco conto della semplice verità con la v minuscola.
 
 
 
P. S. AGGIORNAMENTO GIUGNO 2007 

 

Il testo che precede è stato scritto nel 2004, quando i quotidiani parlavano con una certa insistenza dell’imminente uscita di una nuova versione, profondamente rinnovata, della Bibbia CEI.

A dire il vero, ne aveva già parlato Luigi Accattoli in un articolo comparso il primo di settembre del 2000; e l’articolo di Messori sopra citato - che è, abbiamo visto, del 25 maggio 2002 – dava ormai la modifica per certa, almeno per il versetto del Padre nostro.
Un nuovo articolo di Accattoli del 25 marzo 2004 informava i lettori che la nuova traduzione della Bibbia era attesa nelle librerie per la fine dell’anno, e riferiva di un volume appena uscito presso la Piemme, nel quale venivano presentati alcuni dei più significativi ritocchi apportati: “Come cambia la Bibbia”, di Roberto Beretta (presumibilmente ben informato in quanto giornalista di “Avvenire”, organo ufficiale della CEI) e Antonio Pitta, biblista e teologo. A questo volume abbiamo fatto riferimento anche noi.
 
Senonché, proprio in quegli stessi giorni, L’Unione Editori Librai Cattolici Italiani informava i suoi soci che potevano tranquillamente rifornirsi di copie recanti la vecchia traduzione, in quanto la nuova non sarebbe apparsa prima del 2006.
Per di più, il portavoce della CEI, monsignor Claudio Giuliodori, affermava che il volume della Piemme non aiutava alla “comprensione del lavoro svolto” e ingenerava “confusione sui contenuti e i tempi della nuova versione”; e quanto alle anticipazioni che vi figuravano, precisava che a volte esse risultavano “non più valide” o “non ancora definitive”.
Negli ultimi tre anni, non ci è stato dato di sentire impiegata in alcuna messa né in alcuna recita di rosario la nuova forma della “sesta petizione” del Padre nostro. E la “Nuova traduzione” non è uscita né nel 2006 né nei primi mesi del 2007.
 
A questo punto il fedele ingenuo può essere indotto a pensare che, per chiarire l’enigma dell’interminabile gestazione del nuovo testo, l’ideale sarebbe interpellare chi dovrebbe saperne più di tutti, ossia l’autorità suprema: il Papa in persona.
Il caso vuole che proprio a mezzo aprile sia uscito il volume del Pontefice dedicato a “Gesù di Nazaret”; nel quale, sempre per una felicissima combinazione, Benedetto XVI analizza proprio il “Padre nostro”, dedicando alla famigerata “sesta petizione” oltre quattro pagine.
Ecco, dunque, qui ci siamo: in queste pagine possiamo andare a cercare la risposta – la più autorevole che si possa desiderare – a tutti i nostri dubbi ...
 
Ahimè, la delusione è cocente! Nelle parole del Papa non vi è neppure traccia delle proposte di emendare la traduzione classica: letteralmente, è come se non se ne fosse mai parlato!
Eppure il problema di “far digerire” la versione tradizionale della “sesta petizione” viene ammesso sin dall’inizio: “Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti”. Ma si risponde subito con le parole di san Giacomo, secondo cui “Dio […] non tenta nessuno al male”.
Si lavora poi pressoché esclusivamente sul libro di Giobbe, per concludere, confortati dall’opinione di san Cipriano, che si deve intendere più o meno così: “Se tu decidi di sottopormi a queste prove, […] non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me”.
 
Perché la frase del testo biblico debba venire intepretata così, quali siano cioè le mediazioni filologiche e concettuali che consentono di individuare - sotto un significante che a una lettura non prevenuta suscita scandalo - un significato impeccabilmente ortodosso, Ratzinger non ce lo dice; anzi, non fa neppure il minimo tentativo di spiegarcelo.
Unica motivazione resta dunque la convenienza teologica, che fa calare l’interpretazione dall’alto.
 
Il che è operazione gravemente scorretta sotto il profilo intellettuale e forse, data la diffusa attesa creatasi per la modifica ripetutamente annunciata, poco opportuna anche sotto quello pastorale. Se l’autore non fosse degno di tanta reverenza, saremmo addirittura tentati di definirla poco seria.
 
Viene comunque il fondato sospetto che tutta l’operazione “Nuova traduzione”, approvata dall’assemblea della CEI nel 2002, sia destinata a risolversi in un flop.
Affaire à suivre.
 
Una cosa è certa: nella sua sede paradisiaca, il povero abbé Carmignac, che a Messori giustamente piaceva immaginare compiaciuto dell’imminente “rettifica” attesa per tutta una vita, sarà ormai nuovamente sprofondato nel più amaro sconforto. 
 
 
 
AGGIORNAMENTO NOVEMBRE 2007
 
 
Colpo di scena. La doccia scozzese del povero abbé Carmignac non è ancora finita. E stavolta c’è una buona notizia: a sorpresa, risulta essere finalmente pronto il “Lezionario liturgico” aggiornato secondo le modifiche apportate dalla CEI alla traduzione italiana della Bibbia. Il suo uso sarà consentito già a partire dal dicembre 2007, e diventerà obbligatorio tre anni dopo.
La formula del Padrenostro che a noi interessa è divenuta, come previsto, “Non abbandonarci alla tentazione”. Comunque, secondo “Avvenire”, il quotidiano della CEI, “nulla per ora cambia per la preghiera che facciamo bene a recitare spesso”; Carmignac deve dunque armarsi ancora di pazienza.
 
Circa i motivi della modifica, “Avvenire” ribadisce ovviamente che la traduzione precedente lasciava pensare a un Dio tentatore, perché – udite, udite – “indurre' in italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva ('introdurre', 'spingere dentro') che non gli fa più dire la stessa cosa dell’ 'inducere' latino o dell’ 'eisférein' greco, dove era implicito un senso concessivo [sic] ('non lasciar entrare', 'fa’ che non entriamo')”. Dal che si deduce che esiste una “filologia teologica” le cui regole si scrivono in Paradiso.  
 
Ma ancora più significativo è il candore (o è faccia tosta?) con cui si conclude:
“Così, tra le molte traduzioni possibili, è stata scelta un’espressione […] che apre sia alla richiesta di essere preservati dall’entrare nella tentazione sia di essere soccorsi quando si è nella tentazione”.
È come dire che si è cercata e trovata una formula a cui far dire tutto quello che premeva dire, approfittando del fatto che il mercato offriva un’ampia possibilità di scelta. Quasi come prepararsi un piatto di proprio gusto servendosi liberamente a un buffet ben fornito.
 
 
Nella presentazione dell’opera alla stampa, il segretario della CEI, mons. Betori, ha confermato ufficialmente che i cambiamenti introdotti sono “diverse decine di migliaia, forse più di centomila” (!!).
 
Ha poi spiegato che il nuovo Lezionario vorrebbe coniugare “una maggiore aderenza al tono e allo stile delle lingue originali con una maggiore comprensibilità e comunicativa”.
Questo ci suggerisce qualche considerazione.
 
1) In primo luogo, va detto che le parole del monsignore sono un’ovvietà, in quanto il fine che egli afferma perseguito dalla commissione incaricata di proporre la nuova versione non è altro che ciò a cui deve mirare qualsiasi traduzione: il problema è sempre quello di riuscire a combinare “fedeltà” e “bellezza”. Spesso si deve scegliere tra le cosiddette “belle infedeli” e le traduzioni che sono sì fedeli, ma, ahimè, irrimediabilmente brutte, ossia poco rispettose delle peculiarità espressive della lingua in cui si traduce.
 
2) Si tratterà forse di una semplice dimenticanza, ma è non è incoraggiante che Betori parli di aderenza “al tono e allo stile” delle lingue originali senza menzionare l’aderenza ai concetti, ai significati, ossia al contenuto dei testi da tradurre; il che dovrebbe essere invece la cosa che più conta.
 
3) Il guaio è - e qui in fondo sta la spiegazione di quanto osservato al punto precedente - che nella traduzione della Bibbia, a differenza da quel che accade con ogni altra traduzione, non vi sono da rispettare solo il contenuto e la forma (stile, registro, ecc.) del testo di partenza, ma anche, e soprattutto, il patrimonio dottrinale della Chiesa, in base all’inderogabile principio dell’analogia fidei.
Questo naturalmente mons. Betori non l’ha detto, ed è chiaro che non poteva dirlo.
 
Comunque sia, visto il modo in cui sono andate le cose, pensiamo che la comparsa del nuovo Lezionario sia stata una grande sorpresa anche per il Papa. E per quanto riguarda il “Non ci indurre in tentazione”, chissà quanto gli sarà dispiaciuto di non essere stato informato in tempo utile di quel che bolliva in pentola, così da poterne tener conto nel suo libro uscito in aprile!
Cose che capitano. A volte, cioè, anche nelle migliori famiglie capita che la mano destra non sappia quello che fa la sinistra.
O almeno che faccia finta di non saperlo.
 
 
 
 
 

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