Il presunto ‘segno di Giona’
L’esposizione e la condivisione della tesi di Antonio Persili circa il significato del “vide e credette” offrono a Vittorio Messori lo spunto per avanzare una propria congettura.
Gesù, egli dice, a “una generazione malvagia e adultera” richiedente un segno aveva preannunziato che essa non avrebbe avuto altro che il segno del profeta Giona: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12, 39-40). La sua resurrezione, dunque, sarebbe stata il segno destinato a tutti.
Se non che, prosegue Messori, manifestazione concreta della Risurrezione non si possono considerare le apparizioni pasquali, in quanto riservate a una ristretta cerchia di amici, né la tomba vuota, che di per sé non bastava certo ad escludere l’ipotesi del furto. Per scoprire l’arcano, egli pensa perciò di poter trovare un indizio in quel che si presentò agli occhi di Pietro e Giovanni quando quest’ultimo “vide e credette”.
Si tratta allora di accertare se, a parte le donne e i discepoli gratificati delle apparizioni, vi furono altri che ebbero occasione di vedere - e di riferire poi al mondo - quel che videro i due apostoli.
Messori ritiene di aver individuato queste persone nelle guardie poste a custodia della tomba. Analizza perciò con grande meticolosità il testo di Matteo, per cogliervi tutte le sfumature che possano suffragare la sua tesi.
Mette così in evidenza il “voi” detto dall’angelo alle donne (“Non temete, voi”), col quale si allude indirettamente alla presenza delle guardie tramortite; l’invito dell’angelo stesso ad ispezionare la tomba (indizio del fatto che da tale ispezione si poteva ricavare la conferma del prodigio avvenuto); il fatto che i soldati non fuggirono tutti: “alcuni”, come specifica Matteo, andarono a riferire ai sacerdoti quanto avevano visto (quindi, s’intende, anche la sorprendente disposizione dei lini funerari); e infine la circostanza che le guardie, dovendo percorrere, per arrivare al tempio, assai meno cammino di quanto ne dovessero fare le donne per raggiungere gli apostoli, ebbero concretamente il tempo, dopo la partenza di queste ultime, di sbirciare nella tomba per cogliervi l’arcano che essa custodiva.
Va detto che dell’ultima precisazione ci sfugge lo scopo. Potrà forse essere utile sottolineare che, dovendo le donne percorrere una certa distanza, i soldati potevano comodamente ispezionare il sepolcro prima dell’arrivo degli apostoli; ma il tempo che occorreva loro per giungere al tempio ci pare assolutamente irrilevante: non si vede che cosa sarebbe cambiato se anche avessero riferito ai sacerdoti un paio d’ore dopo.
Non è pignoleria la nostra. Vogliamo mettere in evidenza una sorta di accanimento nello sfruttare tutti i minimi appigli, veri o presunti, offerti dal testo mentre si ignorano – in quanto controproducenti ai fini dell’argomentazione - una quantità di elementi di gran lunga più importanti. Ed è proprio su questi elementi che vogliamo ora soffermarci.
In primo luogo, ci si chiede quale funzione “rivelatrice” potesse mai avere la scoperta dell’interno della tomba per chi, come le guardie e le donne (ovviamente quelle di Matteo) aveva già assistito al terremoto e alla comparsa dell’angelo rotolante la pietra nonché annunciante a chiare lettere l’avvenuta risurrezione.
In secondo luogo, ammesso che terremoto e comparsa dell’angelo non fossero stati sufficienti a spiegare ogni cosa, e che quindi la supposta “rivelazione” sia effettivamente avvenuta, come si spiega che delle guardie del tutto ignare del Cristo colgano a colpo d’occhio quel che non riesce invece a cogliere il principe degli apostoli, vissuto per tre anni al fianco di Gesù e già investito del ruolo di capo della Chiesa?
E come si spiega che la più ardente delle discepole, la Maddalena (quella di Giovanni, s’intende), pur guardando dentro la tomba e conversando addirittura con i due angeli che vi si trovano, non noti assolutamente nulla di strano, e tanto meno di rivelatore?
È questo che Messori ci dovrebbe spiegare. E invece ignora bellamente il problema. Così facendo, per salvare la precaria plausibilità della sua congettura squalifica letteralmente il primo degli apostoli e la prima delle discepole di Gesù.
Ripetiamo: è quasi umoristico supporre che i soldati possano aver visto (e immediatamente riconosciuto e interpretato!) nel sepolcro il “segno” rivelatore dell’evento prodigioso, mentre non si accorgono di nulla la discepola destinata ad essere nientemeno che la prima testimone della Risurrezione e il capo del collegio apostolico, destinatario primo del messaggio di Gesù di andare ad incontrarlo in Galilea (Mc 16, 7)!
Come segno di Giona lasciato “a questa generazione” per consentirle di riconoscere la divinità di Cristo, veramente non c’è male. Il segno, a parte ovviamente il discepolo prediletto, lo capiscono solo le guardie messe dai Giudei e, 2000 anni dopo, Antonio Persili e Vittorio Messori.
Più che mai caccia al tesoro, dunque. In cielo si divertono, si godono lo spettacolo. Dieu s’amuse.
Ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce nella pretesa ricostruzione degli eventi qui propostaci da Messori è il suo clamoroso glissare, al solito, su ogni problema di armonizzazione tra i racconti dei diversi vangeli.
Per far entrare nel suo disegno le guardie, protagoniste della rivelazione del supposto “segno di Giona”, egli infatti deve necessariamente seguire il racconto di Matteo, che è il solo a parlarne; ma per utilizzare il dato dell'esperienza rivelatrice che sta alla base del "vide e credette" deve utilizzare la narrazione di Giovanni.
Gli va dato atto di presentare il testo di Matteo in modo corretto, citando integralmente a partire dall’inizio del cap. 28. Non solo: egli rinuncia a impiegare quegli “ammortizzatori” che l’apologetica abitualmente utilizza per limitare i danni in termini di compatibilità con gli altri racconti.
Tali espedienti, come abbiamo visto, sono sostanzialmente due:
1) descrivere il terremoto staccandolo dalla sequenza di eventi presentata dall’evangelista, in modo da farlo apparire come già avvenuto quando le donne giungono al sepolcro;
2) far passare l’apparizione di Gesù alla Maddalena e alla compagna come avvenuta in occasione di una seconda visita della discepola alla tomba; ciò si ottiene immaginando una cesura, un intervallo di tempo tra il v. 8 (“… le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli”) e il v. 9 (“Ed ecco Gesù venne loro incontro …”), nonché ricorrendo a stratagemmi esegetici quali il famigerato “plurale di categoria” per accreditare l’apparizione alla sola Maddalena (il che è quanto avviene nel quarto vangelo).
Il guaio è che il risultato di una simile ricostruzione è letteralmente grottesco. Perché questa Maddalena messoriana che giunge al sepolcro (non importa se sola o in compagnia), assiste al terremoto e vede l’angelo rotolar via la pietra, sente dall’angelo stesso che il Cristo è risuscitato, dietro suo invito entra a visitare la tomba e infine, appena allontanatasi, si vede venire incontro Gesù stesso che le parla; questa Maddalena che, dopo aver visto e udito cose simili, si presenta agli apostoli dicendo “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto” (perché è chiaro che qui la ricostruzione ideale di Messori deve abbandonare Matteo e puntare sul racconto di Giovanni, se vuole utilizzare il “vide e credette”), si candida d’ufficio a un immediato ricovero in clinica neuropsichiatrica.
E non vogliamo tediare il lettore elencando ancora una volte tutte le altre contraddizioni che scaturiscono a cascata da un’impostazione del genere.
Abbiamo visto che sant’Agostino, nel tentativo di districare i nodi posti dall’armonizzazione, giunge a un risultato che eufemisticamente potremmo definire stravagante (più realisticamente: catastrofico); ma almeno, fedele al suo assunto di mostrare la concordanza degli evangelisti, ci prova, si impegna, profondendo nell’argomentazione tutto il suo ingegno, che non era poco.
Messori invece dà a vedere di non essersi neppure posto il problema. Più accorto, senz’altro; e del resto aveva sotto gli occhi la storia di sedici secoli di fallimenti. Ma è certo segno di vero e proprio malcostume esegetico vantare la scoperta di presunte concordanze nascoste riguardanti questioni di dettaglio e sorvolare elegantemente su questioni di gran lunga più importanti per la ricostruzione della vicenda di cui si sta parlando.
In sostanza: per segnalare una presunta segreta corrispondenza tra il “vide e credette” di Giovanni e l’invito alle donne a visitare la tomba rivolto loro dagli angeli nei sinottici, l’apologeta avalla una ricostruzione dei fatti che implica contraddizioni clamorose, dall’esame delle quali egli si tiene però rigorosamente lontano.
“I critici radicali”, scrive Messori, “esaminando i racconti di Risurrezione, ne hanno tante, forse troppe volte denunciato le discordanze, le contraddizioni, vere e presunte. Vale dunque la pena di mettere in rilievo un caso – che certo non è il solo – di concordia, di coerenza tra tradizioni diverse come quella sinottica e quella giovannea. Caso tanto più degno di attenzione in quanto non evidente a prima vista, a tal punto che – a quanto almeno ci risulta – ben pochi interpreti sembrano averlo notato” (p. 143).
Tale discorso sarebbe legittimo se l’autore avesse prima almeno elencato, fra le “troppe” contraddizioni segnalate dai critici, quelle che anche a lui sembrano “vere”. Ma qui abbiamo il comportamento decisamente poco evangelico di chi vede la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave che ha nel proprio.
Per finire, ci sembra giusto ricordare che l’episodio delle guardie al sepolcro è sempre stato sospettato di essere una creazione dell’evangelista compiuta a scopo apologetico.
Vari sono i motivi che inducono a ritenerlo: tra questi, in primo luogo, ovviamente, il fatto che nessuno degli altri evangelisti vi accenni; poi il carattere tardivo della richiesta avanzata dai farisei, dato che chi avesse meditato il furto del cadavere l’avrebbe presumibilmente tentato durante la prima notte; e infine l’improbabilità che la richiesta stessa e l’insediamento della guardia davanti alla tomba siano avvenuti di sabato.
Messori ribatte a queste obiezioni con argomenti di carattere storico e risulta abbastanza persuasivo, anche se per quanto riguarda la questione del sabato non abbiamo alcuna competenza per valutare l’esattezza dei dati forniti.
Dobbiamo però sottolineare che egli non risponde a un’obiezione di cui già abbiamo detto a suo luogo e che ha una rilievo di gran lunga maggiore: l’inverosimiglianza costituita dal fatto che i farisei si ricordano dei preannunzi di risurrezione fatti da Gesù, mentre la cosa è completamente uscita di testa ai discepoli.
Non convince poi la tesi secondo cui l’intento di Matteo - che scrive per gli Ebrei - di confutare una diceria giudaica divulgatasi, come egli dice, “fino ad oggi”, attesterebbe una precoce datazione del primo vangelo, in quanto, si afferma, dopo il 70 simili preoccupazioni apologetiche sarebbero state fuori luogo.
La tesi non convince perché, in realtà, la finalità apologetica dell’episodio non è mai venuta meno, per il semplice fatto che non è mai venuto meno il sospetto, fin troppo ovvio, che la tomba fosse vuota in seguito a furto del cadavere.
L’ipotesi del furto sorge sempre spontanea nel lettore che non sia già fervidamente credente, e lo stesso Messori giustamente ricorda che la prima a formularla fu la Maddalena medesima.
Del resto, basterebbe considerare che l’apologetica deve ancor oggi, dopo 2000 anni, tornare continuamente sul tema riproponendo le solite fruste argomentazioni.
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