Perché padre Livio è cristiano
Padre Livio ha dato alle stampe un’autobiografia in forma di intervista rilasciata a Saverio Gaeta. L’ha intitolata “Perché sono cristiano” per sottolineare che il tema privilegiato è l’illustrazione dei tempi e dei modi in cui sono nate e si sono precisate prima la sua fede e poi la sua vocazione religiosa.
Probabilmente non ha però pensato che la risposta alla domanda implicita nel titolo del libro è scontata.
Caro Padre, vorremmo dirgli, Lei vuole spiegarci perché è cristiano; ma lo sappiamo già tutti, è un segreto di Pulcinella: Lei è cristiano semplicemente perché è nato vicino a Bergamo.
Ahimè, quella che dovrebbe essere la decisione più importante della vita, la scelta del “vero” Dio tra i vari presenti sul mercato del sacro, è in realtà frutto del condizionamento più banale, quello geografico. La fede si trasmette in famiglia, soprattutto di madre in figlio, e di regola in conformità al contesto etnico e socioculturale in cui si nasce.
Ciò era tanto più vero, anche da noi, fino a pochi decenni fa, quando tale contesto era perfettamente omogeneo.
E tale era sicuramente negli anni della seconda guerra mondiale nel paesino della Bergamasca in cui nacque padre Livio. La madre “era il modello della donna cristiana”; e la nonna materna imponeva a tutti i nipoti pacchetti quotidiani di preghiere che potevano durare anche un’ora (e in questo caso “contenevano anche tutte le domande e le risposte sulla storia della Chiesa, sui dogmi e sulle eresie, sul catechismo”; p. 23).
In quel contesto familiare il futuro fondatore di Radio Maria inalò i principi della fede assieme alla passione per l’Atalanta.
Non sembri irriverente l’accostamento: l’abisso che separa il sublime di un credo religioso dalla banalità del tifo calcistico non può impedire di vedere che le modalità ordinarie di acquisizione sono nei due casi le stesse.
Quei bambini che accompagnano il padre allo stadio indossando orgogliosamente la maglietta della squadra del cuore non hanno, per la loro “fede” bianconera o rossonera o nerazzurra, altro fondamento che la “fede” del padre; così come hanno alle spalle, di solito, la fede della madre o della nonna quando memorizzano e recitano diligentemente le preghiere del cristiano.
Del resto, si sa, la famiglia cristiana è una piccola chiesa domestica. E Benedetto XVI ha dato concretezza al principio senza farsi tanti scrupoli: in una catechesi del mercoledì ha citato il Crisostomo, il quale ammonisce che “la legge di Dio deve essere fin dall’inizio impressa nell'anima "come su una tavoletta di cera"”: di fatto, conclude il Papa, l’infanzia è l’età più importante.
Più chiaro di così … Una codificazione in piena regola del diritto-dovere di sottoporre il bambino, quanto più precocemente possibile, a un vero e proprio imprinting.
Non ce ne voglia, dunque, caro Padre: Lei è cristiano perché è nato vicino a Bergamo. Se fosse nato a Calcutta, la sua avventura di fede sarebbe stata tutta diversa.
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