La domanda di sempre: Ma è poi risorto?
Giunti alla fine del nostro itinerario tra le inverosimigianze e le contraddizioni dei racconti della Risurrezione, possiamo tornare a porci la domanda iniziale: “Ma è poi risorto?”
Una cosa si può dire con certezza: se l’annuncio pasquale è il punto a cui converge tutta l’Incarnazione, se è quindi la cosa di gran lunga più importante che sia mai accaduta a partire dalla creazione dell’universo, se è l’evento che spezza in due la storia umana e prepara la venuta di Cristo che porterà cieli nuovi e terra nuova; allora occorre riconoscere che ce ne è stata fornita una documentazione incredibilmente lacunosa e per nulla convincente.
Nel corso dei vari capitoli abbiamo avuto modo di verificare - anche grazie alle ammissioni di studiosi rigorosamente ortodossi - quel che avevamo anticipato all’inizio, ossia che quanto ci viene detto circa la risurrezione di Gesù è di gran lunga meno strutturato e coerente di quel che ci raccontano i vangeli circa la passione e la crocifissione, checché ne dica Ricciotti col tono irritato e sarcastico che gli è abituale.
I racconti pasquali si presentano, secondo la metafora di Barth accolta da Messori, “sconnessi e disarticolati come per effetto di un terremoto”.
E poiché coerenza e precisione sono necessarie per dimostrare la risurrezione di un uomo assai più che per dimostrarne la morte, dobbiamo concludere che lo stato caotico in cui si presentano le testimonianze costituisce un handicap gravissimo per la persuasività di tali racconti.
L’apologetica non fa che appellarsi al buon senso e alla verosimiglianza per indurci ad accettare sequenze di eventi che grondano inverosimiglianza da tutte le parti.
Quanto al buon senso, esso ripropone da quasi venti secoli un’elementare domanda: perché Gesù risorto non è apparso ai suoi nemici e a tutti coloro che l’avevano visto crocifisso? Per usare un’espressione usata ironicamente dallo stesso Messori: è un “andare troppo sul semplice” chiedere perché Gesù risorto non si è mostrato ai negatori della sua divinità?
Le risposte a questa domanda sono sempre incerte e per niente persuasive.
Già Pietro nel suo discorso di Pentecoste dà una spiegazione che non spiega nulla, in quanto manifestamente tautologica: “Dio lo ha risuscitato il terzo giorno e ha voluto che si facesse vedere non a tutto il popolo, ma a noi, scelti da Dio come testimoni, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti”.
Le ragioni della scelta ovviamente non possono consistere nel fatto di aver mangiato e bevuto col Risorto: questo semmai ne sarà una conseguenza; sicché la scelta stessa risulta di fatto totalmente immotivata.
Sabino Palumbieri dice che “la prescelta dei testimoni non è per discriminazione degli uomini da parte di Dio, ma per necessità della disposizione degli uomini a leggere nella completezza il segno di Dio. Erano loro, e soltanto loro, in grado di ‘leggere’ nella interezza il segno, data la lunga e lenta pedagogia di Gesù nel prepararli a questo evento” (CRLS 69-70; corsivi nel testo).
Qui abbiamo in primo luogo un’asserzione inaccettabile, poiché gli apostoli dimostrano a più riprese, in occasione del triduo pasquale – e, si è visto, ancora alla vigilia dell’Ascensione, dopo quaranta giorni -, un’ottusità straordinaria, che si dilegua solo a Pentecoste.
In secondo luogo è manifestamente mistificatorio dire che altri testimoni, se avessero visto Gesù risorto con la possibilità di “vedere e toccare” non avrebbero colto il segno nella sua interezza: quanto meno avrebbero spalancato tanto d’occhi e avrebbero smesso di parlare di furto del cadavere. E noi probabilmente avremmo qualche documento più solido e più “indipendente” su cui basarci.
La tecnica apologetica più collaudata per rintuzzare obiezioni imbarazzanti rimane quella di presentare l’obiezione di turno in una forma in certo modo caricaturale.
Messori vi ricorre in “Ipotesi su Gesù”. Accenando all’ironia con cui gli avversari del cristianesimo hanno sempre commentato la mancata apparizione di Gesù ai suoi nemici, scrive:
“È un’ironia boomerang […]: come spiegare piuttosto la mancanza di una bella apparizione del Risorto al Sinedrio o a Pilato, magari con lo stendardo in mano, come immaginato da molti artisti? E difatti, molti vangeli apocrifi (quelli sì, frutto coerente d’invenzione religiosa) narrano di un Gesù che, vinta la morte, va a far paura ai giudici che l’hanno condannato. Proprio il fatto che i vangeli canonici scelgono la strada della discrezione, delle apparizioni ai soli amici, ci sembra far sospettare che siano veritieri” (p. 200).
Ritroviamo qui, sapientemente combinati, numerosi ingredienti del cocktail apologetico:
a) Se si riesce a proporre una spiegazione convincente, la missione è compiuta; se non vi si riesce, si fa presente, come in questo caso, che proprio il fatto che gli evangelisti non abbiano prodotto le prove richieste è quanto meno ‘indizio’ (“ci fa sopettare”) che essi non hanno inventato nulla.
A monte sta ovviamente la tesi della possibilità, per gli scrittori sacri, di scrivere quel che volevano, così come per la Chiesa primitiva era possibile, si afferma, ritoccare i testi qualora l’avesse ritenuto necessario.
b) Ritroviamo poi la tesi del sereno, tranquillo possesso della verità da parte degli evangelisti, non preoccupati pertanto di fornire prove agli eventuali increduli. E, come corollario, la strategia del ricorso a due diverse logiche a seconda delle necessità: se le prove convincenti vi sono, si chiederà allo scettico di credere in virtù delle prove; se non vi sono, gli si chiederà di credere proprio in virtù della mancanza di prove (attestante appunto, si sostiene, una valutazione di superfluità da parte degli evangelisti).
c) L’accenno al boomerang poi esprime come meglio non si potrebbe l’invincibilità delle tesi dell’apologetica: neanche un missile potrebbe abbatterle, poiché al loro contatto, in virtù del passaggio all’altra logica, si trasformerebbe d’incanto in un’arma micidiale per chi l’ha lanciato.
d) Come abbiamo detto, la tecnica usata qui da Messori consiste nel presentare in forma caricaturale (la solenne apparizione al Sinedrio, magari con tanto di stendardo) la “pretesa” degli avversari, così da far apparire ingenua, quasi infantile, quella che è in realtà una fondatissima richiesta del buon senso. In tal modo la si liquida con una battuta, senza esaminarla e senza darvi alcuna risposta seria.
Al di là di ogni disquisizione, vogliamo comunque ricordare e ribadire tre circostanze obiettive:
1) nessuno vide Gesù uscire dalla tomba;
2) il Risorto non apparve a nessuno dei suoi “nemici”;
3) le testimonianze circa le sue apparizioni sono irrimediabilmente contraddittorie.
Torniamo alla citazione di Paolo da cui siamo partiti: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede”. Ma per i credenti la fede non è vana, perché non può esserlo. Ergo, Cristo è risuscitato.
È un’inferenza senz’altro valida. Possiamo chiamarla con un bel nome latino: “modus tollendo tollens”. E risolve tutti i possibili dubbi, a colpi di logica (la logica, s’intende, surrettiziamente impiegata dall’apologetica)*.
Scrive Benoit, circa il terremoto alla tomba descritto da Matteo: “Il corpo di Cristo, raggiunto dallo Spirito Santo, esce, nonostante l’ingresso sia chiuso, da questa tomba ed entra nella gloria del Padre suo. […] Per suggerire appunto questo mistero, di per sé inesprimibile, Matteo ricorre ad immagini forti che mostrano lo sconvolgimento delle leggi della natura. Questa presentazione poetica è vera, in profondità, perché esprime nel miglior modo un avvenimento soprannaturale autentico”.
Siamo in presenza di una formale codificazione del diritto di inventare, spacciando i fatti per veri, allo scopo di esprimere ciò in cui si crede.
Stando così le cose, è impossibile escludere che quanto vale per il terremoto di Matteo possa valere per tutte le apparizioni pasquali, nel loro insieme: potrebbero essere state inscenate per esprimere una realtà altrimenti inesprimibile, la realtà che Gesù è vivo, è vivo ancora, è vivo sempre.
Avremmo cioè il meccanismo psicologico del theologúmeno come cellula generativa del kérygma stesso da parte della prima comunità: si crea un evento (di fatto, un mito eziologico) per spiegare la convinzione profonda che si è maturata.
Comunque sia, non finiremo mai di apprezzare la preziosa “scappatoia” offerta dalla sapienza divina, che lascia all’incredulo “abbastanza ombra per non vedere”.
Sicché l’apologetica può continuare a fare il proprio lavoro, rimasticando sempre più stancamente i suoi argomenti.
E chi non ha, per dirla col Poeta, “quella fede che vince ogni errore”, può riproporre il suo eterno dubbio: “Ma è poi risorto?”
*Si può infatti considerare che “la nostra fede è vana”, visto che non possono dirlo di se stessi né i credenti né i non credenti, sia sempre falsa. Quindi “la nostra fede non è vana” è sempre vera. Ergo, Cristo è risuscitato. Risurrezione ineccepibilmente dimostrata per via ipotetico-deduttiva.
Se poi qualcuno non sarà convinto (e noi non ci sognamo certo di dargli torto), si ingegni a scoprire dov’è il trucco. Che c’è, ovviamente; ma è forse meglio nascosto che in tante altre argomentazioni dell’apologetica.
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