Statuto ufficiale delle apparizioni
Definizioni
Le apparizioni di Gesù e della Madonna (rispettivamente “cristofanie” e “mariofanie”; ad esse si aggiungono, assai meno importanti, le apparizioni di angeli, santi e beati) fanno parte di quelle che si è soliti chiamare “rivelazioni private”.
In questi primi capitoli consideriamo pertanto l’insieme più largo delle rivelazioni private, per poi concentrare l’attenzione quasi esclusivamente sulle apparizioni, che sono il fenomeno di gran lunga più importante.
Le rivelazioni private sono così definite per distinguerle dalla Rivelazione pubblica, spesso designata semplicemente come “Rivelazione” e comprendente la Sacra Scrittura e la Tradizione dei Padri. La Rivelazione costituisce la fonte primaria del “deposito della fede”, ossia delle verità che il cristiano è tenuto a credere per salvarsi.*
{*Tale distinzione viene da più parti criticata, in quanto, come dice il Nuovo dizionario di mariologia (d’ora in poi NDM) per la penna di René Laurentin, “le apparizioni dette ‘private’ hanno spesso un carattere totalmente pubblico e una granda risonanza nella Chiesa, come quelle di Guadalupe, Lourdes o Fatima”.
Laurentin propone quindi di parlare di “rivelazione fondatrice” e “rivelazioni particolari”; qualcun altro contrappone le “rivelazioni bibliche” alla “rivelazione extrabiblica”.
Le rivelazioni private comprendono, oltre alle apparizioni o “visioni sensibili”, le “visioni immaginative” e quelle “intellettive”, così come le locuzioni, che possono a loro volta essere di tre specie: auricolari, immaginarie e intellettive, a seconda che si abbia percezione sensoriale di una realtà esterna al soggetto o di una presenza avvertita come interna (si parla allora di “locuzioni interiori”) e rivelantesi in forma o acustica o puramente concettuale.}
La Chiesa respinge ogni interpretazione delle rivelazioni private – e in particolare delle apparizioni – che le liquidi indiscriminatamente come fenomeni allucinatori, percezioni senza oggetto, pure manifestazioni di patologia psichica.
Inutile dire che questa è in ogni caso la prospettiva del protagonista: la percezione “ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna del sensibile” (MF, p. 52). Il veggente non ha dunque il minimo dubbio di trovarsi di fronte all’oggetto della sua percezione.
A un grado analogo di certezza possono pervenire anche “coloro che vivono a contatto con i veggenti e con il santuario” e certi “esperti” in possesso di “osservazioni e verifiche che eliminano le ipotesi negative” (AV 48).
Le rivelazioni private e la Rivelazione
Una volta ammesso il fatto delle rivelazioni private, diventa essenziale per la Chiesa definirne la compatibilità con la “Rivelazione”.
Il primo fondamentale principio con cui dobbiamo fare i conti è che la Rivelazione si è chiusa con l’Ascensione di Cristo (così la “Dei Verbum”) o con la morte dell’ultimo apostolo (secondo il decreto “Lamentabili” di Pio X).
Si tratta di una definizione che, interpretata in senso stretto, rende addirittura problematico lo statuto della Tradizione; ma questo è un problema di cui qui non possiamo occuparci.
Tutti i testi, compreso il Catechismo della Chiesa Cattolica, riportano – o quanto meno citano - un famoso passo di san Giovanni della Croce: “Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola. […] Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità”.
Laurentin ricorda che anche san Paolo, in Gal 1, 8, opera un’analoga chiusura ad ogni possibile nuovo annuncio, a un “altro vangelo” volto a modificare o completare quello già trasmesso.
Dobbiamo allora concludere che le rivelazioni private non possono trovare, almeno dal punto di vista teorico, alcuna forma di riconoscimento da parte della Chiesa?
Nient’affatto. In primo luogo, come osserva il Gonzales, “l’uomo, materiale e spirituale allo stesso tempo, ha bisogno di segni. La folla cercava Gesù e voleva vederlo e toccarlo. Gesù non li rimandò indietro, ma diede loro segni, e si lasciò vedere e toccare; anche se riprese le folle per la superficialità con cui si accontentavano del segno, e cercavano solo il pane (Gv 6, 26)” (Ma 304).
Proprio per questo la Chiesa ha istituito i sacramenti, che sono segni sensibili di realtà invisibili; e tali sono in effetti anche le apparizioni.
In secondo luogo, non ci si stanca di ripetere che noi non possiamo impedire a Dio di continuare a manifestarsi in forma sensibile, di continuare a rivelarsi. Escludere per principo qualsiasi forma di autorivelazione successiva alla salita di Cristo al cielo significherebbe in certo modo porre limiti alla libera iniziativa divina: pretesa vagamente blasfema.
Come conciliare allora il protrarsi dell’autorivelazione di Dio con l’affermazione secondo cui la Rivelazione si è chiusa con il soggiorno terreno di Gesù? Il problema sussiste, e si fa sempre più pressante.
Su un punto la Chiesa è unanime: le rivelazioni private non possono aggiungere nulla alla Rivelazione; e tanto meno, ovviamente, possono apportarvi modifiche o aggiustamenti.
La loro funzione può essere solo quella di risvegliare la fede sopita e di ammonire, esortando alla pratica della virtù le anime sorde o traviate.
Si tratta di un’azione che si rivolge alla volontà e al cuore anziché all’intelletto. Per usare le parole di Giovanni XXIII: si tratta di “luci soprannaturali che Dio ama concedere liberamente ad alcune anime privilegiate, non per proporre dottrine nuove, ma per dirigere la nostra condotta”.
È chiaro che in tal modo la Chiesa si difende da un’invasione di campo, proclamando l’intangibilità del patrimonio dottrinale di cui si considera depositaria esclusiva.
Altro punto su cui si insiste è che anche quando le rivelazioni private si presentano nella forma della profezia, questa non va intesa come predizione o preveggenza, ma nel senso dei messaggi divini del profetismo biblico, cioè come esortazione e monito solenne. Questo tema sarà particolarmente oggetto di discussione nel capitolo “Profezie”.
Da tutto quanto si è detto appare chiaro che da parte della Chiesa le apparizioni, e le rivelazioni private in genere, pur essendo teoricamente ammesse come forma di comunicazione divina, “quando si manifestano, generalmente sono accolte male, soffocate; e alla fine molte sono tollerate più che riconosciute ufficialmente” (“Nuovo Dizionario di Mariologia", p. 126); “è necessario constatare che le apparizioni e rivelazioni hanno perso credito in modo sistematico” (ivi, 130).
E ne “Le apparizioni della Vergine” lo stesso Laurentin, in termini più colloquiali: “Il clero, fedele ad una vecchia tradizione, non accoglie un’apparizione come una buona novella, ma come un brutto affare. […] La prima preoccupazione dei responsabili (ed è legittima) è di cercare il difetto, di occultare, limitare o reprimere il fenomeno insolito. In molti casi una azione energica ed immediata mette fine all’avvenimento fin dal suo inizio, obbedienza dei veggenti permettendo. La maggior parte delle apparizioni sparisce prima ancora che se ne parli” (p. 8).
In effetti, ridimensionamento - se non addirittura discredito - è riservato a questi fenomeni da tutte le discipline religiose, dalla teologia fondamentale alla teologia morale e alla dogmatica, dall’esegesi alla mistica, dalla spiritualità alla storia della Chiesa; il vecchio diritto canonico trattava le rivelazioni private “in una prospettiva limitativa e persino repressiva” (NDM 130).
Esse vengono definite “in modo negativo in quanto accessorie, non necessarie, congetturali, gratutite, rischiose, ecc. in opposizione alla ‘rivelazione’”; e di regola, ovviamente, non vengono incluse tra i “luoghi teologici”, le fonti da cui si attingono le verità della fede.
E se consideriamo il problema dal punto di vista storico, vediamo che apparizioni e rivelazioni private, in quanto manifestazioni carismatiche, furono guardate con sospetto fin dall’età apostolica (significativa la messa in guardia da parte di Paolo nella prima Lettera ai Corinti).
Poi, per oltre mille anni, dai tempi di Montano a quelli di Gioacchino da Fiore, la diffidenza non si attenuò di certo, condivisa da personaggi come sant’ Agostino; una certa inversione di tendenza si manifesta nei secoli seguenti, soprattutto grazie alle visioni di alcune mistiche, tra cui santa Brigida, santa Caterina da Siena e santa Caterina da Genova.
A partire dal ’500 comunque, con il Concilio Lateranense e più ancora con il Concilio di Trento, apparizioni e rivelazioni private vengono sottoposte a un regime quanto mai restrittivo. Viene in sostanza proscritto tutto quanto non sia formalmente riconosciuto e autorizzato dai vescovi competenti, previa consultazione del pontefice.
A metà del ’700 il cardinale Lambertini (poi papa Benedetto XIV) detta le norme che fanno testo ancor oggi. Alle rivelazioni private, egli stabilisce, anche se approvate dalla Chiesa, va prestato un assenso non di fede teologica, ma di semplice fede umana. Anzi, è addirittura consentito al fedele di rifiutare il proprio assenso, purché lo faccia “con l’opportuno riserbo, per dei buoni motivi e senza sentimenti di disprezzo”.
Successivamente, papa Pio X, nell’enciclica Pascendi (1907), ha chiarito espressamente che il riconoscimento accordato dalla Chiesa a un fatto soprannaturale “non implica l’affermazione del fatto stesso”. Dunque, anche in caso di approvazione ufficiale, la Chiesa non garantisce la verità dell’evento.
E quanto al messaggio eventualmente veicolato dalla rivelazione, s’intende che l’approvazione, in ogni caso, non autentica tutte le parole di Gesù o della Madonna riferite dal veggente.
Di qui, come logica conseguenza, abbiamo che i fedeli non sono tenuti a credere i contenuti delle rivelazioni private, e neppure il fatto stesso che esse siano avvenute, anche in caso di approvazione da parte della Chiesa.
Devono solo guardarsi dal tenere un atteggiamento irriverente nei confronti di quelle verso cui la Chiesa, nella persona stessa dei pontefici, abbia manifestato particolare considerazione ed ossequio, quali ad esempio le apparizioni di Lourdes e di Fatima. Sotto il profilo teologico, comunque, tale irriverenza si configurerebbe come temerarietà, non come eresia.
Ma, come in ogni storia edificante, anche qui abbiamo almeno un accenno di lieto fine. Anche qui arrivano i nostri, o almeno alcuni dei nostri: alcune voci, cioè, che vorrebbero un atteggiamento più aperto e benevolo verso il fenomeno delle rivelazioni private. Le considerazioni che stanno all’origine di queste tendenze sono di duplice natura, oggettiva e soggettiva.
Dal punto di vista oggettivo, vi è chi fa notare che il consenso ufficiale e l’ossequio prestato dai papi ad alcune apparizioni, in primis a quelle or ora citate di Lourdes e di Fatima, va ben oltre il livello della “fede umana”, sino ad impegnare l’infallibilità pontificia: “le apparizioni di Lourdes, riconosciute in modo analogo alle canonizzazioni, hanno il carattere di un fatto dogmatico. In tal modo s’intende un fatto non incluso nella ‘rivelazione’, ma legato troppo strettamente alla sua comunicazione per sottrarsi all’autorità infallibile” (NDM 133).
È vero d’altra parte che lo statuto delle canonizzazioni si è ridimensionato dopo il Vaticano II, non implicando più l’infallibilità. Ma, paradossalmente, proprio questo apre la porta alla rivalutazione di certe apparizioni, oggetto di un giudizio della stessa natura di quello che la Chiesa esercita per stabilire la santità dei beati.
In altre parole: se si ammette che venga prestato culto a una persona sulle cui virtù eroiche la Chiesa non impegna la propria infallibilità, perché non si dovrebbe dare analogo riconoscimento a fenomeni sulla cui autenticità vi sono almeno altrettanto buoni motivi per “scommettere”?
Dal punto di vista soggettivo, ci si chiede: “Il credente che ha una rivelazione proveniente da Dio e la percepisce come tale, come potrebbe non dargli un’adesione di fede divina?” (ivi). E tale beneficio di una certezza soggettiva assoluta, abbiamo visto, deve essere concesso anche a coloro che acquisiscono tale certezza a contatto diretto con il veggente.
Particolare attenzione merita un giudizio di Karl Rahner che Laurentin riassume in questi termini: “È ingiustificato, illogico e pericoloso pretendere (come accade spesso per autenticare l’origine divina delle rivelazioni private posteriori al Cristo) un grado di certezza tale che, se lo si pretendesse per la rivelazione ufficiale, sarebbe reso impossibile ogni ragionevole fondamento di fede nella rivelazione cristiana” (ivi).
Argomentazione ineccepibile, su cui varrà la pena di tornare. Vi si possono accostare le seguenti parole di J.-H. Nicolas: “Sarebbe troppo semplice rifiutare in blocco o per principio tutto ciò che, nella vita cristiana, si presenta come straordinario. Troppo semplice e contrario alla verità” (citato in MA 304).
Adagio dunque con la negazione. Perché, come dice Laurentin, in una rivelazione privata, e in particolare in un’apparizione, ci restano sostanzialmente sconosciuti, inattingibili, sia l’essere celeste che si rivela sia la natura profonda dell’esperienza vissuta dal veggente, di cui possiamo solo cogliere sperimentalmente alcuni parametri.
Pertanto, pur se è forte la tentazione di considerare patologica la condizione di chi vede quel che gli altri non vedono, non è detto che in determinate circostanze il giudizio non debba venir rovesciato.
Ecco dunque che nella Chiesa non mancano voci che si pronunciano per un’apertura al soprannaturale. Il contrasto plurimillenario tra sacerdozio e profetismo, tra istituzione e carisma, non impedisce a certi settori della teologia cattolica di rivendicare alle rivelazioni private una migliore considerazione.
Ma qui tocchiamo il punto decisivo. Aprirsi al riconoscimento del soprannaturale non può significare che riconoscere le sue manifestazioni autentiche: la Chiesa non può certo avallare le pretese di qualsiasi sedicente carismatico. Occorre pertanto la capacità di distinguere le vere rivelazioni private da quelle non autentiche: occorre operare il cosiddetto discernimento.
Ma ahimè, le gerarchie ecclesiastiche si dimostrano del tutto impreparate a tale ufficio. Lo Spirito Santo, che dovrebbe assisterle nel delicatissimo compito, appare pervicacemente latitante.
Ovviamente la Chiesa si è data alcune norme per regolare questo che Laurentin definisce un “problema-limite, ambiguo e discusso”. Ma è già di per sé significativo che, mentre il Codice di diritto canonico, anche nella sua nuova versione del 1983, non si occupa minimamente della questione, tali norme siano state consegnate a una “nota confidenziale” della Congregazione per la dottrina della fede, nota che non figura neppure nell’Enchiridion Vaticanum, e tanto meno nel sito internet della Santa Sede.
Si tratta delle “Norme sul modo di procedere per giudicare delle presunte apparizioni e rivelazioni private”, conosciute anche come “direttive Seper”, dal nome del cardinale che era allora prefetto della Congregazione.
Secondo tale documento (datato 27 febbraio 1978 e riportato integralmente alle pp. 448-51 di “Un segno nel cielo” di Bouflet e Boutry), primo compito di chi è chiamato a valutare una presunta manifestazione miracolosa è una raccolta accurata e selettiva di tutte le testimonianze disponibili.
Andranno poi verificate l’ortodossia dei messaggi trasmessi; la mancanza di protagonismo e la salute psichica dei veggenti, nonché la loro irreprensibilità di credenti e praticanti; l’effettiva “soprannaturalità” dei “segni”; e, infine, la qualità e l’abbondanza dei frutti spirituali prodotti dagli eventi in esame.
Quanto all’autorità incaricata di pronunciarsi, il giudizio (citiamo dall’efficace sintesi che del testo fa De Fiores) “coinvolge il vescovo diocesano, cui competono due funzioni: riconoscimento dei frutti con autorizzazione del culto e (in un secondo momento) pronunciamento sull’autenticità delle apparizioni. Il giudizio della sede apostolica si rende particolarmente necessario quando il fenomeno assume vaste proprorzioni o ci siano giudizi contrastanti” (“Maria Madre di Gesù”, p. 352).
Abbiamo citato all’inizio l’opinione di Laurentin circa l’atteggiamento di estrema diffidenza della Chiesa di fronte ai doni carismatici manifestantisi nelle rivelazioni private. Gonzales condivide il giudizio: “nella Chiesa manca una teologia sufficientemente approfondita su questi doni”.
E una conferma clamorosa ci viene dalla fonte più autorevole ed aggiornata, quel “Catechismo della Chiesa Cattolica” che, fermamente voluto da Giovanni Paolo II e redatto sotto la guida dell’allora cardinale Ratzinger (che ne ha recentemente curato il “Compendio”) fu pubblicato nel 1992.
Il non cattolico che pensasse di cercare nel documento qualificante del cattolicesimo qualcosa circa Lourdes o Fatima avrebbe la sorpresa di non trovarvi neppure i nomi!
Di più: nei 2865 paragrafi che compongono il Catechismo, la parola “apparizione” non figura neppure (salvo una volta per parlare delle apparizioni pasquali di Cristo). Compare solo il termine “rivelazioni private”, nel breve § 67 ad esse dedicato.
A conclusione di questa sommaria esposizione della dottrina ufficiale della Chiesa sull’argomento, vale dunque la pena di riportare tale paragrafo per intero:
Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa.
La fede cristiana non può accettare “rivelazioni” che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento. È il caso di alcune Religioni non cristiane ed anche di alcune recenti sette che si fondano su tali “rivelazioni”.
Accanto ad alcuni concetti basilari che già abbiamo esposto, troviamo qui qualche spunto che merita di venire sottolineato. Colpisce in primo luogo la struttura linguistica del testo, letteralmente costruito sulla negazione: “esse non appartengono …”; “il loro ruolo non è quello di …”; “la fede cristiana non può accettare …”.
Si capisce insomma che il tema è stato toccato proprio al solo scopo di mettere in guardia il fedele da una dimensione della religiosità giudicata ambigua e pericolosa. Essendo impossibile non fare almeno un fuggevole accenno alle rivelazioni private, si è voluto con questo articolo “liquidare” il problema.
In secondo luogo, sono da notare l’asserzione secondo cui spetta al “senso dei fedeli” discernere il grano dal loglio, nonché l’ottimismo con cui lo si proclama capace di farlo. Certo, “guidato dal Magistero della Chiesa”; ma che significa questo, in pratica?
Quando il Magistero si pronuncia, non sussistono problemi; ma quando non si pronuncia, ossia nella stragrande maggioranza dei casi, in che consiste la sua “guida”? A che possono appellarsi i fedeli se non al proprio umanissimo “fiuto”? Si badi che non si accenna minimamente ad un’assistenza alla Chiesa da parte dello Spirito Santo nell’esercizio del discernimento.
Quanto poi alla menzione esplicita di religioni e sette non cristiane, essa, nella sua ovvietà, pare quasi destinata a stornare l’attenzione dal problema ben più scottante delle mariofanie e delle cristofanie, lasciate prudentemente a cuocere nel calderone delle “rivelazioni chiamate ‘private’”.
In tal modo, quello che è attualmente l’aspetto più vitale e sentito della religiosità rimane privo di un adeguato inquadramento dottrinale; e questo proprio nel Catechismo scritto per ribadire ed illustrare le verità della fede in vista del nuovo millennio.
Come se non bastasse, va ancora segnalato che il paragrafo in questione è tra i pochi che figurano in carattere tipografico minore: con ciò si è voluta esplicitamente sottolineare la marginalità dell’argomento.
Si tratta in sostanza di un testo di capitale importanza, che di fatto costituisce una stroncatura del fenomeno delle apparizioni.
Quanto meno, svuota completamente di significato la tesi, sostenuta con martellante insistenza da certe cerchie mariane, di un progetto celeste di intervento nella storia del mondo mediante un ciclo di mariofanie che si sarebbe aperto con l’apparizione del 1830 a Caterina Labouré.
Non per nulla padre Livio e i suoi collaboratori di Radio Maria, di regola tanto solleciti a richiamarsi al Catechismo della Chiesa Cattolica, su questo punto fondamentale non lo citano mai.
Una conseguenza pratica di tale impostazione è che se un non cattolico volesse cercare nel CCC informazioni su quella che è senza dubbio la manifestazione più vistosa della religiosità cattolica contemporanea, ossia la frequentazione dei santuari, non vi troverebbe assolutamente nulla, nemmeno i nomi di Lourdes e di Fatima (con la conseguenza che non viene menzionata neppure la conferma, data dalla Vergine a Lourdes, del dogma dell’Immacolata definito quattro anni prima).
Segno inequivocabile della schizofrenia che caratterizza l’atteggiamento della Chiesa di fronte alle apparizioni, ovvero spia, fra le tante, di quello che è stato definito lo “scisma sommerso”.
Crediamo sia già chiaro, da quanto fin qui esposto, che la dottrina ufficiale della Chiesa sulle apparizioni è reticente, lacunosa, assolutamente inadeguata all’importanza che tali fenomeni hanno assunto ai nostri giorni.
Nei prossimi capitoli la sottoporremo ad una critica serrata. Rigireremo per così dire il coltello nella piaga, o meglio nelle numerose e vistose piaghe che si aprono nel suo tessuto bimillenario.
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