La fabbrica dei beati
Dio costretto a creare un'anima
1) Se Dio infonde l’anima nell’embrione al momento del concepimento;
e se, come oggi la Chiesa tende a pensare, le anime di tutti i “non nati” (embrioni e feti abortiti) vanno d’ufficio in paradiso;
allora l’uomo può popolare a suo piacimento il cielo di anime beate.
Per ottenere questo risultato, basta che produca embrioni in provetta e poi li distrugga.
E siccome una donna normalmente produce una dozzina di ovuli all’anno, è possibile, per ogni donna, produrre altrettanti embrioni da destinare al paradiso previa distruzione. Si dovranno naturalmente eccettuare alcuni esemplari in vista della riproduzione della specie, ma questo riguarda mediamente solo tre o quattro embrioni nell’intera vita di una donna.
In tal modo l’uomo può “produrre” (meglio: “costringere Dio a creare”) un numero stragrande di anime beate; il che non dovrebbe essere considerato cosa negativa.
Ciò vale come dimostrazione per assurdo dell’infondatezza della dottrina che vuole l’anima infusa da Dio al momento del concepimento.
Ed è un’ “applicazione attiva generalizzata” della teoria dell’infanticidio profilattico.
N. B. a) Anche in questo caso, come in quello dell’infanticidio, va ribadito che è fuori discussione, in quanto non pertinente, il giudizio - umano e divino - su chi compisse operazioni del genere, ossia sistematiche produzioni e distruzioni di embrioni.
L’unico elemento rilevante sotto il profilo teologico è la possibilità di popolare - o sovrappopolare - il cielo di anime beate. Occorrerebbe cioè dimostrare che il modo di procedere qui illustrato non ha tale conseguenza.
b) La conclusione ora raggiunta vale integralmente anche nel caso che gli embrioni eliminati, contrariamente all’ipotesi formulata all’inizio, vengano spediti da Dio all’inferno anziché in paradiso. In tal caso diremo che l’uomo può, a suo piacimento, costringere Dio ad inzeppare di anime dannate l’inferno.
Ipotesi se possibile ancor più grottesca e tragicamente assurda, ma non contestabile sub specie theologiae.
2) Quanto abbiamo ora detto vale ovviamente anche nel caso della procreazione naturale, senza ipotizzare un ricorso alla fecondazione in vitro; tant’è vero che il problema viene di tanto in tanto prospettato da qualche ascoltatore a Radio Maria: in pratica, l’uomo col suo comportamento, ossia mediante l’unione sessuale, costringe Dio a creare un’anima.
Se non che, in regime di procreazione naturale è possibile sapere solo a posteriori, ossia alla constatazione della gravidanza, che vi è stata formazione di embrione, ossia che Dio ha creato un’anima. E in caso di mancata gravidanza non si può sapere se ciò sia dovuto al mancato concepimento, ossia alla mancata formazione dell’embrione (nel qual caso non vi sarebbe stata creazione di anima), oppure al mancato annidamento dell’embrione nell’utero (nel qual caso l’anima se ne sarebbe andata in paradiso o all’inferno alla morte dell’embrione).
Questo consente alla teologia una scappatoia: la libertà di Dio risulta formalmente salvaguardata dal fatto che, se egli non intendeva procedere a tale creazione, si può sempre supporre che abbia provveduto a far sì che non si producessero le condizioni opportune per il concepimento.
Ma con l’avvento della possibilità di fecondazione in vitro le cose sono cambiate. Combinando un ovulo e uno spermatozoo si forma di regola un embrione, quando si vuole. L’alea a questo punto riguarderà solo l’attecchimento, ossia l’annidamento dell’embrione nell’utero della madre.
Dal momento però che l’anima, insiste la Chiesa, Dio la infonde nell’embrione al momento del suo formarsi, l’attecchimento diviene irrilevante ai fini della sussistenza dell’anima stessa. Ne risulta che l’uomo ora può realmente, a suo arbitrio, costringere Dio a creare un’anima, in quanto il prodursi delle “condizioni opportune” per il concepimento dipende ormai (pressoché) interamente dalla sua volontà e dal suo controllo.
Ciò costituisce un ulteriore argomento di notevole peso, in prospettiva teologicamente ortodossa, contro la tesi dell’embrione dotato di anima sin dal concepimento: se infatti è così, allora veramente l’uomo ha già rubato il mestiere a Dio. O meglio: Dio se l’è lasciato rubare.
In altri termini, l’uomo utilizza per i propri fini la potenza creatrice di Dio, si serve di Dio come di uno strumento: Dio è costretto a servirlo. E, si badi, proprio nella creazione di entità spirituali, le uniche per cui esiste tuttora un processo di creazione: per la materia vale il principio che nulla si crea e nulla si distrugge; è già tutta creata, può solo modificarsi (anche mediante contrazione ed estensione) in base a leggi ad essa immanenti.
Precisazione importante: il fatto che il successo dell’operazione di formazione dell’embrione in vitro non sia sicuro al 100% significa poco, poiché esiste in ogni caso una certezza statistica per cui, se io so, ad esempio, che la percentuale di riuscita è dell’80%, per ottenere 100 embrioni provvederò a formarne 125; e magari, per essere ancora più sicuro, ne metterò in cantiere 150 o 200. In tal modo è certo che io costringerò Dio a creare almeno cento anime.
Se l’operazione dovesse fallire, vorrà semplicemente dire che ho sbagliato qualcosa. In tal caso si tratterà solo di verificare per individuare l’errore, e poi ripetere la procedura.
N.B. Su una problematica vicina alla presente, ossia la produzione – però involontaria - di anime dannate, si veda il già citato capitolo “L’infanticidio profilattico” (par. “La quinta premessa”, al punto b).
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