controapologetica le bugie della fede

Ancora su ‘Madre beata e figlio dannato’

Padre Livio (Radio Maria, 18.09.98), a un ascoltatore che esprime perplessità per il fatto che in cielo potrà capitare ad alcuni di non ritrovarsi con coloro che hanno amato sulla terra: “Certo, la salvazione è un destino individuale. Ma in vita si deve pregare anche per la salvezza dei propri cari: i genitori devono pregare per la salvezza dei figli …”

Già. Ma in tal modo padre Livio dimostra (o finge) di non aver capito nulla dell’angoscia che affiora timidamente da tali interventi (timidamente perché in genere si evita di fare domande troppo esplicite, nel timore che una risposta altrettanto esplicita accresca l’angoscia).

Il problema non è quello di fare il possibile per andare tutti insieme in paradiso (su questo ovviamente tutti sono d’accordo), ma di capire come si possa essere perfettamente beati in cielo sapendo di avere persone tenerissimamente amate che stanno a crogiolarsi nel fuoco dell’inferno.

Abbiamo già parlato della disumanizzazione radicale che tale prospettiva comporta: i beati vengono ad essere una sorta di robot programmati per essere felici, dunque dei piccoli mostri. Ma si può fare un discorso anche più diretto.

La pia madre che in vita prega fervidamente per la salvezza eterna del marito e dei figli (e non stiamo a considerare tutte le altre persone la cui salvazione le starà a cuore: genitori, fratelli e sorelle, nipoti, mariti e mogli di costoro, amici carissimi, ecc.) non può, approdando in paradiso e vedendo che coloro per cui ha pregato sono finiti, tutti o in parte, all’inferno, non constatare il fallimento delle sue preghiere e dei suoi sforzi.

Ed è assurdo che la costatazione di un fallimento produca la medesima reazione psicologica della costatazione di una riuscita; per quella donna quindi non potrà essere indifferente che i suoi cari si siano salvati oppure dannati.

Del resto, se tutti concordano nel dire che ritrovare i propri cari in paradiso sarà una gioia grandissima, è evidente che il non ritrovarveli, e saperli dunque all’inferno, non potrà non causare una diminuzione di felicità, sicché la felicità effettivamente goduta non potrà in ogni caso essere “infinita” come si pretende che sia.

E ancor peggio è se immaginiamo quella che è proprio la situazione che più frequentemente si verifica, ossia che la madre approdata al paradiso prima della morte del figlio o di altre persone a lei care preghi, da beata, per la loro salvezza, segua con trepidazione le loro vicende terrene e magari assista, per così dire in diretta, alla loro dannazione. È mai pensabile che in questa sua intensa partecipazione a tali drammatiche vicende terrene quell’anima possa godersi la sconfinata felicità che lo statuto paradisiaco in teoria le assicura?

E le contraddizioni divengono un groviglio inestricabile se immaginiamo che i beati fin dal momento del loro arrivo in paradiso leggano in Dio anche il futuro, per cui alcuni si troverebbero a pregare per una causa che già sanno perduta.

Ma c’è ancora di più. Come abbiamo visto all’inizio, padre Livio afferma che esiste nella famiglia una responsabilità solidale, per cui se tuo figlio non sarà con te in paradiso sarà anche un po’ colpa tua. Questo pone un ulteriore problema: al beato potrà anche succedere di provare rimorso per non aver fatto tutto il possibile al fine di salvare un’anima.

A nulla vale obiettare che la felicità paradisiaca e l’ardente spirito di carità faranno superare l’angustia della visione “famigliare”, quasi “di clan”. È facile ribattere: quella donna in vita ha pregato per la salvezza dei suoi famigliari, e lo stesso padre Livio ci insegna che proprio così i genitori devono fare.

Non si dice affatto di pregare solo per le anime dei peccatori in generale, ma si precisa che è addirittura doverosa una preghiera con l’intenzione specifica di impetrare la salvezza di determinate persone; sicché vedere alla fine vanificati i propri sforzi non può non essere motivo di frustrazione profonda, a dispetto della beatitudine paradisiaca.

Del resto, è facile osservare che il superamento della visione di clan dovrebbe semmai scatenare l’angoscia per la sorte di tutti i dannati di tutti i tempi e paesi!

Io direi che quella madre beata-disperata dovrebbe, sfidando il regolamento che certo lo vieta, pregare per l’eternità Dio di salvare i suoi figli strappandoli all’inferno. Dio per l’eternità si rifiuterà di farlo, e lei per l’eternità rimarrà ferma nell’atteggiamento di preghiera: una sorta di sciopero della beatitudine.

Diverrebbe un archetipo del dolore, simile all’eroica Rizpà che nel ventunesimo capitolo del secondo libro di Samuele dà una lezione di umanità e di pietà a Davide e a Dio stesso.

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