Il Papa a "La Sapienza"
Libertà di pensiero e scienza teologica
agosto 2009
Sulla vicenda della mancata visita di papa Benedetto XVI all’Università “La Sapienza” di Roma il 17 gennaio 2008 è stato probabilmente scritto a suo tempo tutto quanto si poteva scrivere. Ci limitiamo qui a un paio di osservazioni per ribadire alcuni concetti che illustrano concretamente quanto abbiamo detto negli articoli precedenti sul ruolo del papa, sulla presunta “dittatura del relativismo” e sui rapporti tra scienza e fede.
Libertà di pensiero
A – Nella folla accorsa la domenica successiva in piazza san Pietro a manifestare la propria solidarietà al Papa spiccava un gruppo di imbavagliati, evocanti il preteso bavaglio imposto al Pontefice dall’ “oscurantismo laicista”, accusato per di più di aver tradito la famosa massima volteriana: “Mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso”.
Messinscena grottesca, se si pensa che quasi quotidianamente Benedetto XVI è presente sui giornali nazionali: oggi, poniamo, per un discorso ai rappresentanti del corpo diplomatico, domani per uno ai vescovi - italiani o d’altro paese -, doman l’altro per una ramanzina alle autorità del comune di Roma, il giorno dopo per le istruzioni di comportamento impartite agli operatori dei mass media, seguite a due giorni di distanza da quelle agli scienziati; e via dicendo.
Senza contare poi gli appuntamenti fissi, debitamente mediatizzati, dell’Angelus domenicale e dell’Udienza generale del mercoledì, altre occasioni per esternazioni brevi ma a volte assai significative. E senza contare, s’intende, i documenti - primi fra tutti le encicliche - che vengono sfornati a getto continuo e fanno discutere.
Il Papa è tra le poche persone al mondo (si contano sulla dita di una mano: accanto a lui vi sono sicuramente il presidente americano e Osama Bin Laden) che ogniqualvolta aprono bocca hanno l’onore di vedere le loro parole diffuse da una miriade di agenzie su scala planetaria. Voltaire sarebbe stato il primo a sorridere – se non a ridere - qualora avesse potuto sentire il coro di benpensanti pronti, per fare onore alle sue parole, a “battersi sino alla morte” al fine di consentire al Papa di far udire la propria voce.
Quel che chiedevano i docenti dell’Università di Roma (non solo i 67 firmatari della famosa lettera, ma anche gli innumerevoli altri simpatizzanti) era solo che Benedetto XVI non parlasse in quella sede, in quella data e in quella cerimonia. Ciò per impedire che la sua prolusione finisse per acquistare il valore di un’ideale presa di possesso dell’istituzione universitaria laica: cosa pressoché inevitabile, considerata l’ufficialità della visita e le prevedibili vistose manifestazioni di deferenza e di ossequio da parte delle massime autorità civili.
Si voleva insomma evitare che colui che si proclama depositario e custode della fides si recasse a pontificare anche sulla ratio; pronto a valorizzarla e a concederle la sua paterna benedizione a patto che venga “correttamente” usata per condurre dritto alla fede: la fede cristiano-cattolica, s’intende.
Statuto della teologia e arroganza della fede
B – Per legittimare il diritto del Papa a tenere il suo discorso all’ateneo quale addetto ai lavori, è stata da molti sottolineata la qualifica di docente universitario del “professor Ratzinger”. Il quale dunque non sarebbe stato una presenza estranea all’inaugurazione dell’anno accademico in quella sorta di regno delle scienze che è l’università, in quanto autorevole rappresentante della “scienza teologica”.
Ma si tratta di una pretesa mistificatoria. Per quanto infatti si parli di “scienza teologica”, la teologia non ha nulla a che vedere con la scienza: per lo scienziato la verità, nella misura in cui sia possibile definirla tale, si consegue al termine della ricerca; per il teologo le verità che contano sono invece già tutte date in partenza, e il suo lavoro consisterà solo nell’illustrarle e commentarle. Tanto che, se vorrà essere appena un poco creativo, dovrà badare bene a non uscire dai ristretti confini dell’ortodossia, pena la radiazione.
Il punto di arrivo della sua indagine è insomma fissato a priori, egli deve solo scegliere il percorso per arrivarci. Se perviene a una meta diversa da quella stabilita dall’analogia fidei, ossia da quanto già figura nel deposito della fede, viene “squalificato”.
In teologia, in sostanza, sia la produzione che la verifica del sapere avvengono con procedure radicalmente diverse da quelle in vigore in tutte le altre discipline. Per questo il ruolo di “docente universitario” di Ratzinger (ruolo da lui stesso ripetutamente richiamato) non basta a liberarlo automaticamente dall’accusa – o quanto meno dal sospetto – di essere sostanzialmente ostile a buona parte della cultura laica. La quale, per forza di cose, è, come già si è detto, per sua natura inguaribilmente “relativistica”.
Il teologo è dunque una sorta di scienziato “a sovranità limitata”, un pensatore in libertà vigilata. E dalle libere facoltà teologiche, di cui molti lamentano la mancanza in Italia, son sempre uscite figure che han dato grattacapi alla Chiesa.
Dalla prima in assoluto di tali facoltà, la Sorbona appena fondata, uscì Sigieri di Brabante, immediatamente condannato dal vescovo di Parigi per il suo “averroismo latino”; a Lovanio insegnarono i grandi eretici dei secoli XVI e XVII, Baio e Giansenio; in tempi a noi più vicini Nimega ha prodotto il famigerato “Catechismo olandese” e la rivista “Concilium”, mentre a Tubinga fu collega dello stesso Ratzinger Hans Küng, poi delegittimato dal Magistero. Inoltre tutti sanno che proprio l’ordine dei Gesuiti, punta di diamante della sapienza teologica, è stato il più duramente colpito, negli ultimi anni, dalle scomuniche della Congregazione per la dottrina della fede (vedi i casi di Sobrino, Haight, Dupuis, De Mello).
Orbene, per quasi cinque lustri l’attuale papa, alla testa della suddetta congregazione, ha svolto il ruolo di grande inquisitore, geloso custode di una verità già tutta consegnata ai 2865 articoli del Catechismo della Chiesa cattolica, alla cui redazione egli ha del resto contribuito in misura preponderante. È quindi decisamente fuori luogo presentarlo come paladino di quella libera ricerca della verità di cui l’istituzione universitaria è simbolo.
Senonché, paradossalmente, il clamore mediatico e il conformismo di stampo teocon e teodem hanno finito per trasformare in una vittima della censura, per non dire in un martire del libero pensiero, proprio chi è fermamente convinto di possedere la verità in esclusiva, per grazia e diritto divini.
Si è arrivati addirittura a mostrare apprezzamento per il fatto che il Papa non usa mezzi coercitivi per imporre il suo punto di vista. Noi ci chiediamo in forza di quale diritto potrebbe mai pensare di farlo. È incredibile che si debba nutrire ammirazione e gratitudine per tanta … magnanimità.
Resta il fatto che chi ha un’autentica fede non può non essere nel suo intimo schiettamente intollerante, in virtù di principi etici e di contenuti dottrinali (i cosiddetti dogmi) assolutamente “non negoziabili”. Tutti i suoi “meriti” possono quindi consistere unicamente nella rinuncia ad usare la violenza per imporre il proprio credo.
Nella migliore delle ipotesi potremo dunque parlare, per il cattolicesimo e per il Papa, di “intolleranza - ovvero di arroganza - non violenta”.
Quasi con le stesse parole ce lo conferma, sia pure per via negativa, il superortodosso padre Livio di Radio Maria, in “Quelli che non si vergognano di Gesù Cristo” (p. 141, corsivo nostro):
“Secondo il credo contemporaneo tutte le religioni sono opinioni, come pure le filosofie. L’intelletto umano non è in grado di conoscere la verità, se pure esiste. In definitiva conta soltanto l’opinione della maggioranza. Quella sarebbe la verità!
“In questa prospettiva non si vede come Cristo stesso, che ha affermato non solo di rendere testimonianza alla verità (Gv 18, 37) ma di essere la verità (cfr. Gv 14, 6) possa evitare l’accusa di intolleranza, anzi di arroganza, che i suoi seguaci si vedono piovere addosso non appena prendono sul serio la sua parola di Figlio di Dio.”
Giusto. L’accusa è pienamente legittima. Anzi, per chiosare il testo di padre Livio con una formula epigrammatica, nello stile del “caffè” che di regola chiude il suo commento mattutino alla stampa del giorno, diremo:
“Io son la via, la verità e la vita”:
con ciò l’intolleranza è garantita.
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