L'irrisione di Gesù e le due concezioni dell'Eucaristia
luglio 2010
Il problema
L’istituzione dell’eucarestia da parte di Gesù ci viene riferita dai tre vangeli cosiddetti sinottici, ossia quelli di Matteo, di Marco e di Luca (v. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20). I tre testi sono assai simili, differendo solo per la presenza, in ciascuno di essi, di qualche dettaglio che non figura negli altri. Circostanza senza dubbio straordinaria, se si pensa quanto sono numerose di regola le contraddizioni tra i vari evangelisti.
Una versione quasi identica a quella di Luca figura poi in Paolo (1Cor 11, 23b-25). Anzi, la pubblicazione del testo paolino precedette probabilmente di almeno uno o due decenni quella dei vangeli sinottici. Per comodità del lettore, riportiamo qui il testo di Luca, nella traduzione della CEI:
“19 Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi»”.
Va notato che l’esplicito invito di Gesù a mangiare del suo corpo (“Prendete, mangiate”) figura solo nelle versioni di Matteo e di Marco, e l’invito a bere del suo sangue (“Bevetene tutti”) solo in quella di Matteo.
Il racconto dell’istituzione dell’eucaristia manca nel vangelo di Giovanni, benché anche questi ci informi dell’Ultima Cena e riferisca in modo particolarmente ampio le parole – veri e propri discorsi - pronunciate da Gesù in quell’occasione.
L’apologetica di regola spiega la cosa col fatto che il quarto evangelista dovette giudicare inutile soffermarsi sull’istituzione del sacramento in quanto egli aveva già riportato, nel cap. VI della sua opera, il cosiddetto “discorso del pane di vita” (più precisamente: “della vita”), in cui il Redentore afferma la necessità, per chi voglia conseguire la vita eterna e venire “risuscitato nell’ultimo giorno”, di mangiare il suo corpo e di bere il suo sangue (testuali parole: “la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”). Giovanni dunque avrebbe ritenuto superfluo tornare su un tema su cui aveva già insistito in modo particolare.
Tale spiegazione appare alquanto debole, per vari motivi. È legittimo quindi congetturare che l’evangelista non fosse mosso unicamente dal desiderio di evitare un’inutile ridondanza: al diverso luogo e alle diverse modalità di “presentazione” del sacramento potrebbero corrispondere due diversi modi di intenderlo.
Grosso modo, potremmo dire che la prospettiva giovannea, più tarda, appare meglio corrispondere alla versione cattolica (interpretazione letterale del pasto sacro, del “cibarsi di Dio”), mentre quella dei sinottici e di Paolo è in sostanza la versione familiare alla maggior parte dei protestanti (interpretazione metaforica, simbolica).
Giovanni potrebbe dunque aver voluto evitare di menzionare l’stituzione dell’eucaristia nel corso dell’Ultima Cena proprio perché essa non corrispondeva al significato che egli intendeva dare all’assunzione del pane e del vino.
Orbene, noi pensiamo che in questa direzione si possa andare molto più in là, e nel presente capitolo ci proponiamo di dimostrare che la diversa strategia espositiva scelta da Giovanni da un lato e dai sinottici (con Paolo) dall’altro riflette due concezioni radicalmente diverse dell’eucarestia, poi confluite nella sistemazione dottrinale che la Chiesa ha dato alla problematica del sacramento.
E ci proponiamo di farlo utilizzando, tra l’altro, parole di Gesù che stranamente non vengono mai prese in considerazione.
Le due concezioni
Iniziamo col ricordare che l’esegesi e la teologia (benché, come abbiamo visto, solo due vangeli menzionino l’esplicito invito di Gesù a cibarsi di lui) hanno sempre concordato sul fatto che nell’eucaristia istituita da Gesù nel corso dell’Ultima cena sono presenti una dimensione sacrificale e una conviviale. Il sacramento è quindi al tempo stesso sacrificio e pasto, immolazione e sacro banchetto.
Ora, appare subito palese che la dimensione sacrificale è del tutto assente nel “discorso sul pane della vita” che troviamo nel cap. VI del quarto Vangelo.
Ma c’è di più. Se noi esaminiamo a fondo il carattere della dimensione conviviale reperibile nel resoconto di Paolo e dei sinottici, vediamo che possiamo riconoscervi due aspetti:
1) la consumazione del pasto sta a indicare il compimento dell’immolazione della vittima: una volta terminato il sacrificio sull’altare, le carni (a parte il caso dell’olocausto) vengono divise tra i partecipanti al rito. Si tratta in sostanza di una funzione che è in sinergia con la dimensione sacrificale: l’ingestione della carne e del sangue attesta che l’immolazione è stata condotta sino alle estreme conseguenze, ossia sino all’annientamento della vittima (proprio come, per altra via, avviene nell’olocausto stesso);
2) la distribuzione delle carni tra i fedeli presenti al sacrificio acquista un valore "socializzante", e quindi ecclesiale. I cristiani delle prime comunità venivano infatti riconosciuti in ambiente pagano per la consuetudine di “spezzare il pane”. E lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 1396, afferma che “l’Eucaristia fa la Chiesa”.
Se ora torniamo a considerare il testo di Giovanni, vediamo che in esso non è possibile ravvisare alcuno di questi due aspetti della dimensione conviviale.
Ne è invece presente un terzo, che costituisce l’unico concetto – quasi ossessivamente ripetuto - del discorso di Gesù: la funzione nutritiva del suo corpo e del suo sangue. Nelle parole del Salvatore, già ricordate: “Il mio corpo è vero cibo, il mio sangue vera bevanda”.
Abbiamo dunque la seguente situazione:
nei testi di Paolo e dei sinottici figura la dimensione sacrificale dell’eucaristia, nonché quella conviviale nei suoi due aspetti di consumazione del sacrificio e di rito comunitario;
nel quarto vangelo tutto questo manca completamente, mentre è presente la dimensione conviviale in un terzo e diverso aspetto, quello dell’assunzione di un cibo dalle straordinarie virtù nutritive nell’ordine dello spirito, ossia per l’anima di chi lo ingerisce.
Nella versione paolino-sinottica Gesù non accenna minimamente al suo corpo e al suo sangue come nutrimento necessario per assimilarsi a lui e guadagnare così la beatitudine eterna.
Ciò è in perfetta analogia col fatto che l’agnello e il capretto immolati sull’altare non vengono mangiati dai sacrificanti allo scopo di acquisire le loro qualità, e la loro ingestione non è necessaria per ottenere alcunché (né mai si dice che la carne di agnello, essendo tale animale “figura” di Cristo, ha virtù nutritive santificanti superiori a quelle di ogni altra carne).
Quel che conta in tale versione è la semplice ingestione del corpo e del sangue di Gesù (sotto le specie del pane e del vino), ed è irrilevante quel che accade dopo l’ingestione: tutto fa pensare che Gesù stesso li ritenesse destinati alla comune sorte di tutti gli alimenti, senza che le loro vicissitudini potessero avere una ricaduta positiva o negativa di tipo spirituale, e quindi di valore teologico.
Nella versione giovannea, al contrario, tutto il significato dell’operazione sta proprio in quel che accade a partire dall’ingestione.
Giova poi ripetere che, mentre i testi dei sinottici sono, almeno in via di principio, suscettibili di interpretazione simbolica, nel testo di Giovanni è enfatizzato al massimo il realismo dell’ingestione, che è da intendersi dunque in modo assolutamente letterale.
In presenza di tanti e così decisivi elementi di contrasto, ripetiamo, ci pare sia impossibile negare che siamo di fronte a due concezioni radicalmente diverse dell’eucaristia.
Non intendiamo qui impegnarci nell’esame delle possibili cause di tali differenze e dell’origine delle due diverse tradizioni. Ci limitiamo a ricordare che il testo giovanneo è relativamente tardo (più tardo di ben quattro decenni rispetto alla versione paolina), e potrebbe quindi riflettere un’interpretazione del rito affermatasi nel frattempo.
In ogni caso, appare probabile che il quarto evangelista ometta il resoconto dell’istituzione dell’eucaristia non perché lo ritiene semplicemente superfluo dopo quanto egli aveva scritto nel cap. VI, ma proprio perché non vuole associarsi a un’interpretazione a cui intende contrapporne una propria, basata esclusivamente sulla funzione nutritiva dell’assunzione del pane e del vino consacrati.
Per quanto la circostanza possa valere, ricordiamo poi che, secondo la cronologia seguita da Giovanni (che pone la crocifissione alla vigilia della Pasqua anziché il giorno stesso della festa), la cena consumata da Gesù coi discepoli prima di morire non era la cena pasquale.
La Chiesa, fedele all’aureo principio dell’ et et, ha fatto proprie senza esitazione entrambe le concezioni, fondendole in quella che si è ben presto consolidata come la dottrina eucaristica della Tradizione e del Magistero.
La catechesi insiste dunque in pari misura sul significato sacrificale del sacramento e sull’ineffabile effetto di grazia prodotto nell’anima dall’assunzione del Cristo, suo nutrimento soprannaturale.
L’irrisione di Gesù
Sin qui abbiamo mostrato che il quarto vangelo ci presenta la tematica eucaristica in una luce assai diversa rispetto ai sinottici (nonché a Paolo): diversa è principalmente la funzione del sacramento, e diverso quindi il suo stesso significato.
Ma in questa direzione si può andare molto oltre. La contrapposizione tra Giovanni e i sinottici diviene infatti clamorosa, e oltremodo imbarazzante per l’apologetica, se si considera un passo di Marco e di Matteo in cui Gesù stesso contesta con straordinaria violenza verbale proprio quello che è il fondamento della pratica eucaristica quale ci viene presentata dal quarto vangelo: la funzione di nutrimento spirituale di ciò che viene ingerito.
Nel capitolo 15 del primo vangelo Gesù, richiesto da scribi e farisei di spiegare come mai i suoi discepoli trasgrediscano la tradizione degli antichi, non lavandosi le mani prima di mangiare il pane, dichiara:
“Non ciò che entra nella bocca rende impuro l'uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l'uomo!".
E poco dopo, rivolgendosi agli apostoli, chiarisce in modo inequivocabile:
"Neanche voi siete ancora capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e viene gettato in una fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende impuro l'uomo. Dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Queste sono le cose che rendono impuro l'uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l'uomo" (Mt 15, 11. 16-20).
Nel vangelo di Marco troviamo un versione molto simile, con qualche dettaglio in più. Ci limitiamo a riportare il passo che contiene la precisazione più significativa:
“Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore, ma nel ventre, e va nella fogna?” (Mc 7, 18-19)
Come si vede, qui Gesù provvede addirittura a sottolineare che quel che viene ingerito non entra nel cuore. Di qui, a suo giudizio, l’assurdità dell’idea di un possibile influsso degli alimenti ingeriti sulla condizione spirituale di chi li assume.
Di passaggio, notiamo che questa tesi coincide perfettamente con quanto la teologia ufficiale, come abbiamo visto nel capitolo precedente, ha stabilito a proposito della collocazione del corpo e del sangue che si producono in virtù della consacrazione eucaristica: Gesù si rende presente dove sono le specie del pane e del vino, e inevitabilmente si sposta con esse (tant’è vero che si adora il SS. Sacramento in chiesa perché le ostie consacrate sono sull’altare). Quindi una volta ingerito sarà nello stomaco, non nel cuore.
Stando così le cose, il “discorso del pane della vita” del vangelo di Giovanni - che impone di mangiare il corpo e il sangue del Cristo come nutrimento dello spirito in vista dell’acquisizione della vita eterna – riceve una smentita clamorosa.
A poco serve dire che le parole di Gesù in Matteo e in Marco si riferiscono all’ipotesi di una contaminazione, mentre il discorso del quarto vangelo considera il problema opposto, quello della santificazione. Serve a poco perché il Gesù dei due sinottici si impegna a dare alla propria tesi una motivazione oggettiva e indiscutibile, che risulta valida per entrambe le situazioni, in quanto esclude in modo perentorio la possibilità di qualsiasi influsso del cibo ingerito sullo spirito.
Nessun pericolo di contaminazione, quindi, ma, al tempo stesso, anche nessuna possibilità di santificazione.
È chiaro che qui Gesù, parlando di quel che entra nella bocca e di quel che ne esce, allude a due funzioni radicalmente diverse della bocca stessa: strumento della nutrizione in un caso, organo della parola nell’altro. Il legame col mondo dello spirito viene affermato per questa seconda funzione, mentre viene recisamente escluso per la prima.
Va notato che le parole di Gesù sono compatibili con quelle che gli vengono attribuite dai sinottici in occasione dell’Ultima Cena e istituenti l’eucaristia. Come abbiamo già sottolineato, infatti, in tale circostanza ci si limita a parlare dell’assunzione delle sacre specie (nel duplice significato del gesto, quello sacrificale e quello conviviale), senza alcun accenno a quel che accade dopo l’ingestione.
Ma non sono assolutamente compatibili con quelle del discorso sul pane di vita, tutte volte a illustrare gli effetti - sublimi – di tale ingestione. E il Gesù di Marco e Matteo ha di mira proprio tali effetti, descritti però come semplice produzione di rifiuti organici destinati alla fogna.
A questo punto dunque è impossibile non chiedersi: come conciliare il Gesù di Matteo 15 e di Marco 7 con il Gesù di Giovanni 6?
Ovvero: è mai pensabile che il primo, sapendo di aver fatto (o apprestandosi a fare) il discorso sul pane della vita, non introducesse un qualche “distinguo” nella propria esternazione, per evitare di investire col proprio sarcasmo anche la pratica eucaristica da lui stesso proclamata necessaria all’anima secondo il racconto del quarto vangelo?
Tutto induce ad escludere una simile evenienza, e a ritenere che le due figure si ignorino completamente. Va osservato che i due sinottici non potevano sapere quanto Giovanni avrebbe scritto alcuni decenni dopo, mentre quest’ultimo probabilmente era a conoscenza delle parole di Gesù che escludono la possibilità di contaminazione per via orale; ma non per questo ha ritenuto di dover rinunciare a inserire nel suo vangelo il discorso di Gesù che assegna all’eucarestia la funzione e il significato di nutrimento spirituale.
In ogni caso, ci pare più che probabile che almeno una delle due pericopi sia stata costruita da chi ha redatto i rispettivi vangeli, e non riferisca quindi autentiche parole del Nazareno. Per mille ragioni, i maggiori sospetti si appuntano su Giovanni.
Si può presentare il problema anche in questo modo: come avrebbe reagito il Gesù di Marco/Matteo se fosse stato presente al discorso del Gesù di Giovanni? È mai possibile immaginare che non si sarebbe schierato con i molti che si scandalizzarono al sentire quelle parole e abbandonarono il Maestro?
Possiamo provare a calarci direttamente nella situazione. Immaginiamo che tra i mormoranti per le parole di Gesù che aveva invitato, pena la rovina eterna dell’anima, a mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, si levasse qualcuno a obiettare: “Rabbì, non capisci che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può nutrirlo spiritualmente, perché non gli entra nel cuore, ma nel ventre, e va nella fogna?”.
Si tratta di un’obiezione irreprensibile: non si potrebbe immaginarne una meglio garantita sotto il profilo teologico. Per noi poi presenta il grande vantaggio di “spiegare la Bibbia con la Bibbia”, come ci viene sempre raccomandato; anzi, di spiegare addirittura le parole di Gesù con parole di Gesù.
Senonché, ovviamente, la “spiegazione” in questo caso è letteralmente distruttiva per l’immagine del Redentore, e quindi per la fede.
Torniamo ora a considerare quanto abbiamo detto nel capitolo iniziale circa le reazioni dei non credenti di fronte alla pratica eucaristica: abbiamo parlato di irrisione come dell’atteggiamento più comune.
Ora, nelle parole di Gesù concordemente riferite da Marco e da Matteo cogliamo un tono che è proprio di irrisione. La violenza verbale è estrema: il sarcasmo si unisce all’allusione – d’una crudezza che sfiora la volgarità – al destino degli alimenti una volta ingeriti: passaggio attraverso il tubo digerente ed evacuazione.
È poi chiaro che vi è una precisa volontà di dissacrazione: certo, dissacrazione di un particolare tipo di sacralità di stampo formalistico, ma pur sempre dissacrazione.
E tutto ciò, si badi, in nome del più elementare buon senso (cfr. "Neanche voi siete ancora capaci di comprendere? Non capite che …”). Gesù insomma invita a fare uso del proprio umano - e sano - discernimento contro le pretese della ragion teologica.
Il che è precisamente quel che fa il non credente quando manifesta il suo ironico scetticismo circa l’assunto teologico - cuore del sacramento eucaristico - di una santificazione per via orale.
La teologia dovrebbe dunque prendere posizione circa due punti di capitale importanza:
1) il problema delle due concezioni eucaristiche radicalmente diverse presenti nei sinottici (nonché in Paolo) e in Giovanni;
2) la conciliabilità delle parole di Gesù riferite da Marco e Matteo con la concezione giovannea, che la Chiesa ha accolto e acriticamente “integrato” nell’altra.
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